Il viaggio di Lucia

Consigli per chi decide di recarsi nelle riserve dei nativi, in solitaria o in gruppo.
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antonio52
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Il viaggio di Lucia

Messaggio da antonio52 » 19/09/2019, 12:10

Il mio viaggio nelle riserve indiane - giugno 2011

La mia storia è una come tante. E’ una fra le tante. La mia storia inizia con un viaggio in cui pur non ponendomi domande mi aspetto delle risposte. Il mio viaggio non inizia durante le 12 ore di volo, o dopo quelle fatte in macchina che da Minneapolis ci portano alle Black Hills. Il mio viaggio inizia a Sylvan Lake. Il mio viaggio inizia sulle rive di un lago che fa da cornice ad un pezzo di natura che solo pochi hanno la fortuna di vivere. E’ li che inizia il mio viaggio che mi porterà nelle riserve indiane e prendere parte alla più sacra delle cerimonie del popolo lakota: la Sundance.
E’ il dolore che mi ha portato in queste terre. E’ la sopraffazione che mi ha spinta a giungere laddove tentavo da tre anni di arrivare. E’ l’anima straziata, i giorni laceri di grondante sofferenza che mi ha condotta qui. Cosa cerco non lo so con esattezza, aspetto di capirlo assaporando suoni e profumi di una terra contesa, di una terra strappata al suo popolo e limitata da barriere culturali e fisiche. Condivido il viaggio con persone che un giorno chiamerò miei fratelli e sorelle. Con persone che in modo del tutto soggettivo e imprevedibile vivono emozioni talmente forti tanto da aprire canali energetici di connessione in cui non resta altro che immergerti e percorrerli. Luogo dopo luogo, cerimonia dopo cerimonia eravamo un’anima trasportata da antichi legami interconnessa con tutto ciò che ci circondava. Ma mentre tutti trovavano le loro risposte in segni e visioni, io attendevo ancora le mie restando colpita e spaventata da quelle di chi con me sperava in una verità che andava oltre il nostro senso logico. Attendevo.
L’entusiasmo, la voglia di partecipare fisicamente ed emotivamente allo dispiegarsi di un desiderio e di una passione vissuta solo nei pensieri e nell’immaginazione mi porta a non provare quelle condizioni di disagio e di disadattamento che altrimenti avrei provato. Ho condiviso e interagito con paure, fobie e paranoie giungendo così all’evento che avrebbe cambiato la mia vita.
Varcata l’entrata del campo a cui non è consentito se non agli occhi e all’anima di conservare per sempre tutto ciò che verrà fatto e detto ,la Lucia che era partita con il cuore gonfio di dolore comincia a respirare e a sentire un battito conosciuto ma dimenticato. Il trasporto emotivo e il profondo contatto spirituale con l’albero sacro e il circolo mi proietta in una dimensione che solo chi l’ha vissuto può intendere. Il supporto per i danzatori è il dono che offriamo a chi sacrifica il proprio corpo per portare le preghiere di chi è rimasto indietro nella vita e negli sforzi di una lotta continua con la morte. Danziamo senza sosta riconoscendo la causa comune tra danzatori e supporters. Danziamo per rendere meno faticoso questo estremo donarsi, per condividere un generoso atto di aiuto.
Al secondo giorno della danza arrivano risposte (in)attese e a riconoscere la forza travolgente dell’albero sacro, dei danzatori e dell’inipi. Il corpo ha risposto ad un blocco di mesi. E ho riscoperto il piacere di sguardi che hanno riscaldato un’anima che si è negata il calore di essere viva. La percezione di un dolore che andasse al di la dell’umanità venne sostituita da una conoscenza vera e concreta di un ritrovarsi, di un intimo abbraccio con me stessa. Ma questo ha avuto un costo. Ho dovuto lasciare il campo portando con me la tristezza di non essere ancora parte di quella profonda spiritualità, lasciavo fisicamente il campo e i miei compagni di viaggio,ma non l’albero né i danzatori. Essi ormai erano parte di me. La Sundance era ormai parte di me e ovunque andassi la portavo con me.
L’esperienza mi porta a considerare due categorie di viaggiatori delle riserve indiane che in modo arbitrario chiamo spettatori e spirituali. I primi ostentano una conoscenza, a volte anche dettagliata, di date ed eventi in cui ripongono una vana speranza nel loro avanzare nel territorio straniero di ritrovare lungo il loro percorso una immagine intatta di un indigeno d’epoca e i secondi, gli spirituali, dove caricati di grandi emozioni aspettano solo di ricongiungersi con Wakan Tanka. Spettatori e spirituali rappresentano due modi diversi di raccontare la medesima storia, la medesima esperienza. Non è l’oggettivo che cambia ma sono conoscenza, valori, credenze e cultura che cambiano. Ognuno vive in modo proprio quello che comunemente chiamiamo “l’indiano” ma esaltando peculiarità, limiti e fragilità con sfumature proprie dove da entrambe le parti la verità non è del tutto obliata.
Nei primi,l’autenticità che ci si aspetta è strettamente legata ad una conoscenza pilotata e falsata dalle rappresentazioni hollywoodiane. Il non trovare villaggi distribuiti sulle praterie o nei pressi di piccoli fiumi con individui vestiti di piume e di frange fa rifiutare la visione che gli occhi increduli scrutano. Piace pensare all’indiano come al selvaggio dai bellissimi capelli lunghi che emette suoni gutturali e non a quello che vestendo panni civili a stento sopravvive nelle barriere creategli intorno dai bianchi. Piace pensare che vivano ancora nei teepee e che vadano a cavallo senza sella correndo trasportati dal vento delle praterie. Il nostro sapere si ferma. L’evoluzione è insita solo in quelle strutture che chiamiamo società moderne. L’autenticità vera è immune alla modernità. Ecco cosa pensa chi non conoscendo la cultura dei nativi americani e le loro attuali condizioni socio-economiche per la prima volta visita una riserva indiana. La delusione devasta il fascino che luoghi e tradizioni emanano. La sensazione di perdita, come aspettativa mancata, porta il viaggiatore a richiedere soddisfazione di un bisogno insoddisfatto. Va alla ricerca di cerimonie show dove il suo appetito viene colmato, dove la sua sete di autenticità può essere soddisfatta. Ciò che lo rende appagato è l’innumerevole numero di foto scattate e quei lunghi minuti di filmato che riprendono con avarizia ogni singolo movimento di piedi e braccia, ogni richiamo ad antiche danze che raccontano ciò che un tempo veniva chiamata saggezza. Un semplice assistere e osservare e non un “sentire”, un distaccato e freddo partecipare e non un “condividere”, un superficiale apprezzamento di una rappresentazione che non va al di la dell’intrattenimento. Il viaggiatore che deve solo riportare all’amico o al familiare l’esperienza selvaggia vissuta però secondo il comfort di casa nostra dove camminare in strade di terra o sedersi su un sentiero polveroso vengono vissute come esperienze proibitive. Che cosa rimane al viaggiatore di questi posti? Cosa rimane al viaggiatore dell’incontro con i nativi? Nulla se non qualche ricordo legato ai vestiti cerimoniali o a qualche prodotto di artigianato.
Ma poi c’è il viaggiatore che perdendosi nella bellezza di una montagna a occhi chiusi ne respira la sacralità. C’è il viaggiatore che seduto senza preoccuparsi della polvere alza la testa al cielo e si lascia accarezzare dal vento. C’è colui che nei riflessi di un lago antico sente di essere tornata a casa e in silenzio ritrova la connessione con tutto ciò che lo circonda. Chi dopo aver percepito il benvenuto dagli Spiriti si abbandona ad un lungo abbraccio consolatorio che solo le lacrime possono spiegare. Chi sente e condivide la profonda spiritualità di ogni gesto di una cerimonia sacra, chi spegne la macchina fotografica perché ogni singolo movimento e suono è raccolto e conservato dall’anima. Chi partecipa con onore e devozione a ciò che altri è semplice intrattenimento. Chi patisce la fama e il caldo e il dolore fisico come dono per gli altri contando solo sulla sua forza spirituale e sul supporto dei propri amici che danzano con lui di fronte al sacro albero rispettosi del luogo e delle norme comportamentali.
Io con orgoglio faccio parte di questa seconda categoria e con molto umiltà mi ripiego nelle mie limitate conoscenze.
Lucia
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