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VIAGGIO NELLE RISERVE DEGLI INDIANI D'AMERICA -2007 -

 

Venerdi 29/6/2007

 

…….ROMA: dopo qualche ricerca Alex ci riconosce e ci schieriamo nella coda infinita per l’imbarco: tutti gli Americani hanno deciso di tornare a casa oggi!!! E la maggior parte sul nostro volo per Atlanta. Lungo la coda ci raggiungono Stefania (30), Eugenio (32), Orlando (24) juventini di Torino…. (nota per i lettori: io Paola (40) e mio padre, Alfredo (70) genoani, soprattutto io!!). L’impressione è subito ottima, ma Alex ci da due dritte sulla convivenza e la tolleranza, oltre ad un brevissimo resoconto della sua esperienza(“La prima volta nel ’99 sono andato per trovare me stesso ed è finita che una parte di me è rimasta là” frase che ha colpito soprattutto i “giovani”). Dopo 2 ore e mezza di coda per il check-in passiamo il controllo e andiamo a mangiare qualcosa e poi in aereo: 10 ore e mezza di volo!!!!

Viaggio infinito: siamo ancora ad Atlanta! Ieri causa 3 ore di ritardo e mal tempo abbiamo perso il volo per Minneapolis….

Stamattina prosegue il delirio delle code: per il check-in (hanno lavorato in 4 per riproteggerci sul primo volo disponibile…), per il controllo passaporti, per l’entrata all’imbarco col solito “leva e metti le scarpe”. Ma siamo tutti rilassati e fiduciosi che il prosieguo ci faccia uscire dal turbinio della vita americana (ma se questa è l’”American Way of Life” W L’EUROPA!!!!) per immergerci nella natura e nella realtà delle riserve.

Finalmente atterrati: dei nostri 3 obbiettivi  il primo (raggiungere Minneapolis tutti insieme) è andato bene. Cosi come il secondo: le nostre valigie sono li che ci aspettano, arrivate alla meta ben prima di noi!

Ora il terzo ed ultimo: ci sarà Danilo o sarà un mito costruito da Sentiero Rosso ma in realtà non esiste???

Poi una visione: i capelli lunghi e scuri fino al sedere, occhi scuri, una maglietta con 4 indiani (bellissima!!): ECCOLO!!! E sembra un nativo!!!!

E ora comincia l’avventura “on the road” su una Chrysler 7 posti, valigie stipate e via sulle 4 corsie americane di Minneapolis per cercare di raggiungere al più presto i confini del Sud Dakota.

Ci fermiamo a Jacksonville in un motel veramente scalercissimo all’apparenza. In realtà dentro è accettabile.

Andiamo nella steakhouse più vicina dove la cameriera americana (cicciona, che novità…) ci idolatra per il nostro essere italiani e il nostro modo di parlare. Noi moriamo dal ridere e andiamo di bistecca fantastica più Budweiser d’obbligo.

Via verso Pipestone, la nostra prima tappa. Li ci sono le miniere di catlinite (per chi non la conoscesse vedi http://en.wikipedia.org/wiki/Catlinite), andiamo al museo all’aperto e subito, ovviamente grazie a Danilo, lasciamo il sentiero delimitato e ci inoltriamo in un sentierino “Vietato l’accesso”. Danilo ogni tanto si guarda intorno per vedere che non ci sia nessuno che ci becchi e l’emozione sale: ci avviciniamo al luogo sacro della Sundance! Prima i tavoli di legno dove mangiano (in realtà chi balla sta a digiuno per 5 giorni…) poi i pali (bassi) sotto i quali dormono quelli che partecipano attivamente alla Sundance. Poi il punto dove viene acceso il fuoco (sempre, giorno e notte, per 5 giorni) e poi si intravedono i resti del palo di legno… E’ li che viene issato, dopo che 1 donna vergine l’ha inciso nella 4 direzioni (N, S, E O) e gli uomini tagliato e portato li e fissato (per i dettagli della Sundance vedi sul sito: Spiritualità/Danza del Sole). Siamo emozionati di essere li, anche se in questo momento non è un luogo sacro; forse avremmo voluto viverla, ma comunque anche cosi riusciamo a percepire qualcosa di magico.

…raggiungiamo il campeggio di Chamberlain in riva al Missouri. Montiamo le nostre 3 tende, costume e via… bagno nel Missouri!!! L’acqua non è fredda, un po’ torbida si, ma dolce, che strana sensazione. Papà ci mette persino i piedi!!!

Poi via verso le prime riserve indiane: prima Crow Creak, dentro un territorio assolutamente desertico, un po’ di case poverissime, giriamo intorno con la macchina per non essere troppo “invasivi”, si vedono solo tanti bambini che giocano sparpagliati. Desolazione e povertà mettono un po’ di tristezza, ma forse la loro è una scelta di vita. E l’incredibile è che siamo nel paese più civilizzato del mondo….

Poi la riserva di Lower Brulè, stessa scena….

Lungo il ritorno ci fermiamo vicino a dei cavalli, di cui uno chiazzato che attira l’interesse di Danilo. Ci siamo solo noi sei, i cavalli, verde e cielo all’infinito…..

Primo museo di una serie (Akta Lakota Museum), con un bel tepee davanti dove entriamo per capire come poteva essere vivere e dormire li dentro

Arriviamo a Rosebud e andiamo all’università visto che Orlando ha deciso che questo viaggio potrebbe essere un ottimo spunto per una tesina sui nativi americani, e cosi intervistiamo alcune persone (ovviamente non studenti, è estate…).

Non troviamo posto per dormire li, così andiamo a Valentine, in Nebraska, città di San Valentino, veramente kitsch con cuoricini e frasi d’amore ovunque.

Ma prima di andare al Motel passiamo a casa di Florentine Blue Thunder che ci accoglie nel suo giardino. Cominciamo a chiacchierare con lui che si mostra molto interessato al progetto di Orlando, e cosi proviamo a fargli qualche domanda sui nativi, le condizioni di vita nella riserva, la qualità, l’istruzione. Dopo un po’ il nostro amico indiano ci da appuntamento per portarci un po’ in giro e spiegarci “dal vivo” la realtà delle riserve. Siamo entusiasti!! Arrivati all’appuntamento (in realtà in maniera un po’ rocambolesca, perché lo becchiamo per caso per strada…) ci spiega che dovremo preparare 6 domande e che in alcuni posti solo lui potrà fare le fotografie. La nostra curiosità ed interesse crescono sempre di più. Poi comincia a dirci che purtroppo deve affrontare con noi un argomento spiacevole, ma necessario: vuole 200 dollari….

COSA?????? Dopo un momento di gelo e lo sbiancamento di Orlando, gli spieghiamo molto gentilmente: no grazie. Ne discutiamo poi per conto nostro, capendo che poteva non avere tutti i torti, ma ovviamente Orlando non può permettersi una cifra tale per una tesina ancora in “allestimento”.

Riprendiamo il nostro giro e andiamo al Niobrara Valley Park alla ricerca di alci e bisonti. Dopo poco, vicino ad un laghetto 2 alci maestosi!! Facciamo un paio di giri ed ecco i bisonti! Parcheggiamo e silenziosamente ci avviciniamo sempre di più. Papà è davanti a tutti e col passo del giaguaro prosegue. Danilo non ritiene sia saggio e io lo richiamo un paio di volte, cercando di attirare solo la sua attenzione e non quella dei bisonti! Finalmente sente e torna indietro. Siamo a 80 metri, ma è più prudente non avvicinarsi troppo

 

Dopo la solita sveglia presto andiamo alla scuola di Rosebud dove lasciamo i quaderni che avevamo portato dall’Italia.

 

Dopo la visita al museo ed a una chiesa veramente kitsch (viola), ci avviciniamo all’esperienza più forte del viaggio: dietro al casino di Rosebud è stato allestito il Powwow.

Le danze dei powwow non rappresentano una forma di danza cerimoniale, ma sociale e viene eseguita semplicemente per divertirsi e spassarsela. E’ molto diversa dalle danze religiose come quelle della Danza del Sole.

I Wacipi cominciano con il pulsare della Madre Terra attraverso i tamburi mentre tutti i nativi, che vengono li da vicino e lontano, vestiti con abiti tradizionali, si raccolgono nel cerchio e ballano.

L’impressione è fortissima: oltre ad essere tra i pochissimi bianchi li, siamo probabilmente anche gli unici “turisti”. Nel cerchio si alternano a ballare bambini, adolescenti, giovani e anziani, uomini e donne, accompagnati da diversi tamburi e dai canti. Le danze si susseguono una dietro l’altra, anche i suonatori si alternano (è una fatica soprattutto per la gola di chi canta) e l’emozione è veramente incredibile. Ogni danza ha un suo significato (prima ballano i Naca, capi, seguiti dai Akicita, guerrieri, o meglio ex soldati di Corea, Vietnam, Guerra del Golfo; poi i Wicasa, uomini adornati di Wanbli Wiyaka, piume d’aquila; e cosi via fino a che tutti vengono invitati ad entrare nel cerchio a ballare, anche gli spettatori, al ritmo dei tamburi sempre più forte che ti pulsa fin dentro l’anima). Siamo li in mezzo a loro a cercare di percepire quello che poteva e può essere una festa nativa. E’ incredibile ed emozionante e tutti noi siamo presi da queste sensazioni. Viene la pelle d’oca!! Papà guarda con occhi estasiati e cerca di non perdersi un secondo.

Dopo un paio d’ore decidiamo di ripartire, anche se la voglia di fermarsi è forte, almeno per me e credo anche per papà.

 

Ci accampiamo nella riserva di Mount Rushmore che snobbiamo visto che è a pagamento (tra 2 genovesi e tre torinesi…) e che comunque si vede ancor meglio da lontano

Ci dirigiamo verso le Badlands e il paesaggio improvvisamente cambia, paesaggio ultraterreno con pareti spoglie e punte aguzze a pugnalare l’aria secca e tersa, chiamato Mako Sica dai nativi (per chi non l’avesse mai visto consiglio il film “Cuore di Tuono”, uno spaccato molto veritiero della realtà dei nativi negli anni settanta, con immagini bellissime delle Badlands appunto). E’ come essere in un piccolo Grand Canyon, con la roccia chiara e friabile.

Alle sei, verso l’ora del tramonto, un po’ meno calda, prenotiamo un giro a cavallo, tutti anche papà!! E’ bellissimo, dopo l’inizio un po’ in tensione per qualcuno, ci rilassiamo e ci godiamo il paesaggio; siamo solo noi, la natura, i cavalli. Lo sguardo si perde nel rosa della roccia, basta poco per provare ad immaginare di essere li cento o più anni fa….

Alla sera fuochi d’artificio d’obbligo (è il 4 Luglio negli USA….), anche in un buco di paese come Wall

Il Powwow ha attirato talmente il nostro interesse che decidiamo di tornare un paio d’ore là prima di proseguire il nostro giro.

Entriamo poi nella riserva di Pine Ridge, la contea più povera degli Stati Uniti: dicono che il tasso di disoccupazione oscilli tra il 70 e l’80%. L’aspettativa di vita media è di 48 anni per gli uomini e 52 per le donne, più bassa che in Bangladesh. E siamo negli USA, non ci sono parole.

Ci dirigiamo poi a Fort Robinson dove è stato ucciso Cavallo Pazzo, mentre era prigioniero,e li è d’obbligo una sosta particolare alla stele commemorativa. Danilo posa dei fili d’erba intrecciati.

Poi andiamo a Wounded Knee luogo del famoso e terribile massacro del 29 Dicembre 1890, dove il 7° cavalleggeri con a capo Custer ha massacrato 300 anziani, donne e bambini, senza nessun’altra colpa se non quella di avere la pelle rossa…E’ incredibile come in questo luogo non ci siamo che noi e un paio di altre persone, evidentemente per gli americani questo non è un luogo d’interesse….

Passando da Porcupine andiamo alla sede di Kili Radio (http://www.kiliradio.org/index.htm ) dove ci fanno vedere un po’ la radio e la ragazza d-jay decide di metterci nel salottino per farci parlare in diretta!!!! Peccato sia notte in Italia se no via internet avreste potuto ascoltarci! Parliamo solo io ed Edoardo, spiegando i motivi che ci hanno portato a visitare in maniera un po’ anomala gli Stati Uniti.

Ci svegliamo nel bellissimo campeggio e ci incamminiamo per un giro intorno a Sylvan Lake e poi per la gita sull’Harney Peak (anche questa montagna sacra per i nativi) che ci mostra un panorama stupendo delle Black Hills.

Dopo 3 ore di gita si parte per Deadwood, città irreale e un po’ finta dove alcuni vivono ancora come se fosse il vecchio west, il tutto un po’ un’americanata, molto finto, anche se effettivamente poteva essere così 100 anni fa.

Poi ci dirigiamo a Sturgis, capitale degli Harleysti!! Purtroppo (o meno male???) quando arriviamo i negozi sono già chiusi, ma nel locale dove andiamo a mangiare riesco comunque a trovare 3 magliette Harley molto carine. 

All’unanimità decidiamo di andare a vedere un altro powwow e ne troviamo uno a Lame Deer, nella riserva Cheyenne.

Passiamo da Bear Butte, roccaforte di Cavallo Pazzo, che per i nativi riveste una grande importanza spirituale. Infatti troviamo spesso le preghiere colorate appese agli alberi.

Dopo un po’ di ricerche troviamo il Powwow, enorme rispetto a quello di Rosebud, pieno di tepee intorno. Le danze cominciano più tardi quindi andiamo al Cheyenne Indian Museum.

Ritorniamo al powwow alle 8.30: è bellissimo, pieno di persone. Mangiamo come tutti i fried pen “buca-stomaco” e troviamo posto a sedere vicino a una cicciona americana bianca che ha sposato un nativo con almeno 8 figli che le ronzano intorno. Le danze si susseguono e nel cielo ci sono sempre più lampi e tuoni: l’atmosfera è surreale e bellissima. (“Il Tramonto. Allora io ero là sulla più alta delle montagne e tutto intorno a me c’era l’intero cerchio del mondo. E mentre ero là vidi più di ciò che posso dire e capii più di quanto vidi; perché stavo guardando in maniera sacra la forma spirituale di ogni cosa, e la forma di tutte le cose che, tutte insieme, sono un solo essere. E io dico che il sacro cerchio del mio popolo era uno dei tanti che formano un unico grande cerchio…” Alce Nero).

Tutti cercano di resistere il più a lungo possibile, ma dopo le 11 la pioggia diventa troppo intensa e via, scappiamo tutti

Ripartiamo per Big Horn, nella Crow Indian Reservation, sede del campo di battaglia dove Custer fu sconfitto da oltre 10.000 nativi tra cui Cavallo Pazzo.

Da li prendiamo per Cody (nome derivato da Buffalo Bill Cody). Anche qui spettacolo da vecchio West, soprattutto la sera al Rodeo, dove la natura infantile e patriottica degli statunitensi viene ancor più accentuata. Alcune cose son belle (cavalli bellissimi, cavallerizzi bravissimi), altre un po’ meno. La cosa che più mi colpisce è il contrasto con la sera precedente: due realtà diversissime che convivono a poche miglia l’una dall’altra. 

Partiamo per lo Yellostone e l’impressione quando entriamo è pessima: nel 1988 c’è stato un incendio devastante ed è ancora tutto bruciato e morto. In più c’è un traffico come se fossimo all’ora di punta in centro e qualcuno si innervosisce.

Andando avanti le cose migliorano: troviamo posto nel primo campeggio enorme e andiamo a fare un giro (sempre in macchina…) fino a vedere i geyser che esplodono ogni 45 minuti: incredibile ma vero ci arriviamo 5 minuti prima! E’ uno spettacolo bellissimo a parte che ci sono migliaia di persone sedute a guardare (non siamo più abituati alla folla…).

Dopo aver montato le tende, in 4 andiamo a cena (2 sabotano la cena perché non amano il posto).

Al ritorno facciamo un bel fuoco per scaldarci e poi a dormire, freddo e terreno non proprio comodo…

Prendiamo la macchina e ci dirigiamo verso le cascate dello Yellowstone (sono 2 ma noi andiamo solo a quella più grande). Prima la vediamo da sotto: uno spettacolo incredibile, non solo per l’altezza della cascata, ma per il canyon che si staglia sotto di noi per centinaia di metri ed in fondo il fiume. Bellissimo!

Riprendiamo la macchina e ci dirigiamo più avanti. Io e papà (anche per sgranchirci un po’ le gambe, si sta sempre in macchina…) scendiamo a piedi a vedere il punto panoramico dove la cascata appunto “cade”: frastuono incredibile e visuale bellissima, ne valeva la pena fare due passi.

Poi via di nuovo in macchina alla ricerca degli orsi. Danilo li aveva individuati in un punto dove ci fermiamo e guardiamo per un po’, ma non ce n’è traccia. Siamo circa a 3000 metri, l’aria è pungente, in giro quasi nessuno, manco gli orsi…

Riprendiamo a scendere e improvvisamente una decina di macchine ferme lungo la strada. L’orso!!!!! A non più di un centinaio di metri da noi! Mangia tranquillamente la sua erba mentre lo guardiamo esterrefatti. E’ bellissimo, anche se non è un Grizzly, come mi spiega il Ranger che controlla che nessuno si avvicini, al quale chiedo un po’ di spiegazioni. Torniamo verso l’area del campeggio e facciamo una camminata lungo il lago enorme (Yellowstone Lake, che fantasia ‘sti americani). Poi prepariamo per la grigliata dalle tende. Mentre gli altri vanno a fare la spesa, io e papà pensiamo al fuoco, ed ecco che arriva un bisonte vicinissimo, praticamente a mezzo metro dalla nostra tenda!! Peccato le macchine fotografiche sono in macchina….

La cena alla brace ci diverte anche se dopo un po’ abbiamo freddo e ci stringiamo sempre di più intorno al fuoco. Improvvisamente nel buio della nottata piena di stelle sentiamo un urlo raccapricciante, mi vengono i brividi: un lupo! E sembra molto vicino! Dopo una mezz’ora altri latrati, questa volta meno terribili e un po’ più lontani.  Una macchina di Ranger passa vicino alle tende, probabilmente hanno “pattugliato” la zona. Certo che anche questa emozione di sentire i lupi (pensare di vederli era impossibile) è stata molto particolare.

Comincia la via del ritorno. Tarrocchiamo fino alla Devil’s Tower (Mato Tepee, che in Lakota significa orso, per gli Indiani). Uno spettacolo stranissimo: nel bel mezzo delle colline si staglia un monolite alto 380 metri con strani “graffi” giganteschi tutt’intorno. Le leggende su questa montagna sacra per i nativi si sprecano; quella dei Kiowa che vivevano in questa zona racconta che sette bambine stavano giocando ad una certa distanza dal villaggio quando alcuni orsi si avvicinarono. Le bambine cercarono di correre verso il villaggio ma quando gli orsi stavano ormai per prenderle saltarono su una roccia alta 3 piedi. Una delle bambine pregò la pietra di aiutarle e la roccia ascoltata la preghiera della bambina cominciò a crescere in altezza portando le bambine sempre più su, fuori dalla portata degli orsi. Gli orsi cercarono di arrampicarsi e con le loro unghie lasciarono i segni sulla roccia. La leggenda finisce dicendo che la roccia continuava a salire verso il cielo e le bambine sono ancora lassù, in cielo, sette piccole stelle che formano le Pleiadi.

Piantiamo le tende sotto l’obelisco e prima di cena io e papà facciamo una passeggiata per sgranchirci le gambe. Dopo cena prendiamo la macchina e entriamo nel parco della “torre” (normalmente a pagamento, ma non a quest’ora) e camminiamo nel sentiero tutt’intorno, prima con un barlume di luce della sera, poi con le pile. Questo è un luogo sacro per i nativi e veniamo avvolti da questa atmosfera: sopra di noi si staglia il monolite, le stelle intorno, infinite perché non c’è nessuna luce cittadina nel raggio di miglia e miglia. Ci fermiamo ad assaporare l’incanto della serata a metà percorso e ad ascoltare i rumori della notte nel bosco: le orecchie sono tesissime per carpire ogni suono.

Ritorniamo verso la macchina e dopo aver guardato le stelle ancora un po’ come a volerle imprimere nella memoria, torniamo alle tende.

Si ritorna a Chamberlain, dove campeggiamo come nella nostra prima notte di viaggio, e già siamo presi dalla malinconia della fine del viaggio. Ci rilassiamo al campeggio, e alla sera ultimo pub dove giochiamo a stecche (non poteva mancare!).

Sveglia prestissimo e via verso Minneapolis per fare un giro in città. Trecentomila abitanti e grattacieli che a Genova ce li sogniamo. L’aria è frizzante anche se c’è il sole e siamo in piena estate, d’inverno dev’essere veramente gelida! Mangiamo in un bellissimo locale scozzese.

 

Sabato 14/7/2007

 

Tristezza da aeroporto e da rientro a casa, anche se carichi di un’avventura bellissima e di tantissime cose da raccontare ed esperienze da tenere nel nostro cuore. Un viaggio indimenticabile, di moltissimi viaggi che ho fatto in tante parti del mondo direi il più bello per quanto concerne l’essere riusciti a percepire un grande popolo che ha subito atrocità assurde nel suo stesso paese, ma che nonostante tutto è riuscito a mantenere certe tradizioni e certi ideali.

Grazie Sentiero Rosso per l’opportunità!

 

 

bear butte

 

little big horn nel giorno dell'anniversario

 

questo qua sopra è CISCO, il cavallo di balla coi lupi, ha 33 anni.

viaggio avventura low cost viaggi avventura www.viaggiavventurosi.it

 
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