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VIAGGIO NELLE RISERVE DEGLI INDIANI D'AMERICA - AGOSTO 2006 -

 

Resoconto di Veronica

26 agosto 2006

 

Eccomi qui, dopo appena una settimana dal mio rientro, a provare ad esprimere con le parole quello che è stato il viaggio. Premetto che non sarà facile, è ancora presto e la mente ancora deve elaborare ed avere il tempo di metabolizzare quello che è successo. Ancora non realizzo che sono qui, anzi, forse non sono affatto qui... Il mio spirito è rimasto li, nelle praterie infinite, a lasciarsi trasportare dal vento, mentre il mio corpo è intrappolato qui, tra le 4 mura di questa prigione.

Comunque, inizio..... lascerò scorrere le parole esattamente come mi escono.....

Al nostro arrivo a Minneapolis, dopo quelle 12 ore totali di aereo, per me interminabili, finalmente troviamo la nostra piccola "guida" Hopan ad attenderci vicino ai bagagli... Io ero talmente stanca che non riuscivo a tenere gli occhi aperti, infatti ho dormito durante tutto il tragitto dall'aeroporto a Northfield, dove abbiamo passato la prima notte in hotel. Abbiamo noleggiato una macchina mini-van a 7 posti, dove ci siamo sistemati in 5, e dopo aver tirato giù 2 dei sedili posteriori, abbiamo sistemato i bagagli; la seconda macchina l'abbiamo trovata più piccola, ma alla fine ce l'abbiamo fatta.

Il giorno dopo finalmente inizia la nostra avventura, talmente tanto sognata ed aspettata, che i primi giorni è stato difficile renderci conto che eravamo proprio lì!!! Sono partita con il presupposto di aprire il cuore, lo spirito e la mente a tutto ciò che sarebbe arrivato durante il viaggio, e così ho cercato di fare il più possibile. La prima cosa che mi ha colpito di quei posti, è stata l'immensità di ogni cosa..... Le praterie così vaste da non vederne il confine, i fiumi che sembravano quasi mari, ogni cosa creata da nostra madre Terra lì sembra non avere mai fine..... Per tutto il viaggio, mi ha invaso una perenne sensazione di libertà, dello spirito, del cuore, ed anche del corpo.... Ho realizzato cosa significa vivere secondo l' "Indian Time", e vi assicuro che è il modo di vivere più giusto e più libero che possa esserci... Ho vissuto senza orologio, senza cellulare, mangiando quando avevo fame, dormendo quando avevo sonno, e soprattutto guardando il sole per l'orientamento, a seconda del luogo in cui ci volevamo spostare..... Lì le indicazioni stradali quasi sempre segnalano i punti cardinali, e non i nomi delle città, quindi bisogna sapere bene se si vuole andare a sud, a nord, a est o ad ovest! E' stata una delle cose più belle che abbia mai sperimentato....

La nostra prima tappa è stata Pipestone... La terra dove si trova la catlinite, con la quale viene fabbricato il cannello della pipa... A Fort Pipestone sono iniziati i primi acquisti, gli occhi non erano abituati a vedere tutta quell'oggettistica e credo che mi si siano subito consumati..... Subito dopo, abbiamo visitato il museo, molto bello, dove ho potuto vedere ogni tipo di pipa. All'uscita, abbiamo percorso il circle trail, ci siamo addentrati nei posti più nascosti e l'emozione è stata intensa quando abbiamo visto una capanna dell'inipi e ciò che rimaneva di una sundance terminata nei giorni scorsi.... Per la prima volta vedevo il campo, anche se senza albero, ma le emozioni sono state fortissime.... Ogni volta che camminavo nella prateria, meno cose avevo intorno a me, e più avvertivo la sacralità di quei luoghi... Lì si sente davvero la Terra, si sente parlare il vento....

Dopo ci siamo diretti verso Chamberlain, città che mi è piaciuta molto. Abbiamo trovato un negozio fornitissimo di artigianato, ed anche li molte cose sono arrivate in Italia con me... Per la notte, abbiamo montato le tende in un campeggio sul Missouri, fiume estesissimo, uno spettacolo. La mattina dopo, è arrivato il momento del primo vero caffè del viaggio..... Ci siamo attrezzati con la piastra per la brace, 2 moke ed i fondi delle bottiglie d'acqua, ma bere il caffè anche amaro è stato rigenerante dopo 3 giorni senza nemmeno vederlo...

Dopo il caffè via in macchina di nuovo a percorrere altre miglia, stavolta verso Lower Brulè. Ci siamo subito fermati al Consiglio Tribale, facendo un giro da fuori... l'edificio è molto bello; al momento di andarcene, un signore gentilissimo ha bussato al nostro finestrino, invitandoci a visitare l'edificio all'interno, se già non l'avessimo fatto... Così, onorati dall'invito, siamo entrati e lì abbiamo trovato una signora indiana, davvero una persona fantastica, che ha avuto la pazienza di mostrarci tutte le stanze interne, compresa una sala dove i ragazzi con problemi di droga e di inserimento, possono parlare con personale esperto per ricevere aiuto. E' una cosa molto bella, l'edificio mi è sembrato molto efficace. La parte più suggestiva è stata la sala vera e propria del congresso, bellissima.... sulla scrivania era messo un teschio di bisonte tutto dipinto, ed in alto sulle pareti c'erano dei dipinti stupendi che raffiguravano ogni rito sacro per la popolazione lakota. La signora ci ha permesso di fare una foto tutti insieme dietro la scrivania del consiglio, e ci ha dato dei fogli informativi dove viene descritta nei particolari, la rappresentazione di ogni immagine. Mi ha fatto molto piacere vedere le persone native all'interno con il sorriso sulle labbra... La gentilezza e la pacatezza di quella gente è impressionante.

Finita la visita, abbiamo fatto un giro per la riserva, dove purtroppo le condizioni di vita della gente rimangono povere .... La vista della spazzatura sparsa per terra, delle auto rotte e dei giocattoli dei bambini in mezzo alla strada, è stata molto triste.... Spero vivamente che i nostri filmati possano nel loro piccolo, contribuire per lo meno all'informazione della maggior parte della gente, che purtroppo vede in tv solo Beverly Hills e New York, dove di certo non viene mostrato "il terzo mondo" degli  Stati Uniti.

Tappa successiva, Mission. Abbiamo trovato un motel, dove avremo pernottato quella notte, e subito ci siamo diretti a Valentine per cenare. Durante il nostro cammino, abbiamo avuto l'onore di vedere due alci, bellissime, imponenti.... E dopo poco, anche un branco enorme di bisonti ci ha indicato la strada.... E' stato emozionante vederli dal vivo, sono splendidi. E' stato bello vedere molti cuccioli che giocavano, sono stupendi. Quel giorno i doni non erano finiti, e tornando a Mission verso il motel, siamo stati sorpresi da una Thunderstorm meravigliosa! E' uno spettacolo straordinario, davvero la Natura è così perfetta che ti lascia senza fiato.... La Thunderstorm è durata molto, e per me Tashunka Uitco era lì, con noi, che ci faceva sentire la sua presenza molto chiaramente.

Alla fine di questa giornata piena di doni inaspettati, ho pensato se davvero me li meritavo.

L'idea per il giorno successivo era di andare a casa di Florentine, incontrato da Danilo per caso a luglio, il quale gli aveva detto che se avessimo avuto piacere, ci avrebbe portato ad una sundance. Dopo averne parlato tutti insieme, la decisione è stata di provare ad andare e così abbiamo fatto il giorno dopo. Abbiamo trovato Florentine a casa insieme al fratello, mentre cucivano una coperta. Lui ci ha accolto tutti molto calorosamente e ci ha detto che quel giorno sarebbe rimasto impegnato per cucire la coperta, ma che se volevamo, la mattina seguente ci avrebbe accompagnati alla sundance. Ci siamo quindi dati appuntamento a Mission per il giorno dopo, e nel pomeriggio ci siamo recati a San Francis, dove abbiamo visitato il museo, molto bello. Dopo il museo, abbiamo fatto il giro della riserva di Rosebud, che ho trovato meglio rispetto alle foto viste degli anni scorsi... Tutto questo è naturalmente documentato dalle foto e dal filmato, che porteranno testimonianze vere.

La sera non siamo riusciti a trovare un motel a Mission, cosi dopo una strenua ricerca (spesso è stato difficile trovare posto per dormire, ad agosto il turismo è tanto anche in quei posti) abbiamo trovato posto in un campeggio a Valentine. Questo ha portato cambiamenti di programma per il giorno dopo.... Abbiamo cercato di avvertire Florentine, ma non era in casa.

Giorno 6 agosto: alle 7 del mattino ci rechiamo nuovamente a casa di Florentine, che avrebbe dovuto accompagnarci alla sundance, ma troviamo solo il fratello che ci avvisa che Flo è già partito per la cerimonia. Molto gentilmente, ci spiega nel miglior modo possibile la strada per arrivarci, dicendoci che avremmo visto come indicazione delle strisce di stoffa gialla ad un certo punto della strada.... Iniziamo ad avviarci ed io parto convinta che sarà Qualcuno a guidarci... se non troveremo la strada, vorrà dire che non era quello il momento di assistere alla sundance.... l'indian time abita ormai dentro di me e mi accompagna in ogni passo del viaggio.

Vediamo le strisce di stoffa gialla e svoltiamo quindi per una strada sterrata, ma non riusciamo a vedere.... il campo non c'è o sembra non essere lì. Ma, proprio quando stiamo per cambiare strada, a macchine spente ecco che ci giunge il richiamo dei tamburi, sempre più chiaro. Abbiamo trovato il campo.

Con tutto il rispetto possibile, ci siamo avvicinati molto lentamente. Abbiamo trovato Flo, che ci ha fatto stare vicino alla tenda della sua famiglia. Tutto quello che avvenne dopo non si può scrivere, nè raccontare..... Tutto quello che mi ha dato la cerimonia è dentro di me e mi ha lasciato un segno indelebile nello spirito. Il tempo si è fermato, nulla aveva più un corso regolare, non c'erano più le persone, tutto attorno a me è sparito. L'energia che ho avvertito è impossibile da descrivere se non si prova con la propria pelle, con il proprio spirito.

Il profumo inebriante della salvia bruciata è qualcosa di straordinario....

La tappa successiva è stata Wonded Knee, dove abbiamo fatto visita al cimitero.... Ho immaginato tutto, ho sentito la sofferenza che porta in grembo quella Terra e questo sentimento è stato dentro di me per tutto il tempo.

Successivamente, ci siamo recati a Pine Ridge, dove anche qui abbiamo girato e filmato la riserva .... Abbiamo provato a contattare Howard, ma c'è stata un'incomprensione al telefono, e non siamo riusciti purtroppo ad incontrarlo, ma siamo riusciti a vedere il pow-wow di Pine Ridge, è una cerimonia folkloristica molto bella.... i canti ed il suono dei tamburi mi trasportano sempre...

Inizia ora la seconda  parte del viaggio..... Direzione Badlands... Per prima cosa abbiamo cercato da dormire in un ranch, ma non avendo trovato posto nelle camere, abbiamo accettato una specie di capanna senza corrente e con l'acqua da azionare a manovella vicino al White River, che abbiamo trovato quasi completamente secco... E' stato bellissimo, sembrava di essere tornati indietro nell'800.

La mattina successiva ci siamo immersi nel pieno delle Badlands.... che dire, l'immensità e la maestosità che ho visto anche qui non è descrivibile.... Lì in mezzo ho sentito e ho capito quanto sono piccola in confronto a tanta bellezza, a tanta perfezione. Guardare quelle rocce infinite, maestose, con quei colori naturali incredibili, mi ha regalato un senso di libertà assoluta, mai provate emozioni simili.

Nel pomeriggio, siamo riusciti anche a fare una passeggiata a cavallo tra le rocce, per me è stato semplicemente meraviglioso. Il cavallo per me è uno degli animali che esprime meglio la libertà e viverla con lui lì tra le Badlands è stato un sogno che mai avrei potuto immaginare di vivere.

Più passano i giorni, e più il mio spirito si arricchisce, a volte ho quasi paura di non riuscire a contenere tutta questa ricchezza, Wakan Tanka è stato generoso con me, e non potrò mai finire di ringraziare.

Seconda notte nelle Badlands, troviamo da dormire in una specie di casa mobile, molto carina; lì abbiamo anche modo di usare la lavatrice e stendere il bucato...

Il giorno successivo, facciamo un altro giro dentro le Badlands, anche per filmare meglio il tutto e riusciamo anche a percorrere un lungo tragitto a piedi lungo cunicoli e archi naturali. E' bellissimo.

Arriva anche il momento di entrare nelle Black Hills...... qui il paesaggio cambia completamente e passiamo da rocce desertiche a colline verdissime, boscose, dove la Natura mostra la sua parte più rigogliosa.... Troviamo innanzitutto posto per dormire in un campeggio, e la mattina dopo, di buon'ora ci alziamo e ci rechiamo subito verso il Sylvan Lake, dove facciamo colazione e subito dopo iniziamo il giro del lago.... Anche qui la realtà supera di molto l'immaginazione... vedere le rocce e gli alberi riflessi alla perfezione nel lago è qualcosa di meraviglioso.... Penso che se il Grande Spirito ha creato da qualche parte il paradiso, questo si trova qui.

Dopo il giro del lago, iniziamo la lunga scalata (durata 2 ore....) verso l'Harney Peak, il centro del mondo per Alce Nero.

Ammetto, la salita ha provato molto il mio fisico, ma lo rifarei mille volte.... Ciò che si vede da lassù è impressionante. L'ombra scura delle nuvole si riflette sulle colline sottostanti l'Harney Peak e, secondo una nostra interpretazione, il nome Black Hills deriva proprio da questo.... l'ombra delle nuvole rende le colline nere.... E' una visione spettacolare, sarei rimasta lì sopra per ore, ore ed ore.... Abbiamo anche avuto la compagnia di scoiattoli piccolissimi, che curiosavano e mangiavano le briciole dei nostri biscotti.... Un'aquila è venuta a farci visita.... Non volevo più scendere. Lì avverti sulla pelle la presenza di Qualcosa di immensamente potente, si avverte molto, molto chiaramente.... Ho ascoltato molto più facilmente che in qualsiasi altro posto.

Abbiamo visitato Custer, dove purtroppo, come d'altronde anche negli altri posti delle Black Hills, pullulano i motociclisti, che rovinano tutto il paesaggio..... Ne abbiamo visti una marea, ma sfortunatamente siamo capitati nel periodo del raduno a Sturgis.

Abbiamo passato un'altra notte nello stesso campeggio nelle Black Hills ed abbiamo passato la successiva giornata girando nei dintorni....

10 agosto: Partiamo di mattina diretti verso Bear Butte, dove si trova un accampamento indiano, in protesta contro la costruzione infame di alberghi sulla collina sacra.... Arrivati lì, però, troviamo un solo tepee e qualche tenda e decidiamo di non accamparci con loro. Riusciamo però a fare un giro per l'accampamento e a vedere la collina... Al pensiero che vogliano rovinare anche quella mi sale una rabbia immensa..... Peccato non esserci potuti salire.

Da lì, partiamo subito verso la Devil's Tower, dove troviamo da dormire in un campeggio immerso nel verde, dove abbiamo avuto la compagnia di cervi che giravano liberi per il campeggio.... La sera siamo saliti fin sotto la torre.... è impressionante questo blocco immenso in mezzo alla prateria.... le unghiate dell'orso raccontato nella leggenda, si vedono bene e la rendono ancora più suggestiva. Siamo riusciti a vedere la luna dietro la torre, era uno spettacolo.

Il giorno successivo, abbiamo deciso di fare tappa in Nebraska a Fort Robinson. Ho visto il punto in cui si presume sia avvenuto l'assassinio di Cavallo Pazzo e lì, davanti a quella pietra, abbiamo fatto le nostre offerte e ho pianto. E' un luogo che mi ha dato sensazioni molto forti, mi ha riempito il cuore di dolore e di angoscia.

Dopo aver dormito a Charlston, ci siamo recati alla scuola Red Cloud, dove abbiamo anche visitato un museo con moltissimi quadri, tutti stupendi.  Nel pomeriggio, ci siamo avviati verso Lower Brulè, dove Florentine ci aveva invitato a pernottare in un tepee, era lì in occasione di un pow-wow. Durante il tragitto, ci siamo fermati a Porcupine, per cercare la scuola "Treaty Total Immersion School", alla quale verranno indirizzati i nostri prossimi aiuti, ma non siamo riusciti a trovarla. Arrivati a Lower Brulè, abbiamo assistito a tutto il pow-wow, davvero molto, molto bello.... C'erano tantissime persone, tutte vestite con costumi tradizionali, fatti a mano, ornatissimi. Hanno danzato senza stancarsi sino a tarda notte, ma noi siamo andati via perchè ha iniziato a piovere.

Il giorno successivo, abbiamo deciso di visitare il monumento e la tomba di Toro Seduto a Stending Rock. Sbagliando strada, abbiamo percorso un sentiero isolato dove abbiamo potuto ammirare lo spettacolo di una mandria di cavalli liberi, che ci ha seguito per un bel pezzo ed hanno anche fatto una corsa tutti insieme... è stato uno spettacolo che senza sbagliare strada non avremmo visto..... Ogni cosa qui mi convince sempre di più che tutto avviene per un motivo e che bisogna lasciarsi trasportare dalle percezioni .... la mente a volte da più frutti se lasciata a casa..... Abbiamo visto una pietra, che, secondo la leggenda, rappresenta una donna indiana con un bambino sulla schiena che, quando la tribù decise di spostarsi a sud, decise di rimanere nell'accampamento e quando qualcuno tornò a cercarla, la trovarono fusa insieme alla pietra. Dopo diversi giri, siamo riusciti a trovare il luogo in cui è stato ucciso Toro Seduto.

Il nostro viaggio purtroppo sta piano piano arrivando alla fine..... mancano pochi giorni e mi chiedo come farò a tornare a vivere nella realtà di Torino? Gli ultimi giorni li abbiamo trascorsi a Mobridge, una cittadina dove abbiamo trovato un motel per dormire, e poi abbiamo visitato un museo indiano e dei negozi all'interno della città. Successivamente, ci siamo diretti a Mitchell, dove abbiamo visitato un altro museo e fatto un giro per i negozi.

Il viaggio di ritorno verso l'aeroporto era ormai a metà.... Prima di arrivare a Minneapolis, ci siamo fermati nuovamente a Pipestone, facendo tappa a Sioux Falls per pranzo, dove abbiamo potuto vedere le cascate ed il parco.

Ultima notte prima di dormire a Minneapolis: Marshall.

16 agosto: Minneapolis......... trauma, trauma ed ancora trauma.... Abbiamo fatto un giro per la città nel pomeriggio per cercare un trolley da comprare... molti di noi ne avevano bisogno perchè tutte le cose che abbiamo comprato non ci stavano nei bagagli originali.... Che angoscia vedere di nuovo una grossa città come quella, con i pullman, le strade, le macchine.... i grattacieli!!!! E' stato per me come tornare in prigione...... le 4 mura grigie di casa mi aspettavano .... non potevo scappare.

Ed ora eccomi qui, tornata nelle 4 mura di casa, a sentirmi costantemente come in una prigione, a fare una vita che non mi appartiene. Questo viaggio mi ha fatta tornare con lo spirito ricchissimo, pieno... pieno di aria vera, di libertà..... ho respirato ossigeno, e mi sono resa conto, anzi... mi sto piano piano rendendo conto di non aver mai respirato veramente, di non aver mai vissuto così tanto. I momenti che mi sono stati regalati, in cui sono salita su una collina a piedi scalzi, dove attorno a me non c'era altro che prateria e cielo, e il vento che mi parlava.....lì ho sentito, ho avvertito chiaro come il sole, l'unione con tutte le cose, ho sentito la terra soffice di cui faccio parte, unita al cielo, agli alberi, agli animali, ad ogni essere vivente. Questi sono momenti che hanno lasciato un segno indelebile dentro di me, hanno risvegliato una parte di me che non conoscevo, ma che ora conosco ed è una parte che adesso farò fatica a tenere nascosta.... Il bisogno di quei prati, di quell'aria, di quella libertà è sempre più forte in me..... e penso che continuerà a crescere.

Voglio dire GRAZIE di cuore a tutti i miei compagni di viaggio, che mi hanno fatto passare giornate che mai dimenticherò e con cui ho condiviso emozioni immense. Grazie ad Alex, che mi ha dato la possibilità di fare questo viaggio e che mi ha mostrato la strada.... che ora sto percorrendo con i miei passi e spero di riuscire ad intraprenderla sempre meglio.... Ed infine GRAZIE soprattutto a Wakan Tanka, che mi ha regalato attimi di chiarezza nel mio spirito, attimi di emozione intensa, e che mi ha mostrato il vero modo di vivere.... e mi ha dato la possibilità di mettere piede in Terra Sacra.

Veronica

IL RACCONTO DI BIG MARIO

01 agosto 2006.

Ecco, va immaginata così. E' una cartina geografica, quella dell'Italia.Una cartina vista dall'alto.

Con un punto illuminato, vicino alla capitale, si chiama Fiumicino.

Alle ore 10,30 circa si accende un altro punto, a nord dell'isola della Sardegna, Sassari. Da quel punto illuminato si traccia una via verso est, si ferma quasi subito.

Subito dopo si accende un altro punto, ma non nell'Italia, bisogna andare in Svizzera, un cantone che si chiama Grigione. Da quel punto parte un'altra traccia che entra nell'Italia e si dirige verso il punto chiamato Fiumicino, al centro sud.

Dal nord Sardegna si riaccende il punto ed alle 13,05 circa traccia un'altra linea che attraversa tutto il mare e nello spazio di un'ora arriva proprio nel punto chiamato Fiumicino, vicino a Roma. Ma non si ferma la linea, prosegue per la vicina capitale, e lì sì. Lì si ferma.

Sono più o meno le quindici del pomeriggio quando quella linea si ferma e sono più o meno le 17,30 quando si ferma la linea partita da Grigione. Lei non ha fatto soste, non ha mai rallentato. Si ferma a Roma.

La notte del 1° agosto, o se preferite, la mattina del 2 agosto, alle tre si accende un altro punto della cartina.

E' Rimini. Quel punto ha in carico quattro persone, due del posto e due provenienti da Torino, via Campobasso.

Si accende ed anche lui comincia a tratteggiare una lunga linea, scende giù, verso il punto d'incontro.

Si ferma ad Ancona, deve prendere altre due persona la linea.

Alle sette del mattino, circa, si accende un altro punto ancora. E' l'ultimo, è Milano.

Un altra linea viene tratteggiata e punta direttamente a Fiumicino.

Alle otto del mattino Roma si illumina contemporaneamente per due persone, entrambe cominciano l'ultimo tratto di strada passando per Termini.

Anche la linea partita da Rimini e fermatasi ad Ancona passa prima per la stazione di Termini.

Tra le nove e  le nove e trenta tutte le linee si incontrano. E' l'aeroporto di Fiumicino, Gate C.

Quello per i voli internazionali.

Sono viaggiatori normali le nove persone che effettuano il check-in, sono persone che stanno per intraprendere un normale viaggio che da Roma li porterà a Minneapolis, via Cincinnati.

E sono normali tutte le pratiche burocratiche da espletare, quelle legate al passaporto, quelle legate al bagaglio ed all'imbarco.

Le persone addette al check-in no, quelle tanto normali non lo devono essere se li bombardano di domande inutili circa la natura dei loro nomi propri, non sanno qual’ è la sigla della Svizzera, e ci scommettono anche su. E chiedono anche al sardo la natura del proprio passaporto, e gli chiedono la sigla della Sardegna. "Quattro mori" risponde il sardo "che però si son tolti la benda per cercare di capire che cacchio succede." Usciranno dal check-in dopo un'intera squadra di un qualche sport con la maglia amaranto, erano una ventina, loro.

Contro nove.

Sono ancora viaggiatori normali quelli che affrontano circa dieci ore di volo con la proiezione di tre film, uno incentrato sul presidente di turno degli USA che, guarda caso, è minacciato da dei cattivoni, ma nel cinema no, il presidente è sempre salvo. L' altro riguarda, invece, una rapina ad una banca da parte dei terroristi di turno che però tanto terroristi non sono, anzi rivelano all'investigatore di turno, tremendamente in gamba di nome Denzel Washington, che il direttore di quella banca si è arricchito con loschi affari ai tempi del nazismo, ed il terrorista, che tanto terrorista non era, porta a buon fine la sua rapina e diventa simpatico a tutti. Con la faccia di Clive Owen e la regia di Spike Lee, credo che chiunque diventerebbe simpatico dopo aver rapinato una banca. Il terzo film, invece, è più serio: c'è Robin Williams che porta la sua famiglia a spasso con un camper scassato, un camper che dimostra di non saper neanche guidare e che battezza con il nome di "la grande cacca". La sua famiglia non è per niente contenta del viaggio, anzi gli è proprio ostile ma per lui è l'unico modo per non perdere il suo lavoro, anche se lo perderà, alla fine. Ma perchè lui ci rinuncia, perchè in realtà vuole molto bene alla sua famiglia anche se non è perfetta e perchè vuole molto bene anche ai suoi nuovi amici anche se non sono perfetti, e che si fotta il suo gran capo. Tutti contenti quindi e... udite udite... gran finale: Robin Williams trova un altro lavoro.

E’ l’America che nove normali viaggiatori stanno per incontrare.

Sono viaggiatori normali quelli che a Cincinnati rispondono alla dogana di essere lì per una vacanza, e non per progettare od eseguire attentati. Sono viaggiatori normali quelli che aspettano le valige, che arrivano con qualche ritardo, e sono viaggiatori normali quelli che ripartono un'ora e mezza dopo per Minneapolis, sotto un bel sole, sotto tanta luce con il fisico di ognuno di loro che comincia a chiedersi: "Che diavolo succede? Non dovrebbe essere notte? Ed io, non dovrei essere a nanna?"

E sono ancora viaggiatori normali quelli che scendono a Minneapolis, incontrano il decimo componente del gruppo e ritirano i bagagli, uno per uno.

Uno per uno. Tranne uno. Uno no, se lo sono perso.

Prima avventura per i viaggiatori normali, un bagaglio non è arrivato a destinazione, rapida la ricerca per tutta la sala, amara la conclusione: non c'è.

In due si avvicinano a chiedere informazioni, la diretta interessata, una delle tre donne, e quello che, del gruppo, sembra avere il miglior affiatamento con l'inglese. Si fanno capire subito i due, da una persona gentilissima che individua subito il bagaglio scomparso, è finito ad Atlanta.

Bene.

Almeno l'hanno trovato.

No, male! Che cacchio ci fa ad Atlanta? E chi lo va a prendere adesso?

Tranquilli, dice il signore gentilissimo, ci pensiamo noi.

Vuole solo sapere dove farcelo avere.

E qui, i viaggiatori si accorgono di non essere tanto normali neanche loro, perchè l'unico recapito che possono dare è Northfield, motel Super 8 o similar (chissà poi cosa vorrà dire) presso il quale pernotteranno quella notte, ma solo quella notte. Poi chi li trova più? Quindi, signore gentilissimo dall'accento americano, ci faccia avere quel bagaglio a Northfield, prima dell'alba, o non se ne fa niente.

Avrete il bagaglio prima dell'alba, garantisce il signore gentilissimo dall'accento vagamente americano.

Seconda avventura per i viaggiatori normali, far capire ad una ragazza carina di venticinque anni dal nome di Hiwof, dall’ eritreo (o era Etiope?) che vuol dire life, ovvero vita, che loro, i dieci viaggiatori normali vogliono noleggiare due auto per quindici giorni, ma che non vogliono né essere spennati, né viaggiare in vetture improbabili, e dato che in quel mese dell'anno le pratiche sono tante ci sono poche macchine da scegliere. La bella mora spara 3.300 dollari ai due titolari di carta di credito a cui intestare l'auto. Non se ne parla, rispondono i due, ricominciamo da capo. Dopo un piccolo braccio di ferro fatto di pensamenti e ripensamenti si torna alle macchine scelte per prime, il prezzo finito sarà circa 2.900 dollari.

Ti vogliamo bene, Hiwof, sarai nei nostri sogni per tutta la notte ma ora abbiamo fretta di andarcene.

Per il fisico sono le tre di notte, altro che vita!

Sveglia alle quattro del mattino locali, il fuso orario ha colpito nel segno. Prima tappa dopo le sei alla reception per verificare lo status di quel bagaglio smarrito.

I complimenti a tutti: il bagaglio è stato davvero recapitato.

E' finito l'incubo dei viaggiatori normali, quello di atterrare in un posto diverso dal proprio bagaglio.

Ore otto circa, dopo colazione.

Il gruppo di dieci viaggiatori compone le squadre in auto: cinque e cinque.

E... Eh no...

Da questo momento in poi, i viaggiatori non sono affatto normali. Perchè quello che comincia non è un viaggio normale.

Eh… no, …proprio non lo è. Ed anche l’America, quella dei film sull’aereo… no, non è quella l’America che li interessa.

PIPESTONE

E' la prima tappa, dopo circa due ore e mezza di macchina, su una strada continuamente deviata da interruzioni per lavoro, ma comunque scorrevolissima, i due autisti prendono dimestichezza con l'auto e con le strade americane. Si arriva a Pipestone come da programma prima di pranzo, le spese nel negozio sono d'obbligo, un negozio pieno colmo di gadget, anche troppi perchè molti hanno il marchio della Cina, della Thailandia, meglio stare attenti. Ma la tappa vera è propria è il Museo con il suo Circle Trail, è lì che si trova la catlinite con cui gli antichi costruivano la sacra pipa.

Gli antichi.

E' lì che alcuni dei viaggiatori vengono attirati dal potere stesso della pipa e decidono per comprarla. Non tutti, solo quelli che se la sentono.

La visita al parco, di per sé, avrebbe qualcosa di turistico, se non fosse che siamo in un posto che pochi giorni prima è stato teatro di una Danza del Sole.

Pochi giorni prima.

C'è ancora il cerchio montato, non c'è più l’albero, così ci si può avvicinare.

I viaggiatori non sono normali, e non è normale nemmeno il viaggio. Questa è la prima volta in cui se ne rendono contro per davvero, o se preferite, è la prima volta che sentono di non essere in un viaggio normale. Un conto è saperlo, saperlo con un anno di anticipo che non sarà un viaggio normale. Tutt'altro conto è trovarcisi dentro e sentire che non è un viaggio normale.

Dopo il parco sperimentano il primo pranzo in terra americana. Anche quella è una scoperta. Se ne rende conto, per primo, il fisico di ognuno di loro. "Dove diavolo ci hai portati?" Chiedono subito in coro fegato, intestino e stomaco. Il cervello non gli risponde, tanto non capirebbero.

Dopo Pipestone, tutta una tirata fino a Chamberlain, altre due ore e mezza di macchina con altri due autisti, più persone guidano meno gente si stanca.

Niente Super 8 o similar (chissà poi che vorrà dire). A Chamberlain c’è un bel camping dove hanno giusto il tempo di montare le tende, quattro, e subito si recano da qualche parte a cena.

Il posto scelto sembra uscito da un film western, cowboys ubriachi compresi, la fine serata riserverà anche uno spettacolo fuori programma, capita quando si esagera. Ma è l'ingresso il momento più curioso: una delle tre ragazze, la più giovane, viene presa di mira dalla cameriera. Vuole qualcosa la cameriera, e la vuole da lei. La donna è incredula e chiede agli altri: "Ma cosa vuole questa da me?" Ha ragione, in mezzo a dieci persone perchè prendersela con lei? In mezzo a tutto quel mare di parole slungate uno del gruppo capisce che la cameriera non si fida di quel viso dolce e giovane. Giovane, la parola chiave. Vuole vederle i documenti, perchè le leggi sono severe in quella nazione, anche per i viaggiatori normali, figurarsi quelli non normali. Non si beve in un locale se non hai ventuno anni. La donna in questione ne ha venticinque di anni, come dimostra il passaporto ora esibito, ed è pure sposata se può contare. Comunque è l'uomo con il passaporto sardo a capire la richiesta della cameriera, e dato che c'è, suggerisce di controllare anche la donna con il passaporto svizzero, casomai avesse avuto ragione quello del check-in di Fiumicino. La donna con il passaporto svizzero è in regola, la cameriera deve essere più abituata di quell’idiota di Fiumicino.

La mattina a Chamberlain è quasi fredda.

Niente bagno nel Missouri, uno dei fiumi più lunghi del mondo e che sta a pochi metri da dove il gruppo ha piantato le tende. Ma molte foto, e ci si concede anche un bel caffé, quello vero. Li aspetta l'Akta Museum, nonché un negozio dove molti del gruppo lasceranno parecchi soldi. A l'Akta Museum è tutto un delirio di oggetti e non solo, qualcuno si innamora di una arco, qualcun altro di un copricapo, ma tanto ci si ripassa sulla via del ritorno, meglio non caricare subito le macchine.

Da Chamberlain il gruppo si muove verso la prima riserva, Lower Brulè, dove ad attenderli trovano, sulla strada, un gruppo di cavalli che si lascia accarezzare e fotografare, e nella riserva vera e propria che girano in macchina trovano solo dei lavori in corso, così il gruppo decide di salire in alto per verificare se si può entrare a visitare la sede del Council Tribe. Ci si arriva dopo un breve percorso in auto tappezzato di cartelli che invitano a votare questo o quel candidato. E' periodo di rinnovo a Lower Brulè, quest’anno è candidata anche una donna. Alla sede il gruppo viene invitato ad entrare e, sorpresa non da poco, sembra atteso, pur sapendo di non esserlo. Dal nulla compare una signora che si offre subito di fare da guida per tutta la sede, proprio come se li stesse aspettando. Il gruppo accetta e segue la signora che, pazientemente, spiega i punti salienti dell'edificio,. L'inglese non è ottimo, ma fra il passaporto sardo e la donna sposata di venticinque anni che deve esibire i documenti nel locale degli ubriaconi, il gruppo riesce a capire quasi tutto.

E' diviso in tre parti l'edificio, il primo che visita il gruppo è molto delicato, si capisce subito da come la signora abbassa il tono della voce, e da come, prima di proseguire, si accerti che non ci siano "ospiti" all'interno. E' divisa in tre reparti, il primo accoglie chi ha problemi legati ad alcol e droga; il secondo accoglie i bambini di chi non può tenerli, nel senso di asilo nido o simile; il terzo, il terzo è forse il più doloroso agli occhi del gruppo, perchè la signora dice che accoglie le donne che hanno problemi.

Ora.

Un alcolizzato ha problemi. Un drogato ha problemi. Né l'alcolizzato, né il drogato sono uomini, e non sono donne. Sono alcolizzati e drogati. Se esiste un reparto che accoglie altra gente con problemi significa che non sono né drogati né alcolizzati. E se sono donne, significa solo che i problemi, queste signore, ce li hanno con gli uomini. Che siano presenti o meno.

Non è facile provare ad approfondire, e forse non è neanche giusto.

La visita continua nella seconda parte dell'edificio, ma qui il gruppo cammina spedito perchè è la parte amministrativa, niente di importante da sapere. Si arriva quindi alla terza e più importante parte, quella sala conciliare costruita con la forma di un tepee ed all'interno della quale il consiglio vota e decide delle sorti della riserva. E' affascinante e si presenta bene, nella parete alta la signora ci fa notare e ci spiega il significato di ognuna delle rappresentazioni, fino ad arrivare la mito del bisonte bianco. La signora concede una foto a tutto il gruppo posizionato dietro la tavola dei consiglieri.

Il gruppo, ora soddisfatto, ritorna al punto di partenza, dove la signora chiede a tutti di firmare un registro delle visite.

Quindi saluta il gruppo.

Si chiama Evelyn la signora.

Lasciato Lower Brulè il gruppo si dirige verso Mission, una cittadina che li avvicina alla riserva di Rosebud, dove alloggiano in un motel Super 8 o similar (chissà poi che vorrà dire) chiamato L'Antilope. Non si ferma il gruppo, prosegue invece per Valentine, una cittadina a trenta minuti di macchina da Mission dove il gruppo vuole incontrare una vecchia conoscenza e fare un tuffo nel Niobrara River. Per la strada il gruppo coglie l'occasione di ammirare un po’ di fauna locale, dal cane della prateria fino al primo incontro con i bisonti, anche se ancora lontani.

Cena a Valentine, il locale si chiama Papermiller e poi ritorno a Mission, nel tragitto si vede in lontananza una Thunder Storm.

La mattina del 5/8 il gruppo si rende conto che se è vacanza per loro, non lo è per gli altri. Effettivamente è sabato e trovano un museo chiuso che il capogruppo avrebbe voluto fargli visitare. Spostamento, allora, a Valentine, dove il gruppo è atteso da un altro negozio e da un internet point ("siamo ancora vivi" scrivono ai fratelli di Sentiero Rosso, "e stiamo bene"), tramite il quale ricevono, attraverso il presidente dell'associazione, il numero di telefono e l'indirizzo di Howard Olson, collaboratore di Russel Means, e loro ospiti del gruppo di giugno. E c’è anche una vecchia conoscenza a Valentine, Florentine Blue Thunder. Lo trovano a casa sua che lavora, dice di essere "really busy", ed è vero, con il fratello sta finendo di cucire una coperta. Flo da appuntamento al gruppo per la mattina dopo, l'appuntamento è all'Antilope motel di Mission dove il gruppo ha intenzione di pernottare, da lì Flo li scorterà nei pressi di Rosebud dove ci sarà una danza del sole che ha qualche legame con la sorella, sembra di capire.

Pranzo a Valentine e successivo spostamento in macchina con destinazione Rosebud per il museo e per la scuola di Travis. Ma prima... bisogna provare a fare il numero di Howard. Il gruppo incarica il passaporto sardo di provare ad intavolare la discussione. Ma non c'è linea, bisogna riprovare.

Partenza per Rosebud.

Ci si arriva in breve, ma prima... C'è un progetto che bazzica per la mente di tutti, quello di trovare un fornello da campeggio, facilmente trasportabile con il quale fare del buono e sano caffé italiano. Il fornello si trova in negozio, hanno anche la ricarica al propano, il gruppo controlla la durata della bomboletta e decide che basta ed avanza per tutto il resto del viaggio, compra il fornello dividendo la spesa fra tutti, esce dal negozio in fase di proclama di vittoria e con la convinzione che faranno il caffé più buono di tutti i tempi. "Non passiamo al supermercato a prendere l'acqua?" chiede una delle tre donne. Gli uomini consultano la ricetta che si sono portati dietro dall'Italia: fornello, bombola per il fornello, fuoco per accendere il fornello, zucchero, caffé ed acqua. Ha ragione la donna, l'acqua è un elemento indispensabile

E' pomeriggio quando si passa per Rosebud.

Prima tappa il museo, altri acquisti, nessuna foto, molto passato.

La scuola di Travis è chiusa, dopo il museo si fa un giro in macchina.

Non è un belvedere anche se sta meglio di anni fa. La riserva non è in buone condizioni, e fa male passarci anche se solo da spettatori. I pensieri sono mille, la macchina stessa rallenta senza la volontà degli autisti. I giardini non curati, le macchine vecchie ed abbandonate, giochi per bambini solo accennati e malriusciti. Ad un occhio poco attento sa tanto non di desolazione, quella c’è in tante altre parti, sa di rassegnazione. Come se un popolo che non ha conosciuto i fasti di cui si racconta in libri e videocassette, non abbia nessuna, proprio nessuna possibilità, di ritrovarli, almeno in parte.

Non si vede gente che vuole correre dietro ai bisonti, ma gente che pensa che il massimo che si possa avere sia proprio quello, allora perché andare oltre? Si vede gente probabilmente arcistufa di registrare il passaggio per le proprie strade di macchine come quella. Magari macchine piene di persone avide di tragedie altrui, di disgrazie altrui. Quasi come se la consapevolezza del loro status possa fungere da monito al loro di status. Eppure è gente che apre la porta, sempre e comunque, per i giudizi c’è tempo e non spetta a loro. E poi, se quelle persone volevano solo farsi un giro, c’è quello che resta delle torri gemelle, no?

06 agosto 2006

E’ mattina presto quando il gruppo si dirige verso l’abitazione di Flo, lui non c’è. Già perché, a causa di una categoria di persone chiamata Bikers e che in quel periodo dell’anno sono i benvenuti in qualunque cittadina del paese, i posti per dormire sono sempre meno, così il gruppo rinuncia a Mission, trova due posti liberi al camping di Valentine ed avverte Flo del cambio di programma. Il fratello indica la direzione da prendere per arrivare alla Danza del Sole che aveva anticipato il giorno prima.

Con un po’ di fatica il gruppo arriva presso la Danza del Sole.

Non è facile parlare di una cerimonia così importante e sacra al tempo stesso. E non è nemmeno concesso, così mi limiterò ad esprimere solo alcune delle mie sensazioni. E’ innegabile l’effetto che provoca presso lo Spirito di chi è in grado di percepirlo, ed è innegabile la sacralità che si respira e che si può, in un certo senso, toccare con mano. C’erano molti bianchi come noi ad assistervi e c’erano molti bianchi che danzavano. La sacralità, indubbiamente, non è esclusivo appannaggio di questa o quella razza. Ed il fatto che molti bianchi chiedano di parteciparvi mi fa soltanto capire quanto potente e sacra possa essere questa. Che poi un bianco ci si avvicini perché ha carenza di spiritualità, o perché cerca un qualche riscatto personale proprio nel sacrificio fisico che tale danza provoca, è e deve rimanere solo un problema suo che risolverà con i suoi spiriti. Questa eventualità non deve condannare il resto delle persone pure e sincere, né può farlo. Così come, di contro, non deve essere condannato l’operato di persone pure e sincere anche se portato avanti in conseguenza di azioni raggiranti e mirate solo al raggiungimento di un profitto commerciale. Anche per questi, ci penseranno gli Spiriti a tempo debito. “Al mondo non esistono uomini perfetti, esistono intenzioni perfette.” Diceva un vecchio saggio da qualche parte che non ricord

Lasciano Flo con l’accordo di ritrovarsi da lì a qualche giorno a Lower Brulè per un Pow Wow.

E’ una condizione particolare quella che accompagna il gruppo in direzione di Wounded Knee.

Una condizione dettata dall’aver respirato l’aria della riserva di Rosebud.

Ed a Wounded Knee non sono attesi da bande o fanfare, sono attesi dagli Spiriti più potenti che possano esistere: gli Spiriti dei ricordi.

Ce ne sono tanti lì, seppelliti sotto qualche metro di terra eppure così vispi ed arzilli, tutti a ricordarci non solo i fatti in sé, quelli propri del posto, quanto i principi in essi raccolti. Nessun popolo, nessun popolo, dovrebbe subire l’ingiustizia del vedersi portare via le proprie tradizioni, la propria cultura e la propria identità da nessuno. Meno che mai per scopi effimeri come il desiderio di potenza, di possesso e di gloria.

Il museo è lì solo per raccogliere fondi, per tenere vivi quei ricordi, quelli che fanno sì che certe cose non accadano più, o quelli che dovrebbero fare sì che certe cose non accadano più. L’orgoglio, la resistenza, la natura stessa di un popolo piegati dallo strapotere militare di una razza superiore solo in quello: nel numero e nella potenza di fuoco. Piegati sì, non ancora spezzati per fortuna. E lo dimostra il fatto che gente come quella che attraversa il cimitero o fa il suo ingresso al museo ha fatto ore di aereo e miglia di macchina solo per rendere omaggio a degli eroi, degli eroi veri, non resi tali da un’astuta e programmata campagna pubblicitaria e mediatica. Ci hanno provato a seppellire gli Spiriti, e per un po’ ci sono anche riusciti, ma sono riaffiorati, riaffiorano sempre finché trovano qualche animo nobile disposto ad ascoltarli non per amore del bello o del leggendario ma per amore del giusto e del vero.

Non riusciranno a seppellirvi.

E’ questa la promessa del gruppo.

A Pine Ridge l’appuntamento, in un certo senso, sarebbe con Howard Olson che il gruppo ha cercato di contattare il giorno precedente. Al telefono, al passaporto sardo, ha risposto una donna molto gentile che gli ha detto che Howard l’avrebbero trovato al Pow Wow di Pine Ridge, e che lì si poteva parlare con lui. A Pine Ridge, purtroppo, non c’era. Un’altra chiamata allo stesso numero del giorno precedente non chiarisce l’equivoco, pare che Howard si muova spesso e senza preavviso, così il gruppo rinuncia a Pine Ridge e si dirige, di comune accordo, direttamente alle Badlands, rinunciando al Pow Wow data la strada da percorrere ed il tempo che stringeva nonostante l’ora guadagnata con il fuso orario.

L’arrivo presso le Badlands è fra i più suggestivi. Le vedi da lontano le Badlands, non puoi far finta di niente, non puoi fingere che stanno per arrivare, devi fotografarle subito, anche se sei molto lontano. L’intenzione è quella di pernottare in un Ranch indicato dal gruppo di giugno, di sfruttare, quindi, una di quelle notti nei Super 8 o similar (chissà poi che vorrà dire) e la mattina esplorare in lungo ed in largo le Badlands. E’ tardi quando arrivano al Ranch e non c’è più posto, a meno che… propone l’uomo del ranch… “a meno che?” chiedono capogruppo e passaporto sardo, “a meno che non vi accontentiate di una sistemazione” … … … “eh?” Chiedono all’unisono i due, si fa prima a vederla.

Scendendo giù per il Ranch, molto giù, il gruppo viene guidato presso quella che da qualche parte chiamano “La Tanca”, ovvero il rifugio dei cacciatori, degli agricoltori o dei cowboys in questo caso, al termine di una giornata di lavoro e quando non vogliono rientrare in casa. Il posto somiglia molto al tugurio del Grande Fratello e provoca una forte ilarità in tutto il gruppo. Non c’è energia elettrica, l’acqua arriva tramite una pompa a pressione che si attiva con il marchingegno vecchio west e solo dopo un piccolo trucco. C’è una sola stanza con due letti ed una verandina. Il gruppo è divertito, sono le tre donne ad esprimersi per prime, “per una notte si può fare, e la racconteremo”. Si tratta sul prezzo, l’uomo del Ranch spara ottanta dollari più le tasse, si scenderà a sessanta tasse incluse. Affare fatto, i cowboys li lasciano dopo aver preso i soldi ed il gruppo utilizza gli ultimi attimi di luce per le riprese e per le foto di rito a quel Motel Super 8 o similar (chissà poi che… … ECCO COSA VUOL DIRE SIMILAR!)

Per il sito, il gruppo di agosto immortala in immagine digitale quello che può essere definito Motel Similar

07 agosto 2006

Bisogna immaginarla così.

La macchina che procede alla velocità di circa quaranta, forse cinquanta miglia ma non di più, altrimenti il panorama, la suggestione, le sensazioni che nascono velocemente altrettanto velocemente muoiono, invece  no. Bisogna coglierle. Prenderle al volo e farsele proprie. Cucirsele sulla pelle come se fosse un abito per tutte le stagioni, per tutti i giorni e per tutte le notti. Con la radio che interviene dando una mano con una frequenza piovuta chissà da dove e che allieta la passeggiata con brani dei Creedence, dei Doors, di Springsteen, dei Lynryd Skynryd, tutti in sequenza, quasi a rendere omaggio agli ospiti.

Bisogna immaginarla così, una macchina che avanza in mezzo ad uno degli spettacoli più belli che sia concesso di vedere.

Le Badlands.

Così cattive, così terre.

Così aride, eppure così spettacolari.

Alla prima tappa il gruppo fa la prima passeggiata e la prima serie di foto.

Alla seconda  si sparpaglia, ognuno di loro si sceglie un angolo per sé stesso.

Personalmente credo che la sensazione di infinito che si prova nell’osservare simili spettacoli che Madre Natura ancora ci riserva non dovrebbe essere solo un piacere riservato agli animi dotati di una qualche sensibilità, dovrebbe essere anche un monito rivolto a quegli animi che la sensibilità l’hanno scordata da qualche parte. Sembra che voglia dirci: “Vi date tanto da fare per migliorare la vostra posizione sociale, per arricchirvi sempre di più ed accumulare privilegi materiali che possono darvi solo soddisfazioni materiali trascurandomi in continuazione.

Ed io sono ancora qui, e sempre sarò qui.

E voi, prima o poi, tornerete da me.

Perché questo è il vostro ruolo.”

Mentre ero seduto in uno di qualunque di quei punti maestosi non potevo fare a meno di sentirmi piccolo, dannatamente piccolo. Quelle terre sono lì da millenni e continueranno ad esserci ancora per millenni, e soprattutto stiamo certi che sopravvivranno a noi. Eppure noi continuiamo a violentarla, a scavarci dentro per estrarne un liquido importante per la nostra economia ed in nome del quale siamo in grado anche di scatenare guerre. Continuiamo a violentarla non seguendo quello che è il principale dei suoi insegnamenti: il rispetto per ciò che ci ha creati.

Eppure, ogni volta che troviamo il liquido, che ci costruiamo sopra una costruzione moderna infangando tutto ciò che c’è intorno, noi lo chiamiamo successo. Mentre, invece, quando lei esprime il suo potenziale perché infastidita dal nostro continuo mancarle di rispetto, ecco che la chiamiamo sciagura.

Mentre ero seduto in uno qualunque di quei punti maestosi non sono usciti che pensieri positivi rivolti alle persone a me molto care, ed anche a persone che non mi sono così tanto care e che pure ne hanno bisogno. Sono convinto che ad ognuno di loro sia arrivato a destinazione con la velocità e l’immediatezza che nessuna mail, nessuna posta prioritaria potrà mai eguagliare. Sono convinto che ad ognuno di loro sia arrivato senza mittente, senza oggetto e senza “distinti saluti”. Magari sotto forma di una leggera brezza che ha accarezzato la loro guancia in un attimo in cui il sole misurava trentotto gradi all’ombra.

Ecco, è così che bisogna immaginarla.

Magari con una musica di Zimmer in sottofondo.

Non è facile uscire dalle Badlands, ognuno del gruppo si volta in continuazione dietro, quasi come se il corpo cercasse istintivamente di recuperare quel pezzo che ha lasciato. In realtà non ci rimane proprio niente di lì, al contrario, ogni pezzo del proprio corpo ne esce rigenerato, rigenerato da una nuova energia che non si può definire, e che lasciamo definire a chi ha tempo da perdere per studiarle queste cose. Inoltre il gruppo ha ancora un giorno da dedicare all’esplorazione delle Badlands, la sera alloggio ad Interior, primo bucato e grigliata e l’indomani allontanamento verso le Black Hills, ma non senza aver visto la seconda parte di quelle Terre Cattive.

Nel pomeriggio c’è anche tempo per una cavalcata, esperienza nuova per alcuni, ritrovata dopo anni per altri, ma suggestiva, molto suggestiva. In piena prateria una bella passeggiata a cavallo e sotto il sole, non senza alcuni inconvenienti capitati ai meno esperti.

08 agosto 2006

Lasciare la Badlands non è affatto facile, ma sono le Black Hills quelle che attendono il gruppo.

Il posto più sacro.

Il punto di riferimento è Custer State Park, nei pressi della città di Custer, lì è previsto un pernotto di due notti in campeggio, niente Motel Super 8 o similar. Ci si arriva con qualche tentennamento a Custer, una pattuglia ferma le macchine e fa fare inversione, la strada è chiusa per tre ore, il che riporta il gruppo alla realtà. E’ invasa di motociclisti la città, si chiamano Bikers e si capisce che l’economia di questi paesi investe parecchio sul loro pellegrinaggio in moto. Tuttavia, questo il gruppo lo scopre il giorno dopo leggendo i giornali, il motivo che ha causato la chiusura della strada non è né economico né spirituale, semplicemente due o più esponenti di bande diverse hanno pensato bene di scambiarsi i loro reciprochi punti di vista a suon di pistolettate, ricordando, così, come si faceva ai tempi in cui i cowboys cavalcavano verso il tramonto e risolvevano così i loro disaccordi.

Comunque… il gruppo arriva intatto al Custer State Park, dove monta le tende e riparte subito per la città,  li aspetta la spesa per la cena e subito a nanna, la mattina ci si alza presto, li aspettano il Sylvan Lake e l’Harney Peak.

09 agosto 2006

E’ mattina presto ed il lago fa un impressione ancora più notevole visto a quell’ora.

C’è la possibilità di aggirarlo, di vederlo sotto tutti i punti di vista e le foto si sprecano. Quello che colpisce di più è la sua immobilità, al punto che il suo stesso riflesso sembra un gioco di specchi.

Verso le dieci il gruppo chiama a raccolta tutte le sue capacità di scalatori.

C’è da arrivare su, in cima all’Harney Peak da dove si potranno ammirare le Black Hills in tutto il loro maestoso potenziale. Tempo previsto della scalata circa due ore di camminata costante.

Ci vorrà un po’ meno di due ore, e quello che si presenta sotto gli occhi ed i sensi del gruppo non può avere parole sufficientemente adeguate per descriverlo.

Anche alle Black Hills è successo qualcosa che non si può descrivere.

Qualcosa ad ognuno di noi. Dopo circa due ore di scalata io, personalmente, ho cambiato la maglietta che avevo indosso con un’altra che mi sono portato appresso, perché sapevo che avrei sudato parecchio e così è stato. Ma quando sono arrivato in cima e mi sono separato dagli altri, perché, come nelle Badlands, ognuno ha cercato un suo posto personale, è cominciata un’ora che non saprei né ricordare né descrivere. So solo che c’è stata, perché il tempo è trascorso, oggettivamente. E’ stato come in una di quelle curve temporali di cui parlano i quantistici. Il tempo è passato per tutti tranne che per te, per il tuo orologio biologico che è rimasto fermo. Tanti sono stati i pensieri che hanno attraversato la mente, tutti dedicati a quelle persone, a quegli Spiriti, che prima di noi hanno trovato tante ispirazioni in quelle terre, che hanno tratto tante ispirazioni da quelle terre.  Se hai sete, diceva qualcuno, se puoi, non bere direttamente dalla bottiglia. Versa l’acqua prima in un bicchiere, apprezzerai di più il momento in cui comincerai a dissetarti.

Tanti i pensieri che hanno attraversato la mente, problemi irrisolti, problemi che non sono problemi, dubbi esistenziali, dubbi che in realtà sono certezze, basta saperli affrontare.

Tanti i pensieri che passeggiavano nella mente mentre mi sedevo sull’orlo di una roccia, tranquillamente, senza fretta. Mentre mi toglievo le scarpe, mentre piegavo la testa sulle spalle, alternativamente e per dare maggior angolo alla prospettiva. Mentre la mente si addormentava senza prendere sonno, anzi, molto molto vigile. Mai così vigile. Le nuvole si sono spostate, con esse si sono spostate le ombre che oscurano le colline, da qui, penso, il nome del posto. Si spostano le nuvole, si libera dell’oscurità una collina se ne occupa un’altra, quasi fosse un’altra metafora sulla vita: non è oscuro perché lo vedi, ma perché  è coperto.  Non c’è spazio per i cattivi pensieri in quel posto e se c’era bisogno di qualche altro segnale arrivano ben tre aquile a salutarci, e per dirla proprio tutta ci prendono anche un po’ in giro con le loro acrobazie e contro noi poveri mortali che cerchiamo disperatamente di bloccarle in aria con i nostri apparecchi digitali.

E’ in posti così sacri che trovi la forza di sopravvivere.

 

Ridiscendere a Custer è come svegliarsi dopo una sbronza, non capisci né se è giorno o se è notte e nemmeno se è caldo o freddo. Ma ci sono i Bikers, loro richiamano tutti alla realtà fastidiosa del loro raduno, così si pensa solo a come cenare, l’indomani si riparte.

10 agosto 2006

La città di Custer, Bikers o non Bikers, merita, almeno nella sua Main Street, l’approfondimento dei suoi numerosi negozi. C’è di tutto e per tutti i gusti, ma il gruppo riparte in mattinata stessa per un’altra delle città storiche: Deadwood.

Si è vero, ci è morto Wild Bill Hitchcok, e mi pare che ci sia anche la tomba di Calamity Jane. Ma a parte questo gli amministratori sono stati bravi nel conservare e nel preservare la parte storica della città rendendola veramente appetibile ai turisti, così il gruppo si ferma volentieri anche a pranzo, ma solo per il pranzo. La ripartenza è quasi immediata dopo il pranzo, bisogna arrivare nel Wyoming, sotto la Devil’s Tower, ma prima si passa per Sturgis, sotto Bear Butte, dove i nativi stanno dimostrando proprio contro i Bikers che vogliono occupare il loro spazio ed utilizzarlo per i loro raduni.

La situazione non è molto bella a Bear Butte, sono rimaste accampate poche persone e Sturgis è piena zeppa di motociclisti. Inutile fermarsi, decide il gruppo, e si concede soltanto una passeggiata su per la collina sacra che stanno cercando di difendere. Ci sono molti doni sotto gli alberi ed è un’altra sensazione di pace quella che si prova, una sensazione dettata dal desiderio e dalla necessità di mantenere sacro un posto, non di violentarlo per l’ennesima volta.

Non si può fare di più, così si riparte per il Wyoming.

E ci si arriva nel Wyoming, proprio sotto la Devil’s  Tower.

Il gruppo trova posto nel campeggio stesso, piazza le tende in compagnia di due o tre cerbiatti che assistono alle manovre con indifferenza, qualcuno del gruppo li saluta calorosamente, qualcuno si presenta anche con tanto di nome, cognome e soprannome, ma i cerbiatti non rispondono, non sembrano spaventati e non sembra neanche un problema di lingua, forse sono solo snob, o maleducati.

La notte è tutta per la Torre, o quasi. Dopo una cena rapida, rapidissima nell’unico posto che somiglia ad una tavola calda (accidenti a loro ed agli orari di cena assurdi!) si sale fin sotto la torre e lì il gruppo si lascia assopire dalle sensazioni di un cielo stellato, di una luna che piano piano fa il suo ingresso dietro la torre e qualcuno trova anche il modo di ricordare agli altri la leggenda delle donne diventate Pleiadi e dell’orso che invano le ha attaccate. Non manca niente, tutto incluso nel prezzo, cielo stellato, calma piatta, sensazioni sussurrate e battute sincere.

C’era anche il Biker.

11 agosto 2006.

La sera precedente, prima di “salire” sotto la Torre, il gruppo aveva guardato in faccia la realtà dei troppi chilometri ancora da percorrere per arrivare al Little Big Horn. Non per il numero, ma per il fatto che ci si sarebbe allontanati troppo, si rischiava di viaggiare per tre giorni consecutivi senza sosta. Così, è deciso, si comincia il ritorno, questo concederà al gruppo il tempo di gustare qualche altro posto ancora.

C’è Cavallo Pazzo che aspetta.

Dal Wyoming al Nebraska.

Sembra il titolo di una canzone di Bruce Springsteen, o magari di Ray Cooder, ma è stato quello che hanno fatto i dieci viaggiatori non tanto normali in due macchine non altrettanto normali.

Il Nebraska è proprio come si sente nelle canzoni di Bruce, sembra arido, sembra deserto, si attraversano paesi uno dopo l’altro, uno più piccolo dell’altro, uno più assonnato dell’altro agli occhi del gruppo di passaggio. Una città in particolare, tale Van Hassel, conta diciassette persone, il che significa che il passaggio delle due auto ha provocato un netto sbilanciamento nel suo assetto demografico. Una sosta per il pranzo in una di queste città è doverosa, ci sono tanti succosi hamburger e cheeseburger che aspettano gli intrepidi viaggiatori. E coca cola, per alcuni senza ice.

Ma è solo una tappa, da lì a meno di un’ora di macchina c’è Fort Robinson.

Giù dalle macchine.

Ci sono pochi passi da compiere.

C’è un grande piazzale, Fort Robinson non è ciò che rimane di un vecchio Forte, anzi, di un vecchio avamposto. E’ ciò che rimane della ricostruzione di un vecchio forte andato distrutto da un incendio. Ma non frega niente a nessuno di questo. Ci sono ancora tre o quattro capanne all’interno delle quali sono rimaste le vecchie brande utilizzate dai soldati, nell’epoca d’oro in cui si faceva la guerra agli indiani per la sopravvivenza e per il trionfo della civiltà. Ma non frega niente a nessuno nemmeno di questo. A Fort Robinson ci sono anche due alberi secolari uniti da una spranga, non si sa nemmeno bene come definirla, dove sembrerebbe che venissero impiccati i criminali. Non frega niente neanche di questo. Allora… a Fort Robinson… c’è un campeggio, ci sono roulotte, ci sono posti in cui dormire, ci sono… no, non frega niente nemmeno di questo.

Non è un monumento e non è nemmeno una lapide.

Una targa sulla roccia, forse, con una semplice scritta.

Una scritta che ricorda…

Ho letto tante volte sui libri, sui fumetti, su internet di come sia stato colpito a tradimento Cavallo Pazzo. L’ho letto tante di quelle volte che non so dire se, raccontandolo, confonderei i ricordi sbiaditi di qualcuno con la vita passata e vissuta di altri. La conosco a memoria quella storia  eppure posso dirvi una cosa: non la si conosce per niente finché non ci si trova in quel punto, in quel momento. E cominci a leggere: “On this spot Crazy Horse Ogallala Chief was killed. Sept. 5 1877” in questo punto Cavallo Pazzo è stato colpito a morte, qualche ora dopo morirà nella capanna di fronte. Avrei voluto con me un cardiologo, se mi avesse misurato i battiti cardiaci avrebbe dovuto constatare la mia morte, eppure avrebbe ammesso che respiravo, sentivo e guardavo. In effetti guardavo, guardavo davanti a me quella capanna, saranno stati una decina di metri e sentivo, credevo proprio di sentire la rabbia ed il dolore che dovevano aver assalito Cavallo Pazzo nel momento in cui si è reso conto di essere stato raggirato. Guardavo alternativamente davanti, in alto ed in basso, guardavo cercando una spiegazione che non sarebbe mai arrivata. Mi è parso anche di udire i rumori di una colluttazione, ed intanto il cuore non voleva saperne di ripartire.

Siamo stai lì parecchi minuti, tutti in silenzio solitario, ognuno in compagnia delle proprie sensazioni, del proprio pianto o delle proprie preghiere, ma, al tempo stesso, tutti insieme. Qualcuno ha acceso le sue erbe, qualcun altro ha pregato a testa bassa. Io sono riuscito solo a toccare per mano quella terra a cui lui invano, ma caparbiamente e da guerriero, ha cercato di fuggire.

E poi ho guardato di nuovo la sua prigione.

Qualcuno dice che è morto lì, in quella prigione.

Non è morto lì.

Il gruppo lascia Fort