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Resoconto di Veronica
26 agosto 2006
Eccomi qui, dopo appena una settimana dal mio rientro, a provare ad
esprimere con le parole quello che è stato il viaggio. Premetto che
non sarà facile, è ancora presto e la mente ancora deve elaborare ed
avere il tempo di metabolizzare quello che è successo. Ancora non
realizzo che sono qui, anzi, forse non sono affatto qui... Il mio
spirito è rimasto li, nelle praterie infinite, a lasciarsi
trasportare dal vento, mentre il mio corpo è intrappolato qui, tra
le 4 mura di questa prigione.
Comunque, inizio..... lascerò scorrere le parole esattamente come mi
escono.....
Al nostro arrivo a Minneapolis, dopo quelle 12 ore totali di aereo,
per me interminabili, finalmente troviamo la nostra piccola "guida"
Hopan ad attenderci vicino ai bagagli... Io ero talmente stanca che
non riuscivo a tenere gli occhi aperti, infatti ho dormito durante
tutto il tragitto dall'aeroporto a Northfield, dove abbiamo passato
la prima notte in hotel. Abbiamo noleggiato una macchina mini-van a
7 posti, dove ci siamo sistemati in 5, e dopo aver tirato giù 2 dei
sedili posteriori, abbiamo sistemato i bagagli; la seconda macchina
l'abbiamo trovata più piccola, ma alla fine ce l'abbiamo fatta.
Il giorno dopo finalmente inizia la nostra avventura, talmente tanto
sognata ed aspettata, che i primi giorni è stato difficile renderci
conto che eravamo proprio lì!!! Sono partita con il presupposto di
aprire il cuore, lo spirito e la mente a tutto ciò che sarebbe
arrivato durante il viaggio, e così ho cercato di fare il più
possibile. La prima cosa che mi ha colpito di quei posti, è stata
l'immensità di ogni cosa..... Le praterie così vaste da non vederne
il confine, i fiumi che sembravano quasi mari, ogni cosa creata da
nostra madre Terra lì sembra non avere mai fine..... Per tutto il
viaggio, mi ha invaso una perenne sensazione di libertà, dello
spirito, del cuore, ed anche del corpo.... Ho realizzato cosa
significa vivere secondo l' "Indian Time", e vi assicuro che è il
modo di vivere più giusto e più libero che possa esserci... Ho
vissuto senza orologio, senza cellulare, mangiando quando avevo
fame, dormendo quando avevo sonno, e soprattutto guardando il sole
per l'orientamento, a seconda del luogo in cui ci volevamo
spostare..... Lì le indicazioni stradali quasi sempre segnalano i
punti cardinali, e non i nomi delle città, quindi bisogna sapere
bene se si vuole andare a sud, a nord, a est o ad ovest! E' stata
una delle cose più belle che abbia mai sperimentato....
La nostra prima tappa è stata Pipestone... La terra dove si trova la
catlinite, con la quale viene fabbricato il cannello della pipa... A
Fort Pipestone sono iniziati i primi acquisti, gli occhi non erano
abituati a vedere tutta quell'oggettistica e credo che mi si siano
subito consumati..... Subito dopo, abbiamo visitato il museo, molto
bello, dove ho potuto vedere ogni tipo di pipa. All'uscita, abbiamo
percorso il circle trail, ci siamo addentrati nei posti più nascosti
e l'emozione è stata intensa quando abbiamo visto una capanna
dell'inipi e ciò che rimaneva di una sundance terminata nei giorni
scorsi.... Per la prima volta vedevo il campo, anche se senza
albero, ma le emozioni sono state fortissime.... Ogni volta che
camminavo nella prateria, meno cose avevo intorno a me, e più
avvertivo la sacralità di quei luoghi... Lì si sente davvero la
Terra, si sente parlare il vento....
Dopo ci siamo diretti verso Chamberlain, città che mi è piaciuta
molto. Abbiamo trovato un negozio fornitissimo di artigianato, ed
anche li molte cose sono arrivate in Italia con me... Per la notte,
abbiamo montato le tende in un campeggio sul Missouri, fiume
estesissimo, uno spettacolo. La mattina dopo, è arrivato il momento
del primo vero caffè del viaggio..... Ci siamo attrezzati con la
piastra per la brace, 2 moke ed i fondi delle bottiglie d'acqua, ma
bere il caffè anche amaro è stato rigenerante dopo 3 giorni senza
nemmeno vederlo...
Dopo il caffè via in macchina di nuovo a percorrere altre miglia,
stavolta verso Lower Brulè. Ci siamo subito fermati al Consiglio
Tribale, facendo un giro da fuori... l'edificio è molto bello; al
momento di andarcene, un signore gentilissimo ha bussato al nostro
finestrino, invitandoci a visitare l'edificio all'interno, se già
non l'avessimo fatto... Così, onorati dall'invito, siamo entrati e
lì abbiamo trovato una signora indiana, davvero una persona
fantastica, che ha avuto la pazienza di mostrarci tutte le stanze
interne, compresa una sala dove i ragazzi con problemi di droga e di
inserimento, possono parlare con personale esperto per ricevere
aiuto. E' una cosa molto bella, l'edificio mi è sembrato molto
efficace. La parte più suggestiva è stata la sala vera e propria del
congresso, bellissima.... sulla scrivania era messo un teschio di
bisonte tutto dipinto, ed in alto sulle pareti c'erano dei dipinti
stupendi che raffiguravano ogni rito sacro per la popolazione
lakota. La signora ci ha permesso di fare una foto tutti insieme
dietro la scrivania del consiglio, e ci ha dato dei fogli
informativi dove viene descritta nei particolari, la
rappresentazione di ogni immagine. Mi ha fatto molto piacere vedere
le persone native all'interno con il sorriso sulle labbra... La
gentilezza e la pacatezza di quella gente è impressionante.
Finita la visita, abbiamo fatto un giro per la riserva, dove
purtroppo le condizioni di vita della gente rimangono povere .... La
vista della spazzatura sparsa per terra, delle auto rotte e dei
giocattoli dei bambini in mezzo alla strada, è stata molto
triste.... Spero vivamente che i nostri filmati possano nel loro
piccolo, contribuire per lo meno all'informazione della maggior
parte della gente, che purtroppo vede in tv solo Beverly Hills e New
York, dove di certo non viene mostrato "il terzo mondo" degli Stati
Uniti.
Tappa successiva, Mission. Abbiamo trovato un motel, dove avremo
pernottato quella notte, e subito ci siamo diretti a Valentine per
cenare. Durante il nostro cammino, abbiamo avuto l'onore di vedere
due alci, bellissime, imponenti.... E dopo poco, anche un branco
enorme di bisonti ci ha indicato la strada.... E' stato emozionante
vederli dal vivo, sono splendidi. E' stato bello vedere molti
cuccioli che giocavano, sono stupendi. Quel giorno i doni non erano
finiti, e tornando a Mission verso il motel, siamo stati sorpresi da
una Thunderstorm meravigliosa! E' uno spettacolo straordinario,
davvero la Natura è così perfetta che ti lascia senza fiato.... La
Thunderstorm è durata molto, e per me Tashunka Uitco era lì, con
noi, che ci faceva sentire la sua presenza molto chiaramente.
Alla fine di questa giornata piena di doni inaspettati, ho pensato
se davvero me li meritavo.
L'idea per il giorno successivo era di andare a casa di Florentine,
incontrato da Danilo per caso a luglio, il quale gli aveva detto che
se avessimo avuto piacere, ci avrebbe portato ad una sundance. Dopo
averne parlato tutti insieme, la decisione è stata di provare ad
andare e così abbiamo fatto il giorno dopo. Abbiamo trovato
Florentine a casa insieme al fratello, mentre cucivano una coperta.
Lui ci ha accolto tutti molto calorosamente e ci ha detto che quel
giorno sarebbe rimasto impegnato per cucire la coperta, ma che se
volevamo, la mattina seguente ci avrebbe accompagnati alla sundance.
Ci siamo quindi dati appuntamento a Mission per il giorno dopo, e
nel pomeriggio ci siamo recati a San Francis, dove abbiamo visitato
il museo, molto bello. Dopo il museo, abbiamo fatto il giro della
riserva di Rosebud, che ho trovato meglio rispetto alle foto viste
degli anni scorsi... Tutto questo è naturalmente documentato dalle
foto e dal filmato, che porteranno testimonianze vere.
La sera non siamo riusciti a trovare un motel a Mission, cosi dopo
una strenua ricerca (spesso è stato difficile trovare posto per
dormire, ad agosto il turismo è tanto anche in quei posti) abbiamo
trovato posto in un campeggio a Valentine. Questo ha portato
cambiamenti di programma per il giorno dopo.... Abbiamo cercato di
avvertire Florentine, ma non era in casa.
Giorno 6 agosto: alle 7 del mattino ci rechiamo nuovamente a casa di
Florentine, che avrebbe dovuto accompagnarci alla sundance, ma
troviamo solo il fratello che ci avvisa che Flo è già partito per la
cerimonia. Molto gentilmente, ci spiega nel miglior modo possibile
la strada per arrivarci, dicendoci che avremmo visto come
indicazione delle strisce di stoffa gialla ad un certo punto della
strada.... Iniziamo ad avviarci ed io parto convinta che sarà
Qualcuno a guidarci... se non troveremo la strada, vorrà dire che
non era quello il momento di assistere alla sundance.... l'indian
time abita ormai dentro di me e mi accompagna in ogni passo del
viaggio.
Vediamo le strisce di stoffa gialla e svoltiamo quindi per una
strada sterrata, ma non riusciamo a vedere.... il campo non c'è o
sembra non essere lì. Ma, proprio quando stiamo per cambiare strada,
a macchine spente ecco che ci giunge il richiamo dei tamburi, sempre
più chiaro. Abbiamo trovato il campo.
Con tutto il rispetto possibile, ci siamo avvicinati molto
lentamente. Abbiamo trovato Flo, che ci ha fatto stare vicino alla
tenda della sua famiglia. Tutto quello che avvenne dopo non si può
scrivere, nè raccontare..... Tutto quello che mi ha dato la
cerimonia è dentro di me e mi ha lasciato un segno indelebile nello
spirito. Il tempo si è fermato, nulla aveva più un corso regolare,
non c'erano più le persone, tutto attorno a me è sparito. L'energia
che ho avvertito è impossibile da descrivere se non si prova con la
propria pelle, con il proprio spirito.
Il profumo inebriante della salvia bruciata è qualcosa di
straordinario....
La tappa successiva è stata Wonded Knee, dove abbiamo fatto visita
al cimitero.... Ho immaginato tutto, ho sentito la sofferenza che
porta in grembo quella Terra e questo sentimento è stato dentro di
me per tutto il tempo.
Successivamente, ci siamo recati a Pine Ridge, dove anche qui
abbiamo girato e filmato la riserva .... Abbiamo provato a
contattare Howard, ma c'è stata un'incomprensione al telefono, e non
siamo riusciti purtroppo ad incontrarlo, ma siamo riusciti a vedere
il pow-wow di Pine Ridge, è una cerimonia folkloristica molto
bella.... i canti ed il suono dei tamburi mi trasportano sempre...
Inizia ora la seconda parte del viaggio..... Direzione Badlands...
Per prima cosa abbiamo cercato da dormire in un ranch, ma non avendo
trovato posto nelle camere, abbiamo accettato una specie di capanna
senza corrente e con l'acqua da azionare a manovella vicino al White
River, che abbiamo trovato quasi completamente secco... E' stato
bellissimo, sembrava di essere tornati indietro nell'800.
La mattina successiva ci siamo immersi nel pieno delle Badlands....
che dire, l'immensità e la maestosità che ho visto anche qui non è
descrivibile.... Lì in mezzo ho sentito e ho capito quanto sono
piccola in confronto a tanta bellezza, a tanta perfezione. Guardare
quelle rocce infinite, maestose, con quei colori naturali
incredibili, mi ha regalato un senso di libertà assoluta, mai
provate emozioni simili.
Nel pomeriggio, siamo riusciti anche a fare una passeggiata a
cavallo tra le rocce, per me è stato semplicemente meraviglioso. Il
cavallo per me è uno degli animali che esprime meglio la libertà e
viverla con lui lì tra le Badlands è stato un sogno che mai avrei
potuto immaginare di vivere.
Più passano i giorni, e più il mio spirito si arricchisce, a volte
ho quasi paura di non riuscire a contenere tutta questa ricchezza,
Wakan Tanka è stato generoso con me, e non potrò mai finire di
ringraziare.
Seconda notte nelle Badlands, troviamo da dormire in una specie di
casa mobile, molto carina; lì abbiamo anche modo di usare la
lavatrice e stendere il bucato...
Il giorno successivo, facciamo un altro giro dentro le Badlands,
anche per filmare meglio il tutto e riusciamo anche a percorrere un
lungo tragitto a piedi lungo cunicoli e archi naturali. E'
bellissimo.
Arriva anche il momento di entrare nelle Black Hills...... qui il
paesaggio cambia completamente e passiamo da rocce desertiche a
colline verdissime, boscose, dove la Natura mostra la sua parte più
rigogliosa.... Troviamo innanzitutto posto per dormire in un
campeggio, e la mattina dopo, di buon'ora ci alziamo e ci rechiamo
subito verso il Sylvan Lake, dove facciamo colazione e subito dopo
iniziamo il giro del lago.... Anche qui la realtà supera di molto
l'immaginazione... vedere le rocce e gli alberi riflessi alla
perfezione nel lago è qualcosa di meraviglioso.... Penso che se il
Grande Spirito ha creato da qualche parte il paradiso, questo si
trova qui.
Dopo il giro del lago, iniziamo la lunga scalata (durata 2 ore....)
verso l'Harney Peak, il centro del mondo per Alce Nero.
Ammetto, la salita ha provato molto il mio fisico, ma lo rifarei
mille volte.... Ciò che si vede da lassù è impressionante. L'ombra
scura delle nuvole si riflette sulle colline sottostanti l'Harney
Peak e, secondo una nostra interpretazione, il nome Black Hills
deriva proprio da questo.... l'ombra delle nuvole rende le colline
nere.... E' una visione spettacolare, sarei rimasta lì sopra per
ore, ore ed ore.... Abbiamo anche avuto la compagnia di scoiattoli
piccolissimi, che curiosavano e mangiavano le briciole dei nostri
biscotti.... Un'aquila è venuta a farci visita.... Non volevo più
scendere. Lì avverti sulla pelle la presenza di Qualcosa di
immensamente potente, si avverte molto, molto chiaramente.... Ho
ascoltato molto più facilmente che in qualsiasi altro posto.
Abbiamo visitato Custer, dove purtroppo, come d'altronde anche negli
altri posti delle Black Hills, pullulano i motociclisti, che
rovinano tutto il paesaggio..... Ne abbiamo visti una marea, ma
sfortunatamente siamo capitati nel periodo del raduno a Sturgis.
Abbiamo passato un'altra notte nello stesso campeggio nelle Black
Hills ed abbiamo passato la successiva giornata girando nei
dintorni....
10 agosto: Partiamo di mattina diretti verso Bear Butte, dove si
trova un accampamento indiano, in protesta contro la costruzione
infame di alberghi sulla collina sacra.... Arrivati lì, però,
troviamo un solo tepee e qualche tenda e decidiamo di non accamparci
con loro. Riusciamo però a fare un giro per l'accampamento e a
vedere la collina... Al pensiero che vogliano rovinare anche quella
mi sale una rabbia immensa..... Peccato non esserci potuti salire.
Da lì, partiamo subito verso la Devil's Tower, dove troviamo da
dormire in un campeggio immerso nel verde, dove abbiamo avuto la
compagnia di cervi che giravano liberi per il campeggio.... La sera
siamo saliti fin sotto la torre.... è impressionante questo blocco
immenso in mezzo alla prateria.... le unghiate dell'orso raccontato
nella leggenda, si vedono bene e la rendono ancora più suggestiva.
Siamo riusciti a vedere la luna dietro la torre, era uno spettacolo.
Il giorno successivo, abbiamo deciso di fare tappa in Nebraska a
Fort Robinson. Ho visto il punto in cui si presume sia avvenuto
l'assassinio di Cavallo Pazzo e lì, davanti a quella pietra, abbiamo
fatto le nostre offerte e ho pianto. E' un luogo che mi ha dato
sensazioni molto forti, mi ha riempito il cuore di dolore e di
angoscia.
Dopo aver dormito a Charlston, ci siamo recati alla scuola Red
Cloud, dove abbiamo anche visitato un museo con moltissimi quadri,
tutti stupendi. Nel pomeriggio, ci siamo avviati verso Lower Brulè,
dove Florentine ci aveva invitato a pernottare in un tepee, era lì
in occasione di un pow-wow. Durante il tragitto, ci siamo fermati a
Porcupine, per cercare la scuola "Treaty Total Immersion School",
alla quale verranno indirizzati i nostri prossimi aiuti, ma non
siamo riusciti a trovarla. Arrivati a Lower Brulè, abbiamo assistito
a tutto il pow-wow, davvero molto, molto bello.... C'erano
tantissime persone, tutte vestite con costumi tradizionali, fatti a
mano, ornatissimi. Hanno danzato senza stancarsi sino a tarda notte,
ma noi siamo andati via perchè ha iniziato a piovere.
Il giorno successivo, abbiamo deciso di visitare il monumento e la
tomba di Toro Seduto a Stending Rock. Sbagliando strada, abbiamo
percorso un sentiero isolato dove abbiamo potuto ammirare lo
spettacolo di una mandria di cavalli liberi, che ci ha seguito per
un bel pezzo ed hanno anche fatto una corsa tutti insieme... è stato
uno spettacolo che senza sbagliare strada non avremmo visto.....
Ogni cosa qui mi convince sempre di più che tutto avviene per un
motivo e che bisogna lasciarsi trasportare dalle percezioni .... la
mente a volte da più frutti se lasciata a casa..... Abbiamo visto
una pietra, che, secondo la leggenda, rappresenta una donna indiana
con un bambino sulla schiena che, quando la tribù decise di
spostarsi a sud, decise di rimanere nell'accampamento e quando
qualcuno tornò a cercarla, la trovarono fusa insieme alla pietra.
Dopo diversi giri, siamo riusciti a trovare il luogo in cui è stato
ucciso Toro Seduto.
Il nostro viaggio purtroppo sta piano piano arrivando alla fine.....
mancano pochi giorni e mi chiedo come farò a tornare a vivere nella
realtà di Torino? Gli ultimi giorni li abbiamo trascorsi a Mobridge,
una cittadina dove abbiamo trovato un motel per dormire, e poi
abbiamo visitato un museo indiano e dei negozi all'interno della
città. Successivamente, ci siamo diretti a Mitchell, dove abbiamo
visitato un altro museo e fatto un giro per i negozi.
Il viaggio di ritorno verso l'aeroporto era ormai a metà.... Prima
di arrivare a Minneapolis, ci siamo fermati nuovamente a Pipestone,
facendo tappa a Sioux Falls per pranzo, dove abbiamo potuto vedere
le cascate ed il parco.
Ultima notte prima di dormire a Minneapolis: Marshall.
16 agosto: Minneapolis......... trauma, trauma ed ancora trauma....
Abbiamo fatto un giro per la città nel pomeriggio per cercare un
trolley da comprare... molti di noi ne avevano bisogno perchè tutte
le cose che abbiamo comprato non ci stavano nei bagagli
originali.... Che angoscia vedere di nuovo una grossa città come
quella, con i pullman, le strade, le macchine.... i grattacieli!!!!
E' stato per me come tornare in prigione...... le 4 mura grigie di
casa mi aspettavano .... non potevo scappare.
Ed ora eccomi qui, tornata nelle 4 mura di casa, a sentirmi
costantemente come in una prigione, a fare una vita che non mi
appartiene. Questo viaggio mi ha fatta tornare con lo spirito
ricchissimo, pieno... pieno di aria vera, di libertà..... ho
respirato ossigeno, e mi sono resa conto, anzi... mi sto piano piano
rendendo conto di non aver mai respirato veramente, di non aver mai
vissuto così tanto. I momenti che mi sono stati regalati, in cui
sono salita su una collina a piedi scalzi, dove attorno a me non
c'era altro che prateria e cielo, e il vento che mi parlava.....lì
ho sentito, ho avvertito chiaro come il sole, l'unione con tutte le
cose, ho sentito la terra soffice di cui faccio parte, unita al
cielo, agli alberi, agli animali, ad ogni essere vivente. Questi
sono momenti che hanno lasciato un segno indelebile dentro di me,
hanno risvegliato una parte di me che non conoscevo, ma che ora
conosco ed è una parte che adesso farò fatica a tenere nascosta....
Il bisogno di quei prati, di quell'aria, di quella libertà è sempre
più forte in me..... e penso che continuerà a crescere.
Voglio dire GRAZIE di cuore a tutti i miei compagni di viaggio, che
mi hanno fatto passare giornate che mai dimenticherò e con cui ho
condiviso emozioni immense. Grazie ad Alex, che mi ha dato la
possibilità di fare questo viaggio e che mi ha mostrato la
strada.... che ora sto percorrendo con i miei passi e spero di
riuscire ad intraprenderla sempre meglio.... Ed infine GRAZIE
soprattutto a Wakan Tanka, che mi ha regalato attimi di chiarezza
nel mio spirito, attimi di emozione intensa, e che mi ha mostrato il
vero modo di vivere.... e mi ha dato la possibilità di mettere piede
in Terra Sacra.
Veronica
IL RACCONTO DI
BIG MARIO
01 agosto 2006.
Ecco, va immaginata
così. E' una cartina geografica, quella dell'Italia.Una cartina
vista dall'alto.
Con un punto
illuminato, vicino alla capitale, si chiama Fiumicino.
Alle ore 10,30 circa
si accende un altro punto, a nord dell'isola della Sardegna,
Sassari. Da quel punto illuminato si traccia una via verso est, si
ferma quasi subito.
Subito dopo si accende
un altro punto, ma non nell'Italia, bisogna andare in Svizzera, un
cantone che si chiama Grigione. Da quel punto parte un'altra traccia
che entra nell'Italia e si dirige verso il punto chiamato Fiumicino,
al centro sud.
Dal nord Sardegna si
riaccende il punto ed alle 13,05 circa traccia un'altra linea che
attraversa tutto il mare e nello spazio di un'ora arriva proprio nel
punto chiamato Fiumicino, vicino a Roma. Ma non si ferma la linea,
prosegue per la vicina capitale, e lì sì. Lì si ferma.
Sono più o meno le
quindici del pomeriggio quando quella linea si ferma e sono più o
meno le 17,30 quando si ferma la linea partita da Grigione. Lei non
ha fatto soste, non ha mai rallentato. Si ferma a Roma.
La notte del 1°
agosto, o se preferite, la mattina del 2 agosto, alle tre si accende
un altro punto della cartina.
E' Rimini. Quel punto
ha in carico quattro persone, due del posto e due provenienti da
Torino, via Campobasso.
Si accende ed anche
lui comincia a tratteggiare una lunga linea, scende giù, verso il
punto d'incontro.
Si ferma ad Ancona,
deve prendere altre due persona la linea.
Alle sette del
mattino, circa, si accende un altro punto ancora. E' l'ultimo, è
Milano.
Un altra linea viene
tratteggiata e punta direttamente a Fiumicino.
Alle otto del mattino
Roma si illumina contemporaneamente per due persone, entrambe
cominciano l'ultimo tratto di strada passando per Termini.
Anche la linea partita
da Rimini e fermatasi ad Ancona passa prima per la stazione di
Termini.
Tra le nove e le nove
e trenta tutte le linee si incontrano. E' l'aeroporto di Fiumicino,
Gate C.
Quello per i voli
internazionali.
Sono viaggiatori
normali le nove persone che effettuano il check-in, sono persone che
stanno per intraprendere un normale viaggio che da Roma li porterà a
Minneapolis, via Cincinnati.
E sono normali tutte
le pratiche burocratiche da espletare, quelle legate al passaporto,
quelle legate al bagaglio ed all'imbarco.
Le persone addette al
check-in no, quelle tanto normali non lo devono essere se li
bombardano di domande inutili circa la natura dei loro nomi propri,
non sanno qual’ è la sigla della Svizzera, e ci scommettono anche
su. E chiedono anche al sardo la natura del proprio passaporto, e
gli chiedono la sigla della Sardegna. "Quattro mori" risponde
il sardo "che però si son tolti la benda per cercare di capire
che cacchio succede." Usciranno dal check-in dopo un'intera
squadra di un qualche sport con la maglia amaranto, erano una
ventina, loro.
Contro nove.
Sono ancora
viaggiatori normali quelli che affrontano circa dieci ore di volo
con la proiezione di tre film, uno incentrato sul presidente di
turno degli USA che, guarda caso, è minacciato da dei cattivoni, ma
nel cinema no, il presidente è sempre salvo. L' altro riguarda,
invece, una rapina ad una banca da parte dei terroristi di turno che
però tanto terroristi non sono, anzi rivelano all'investigatore di
turno, tremendamente in gamba di nome Denzel Washington, che il
direttore di quella banca si è arricchito con loschi affari ai tempi
del nazismo, ed il terrorista, che tanto terrorista non era, porta a
buon fine la sua rapina e diventa simpatico a tutti. Con la faccia
di Clive Owen e la regia di Spike Lee, credo che chiunque
diventerebbe simpatico dopo aver rapinato una banca. Il terzo film,
invece, è più serio: c'è Robin Williams che porta la sua famiglia a
spasso con un camper scassato, un camper che dimostra di non saper
neanche guidare e che battezza con il nome di "la grande cacca".
La sua famiglia non è per niente contenta del viaggio, anzi gli è
proprio ostile ma per lui è l'unico modo per non perdere il suo
lavoro, anche se lo perderà, alla fine. Ma perchè lui ci rinuncia,
perchè in realtà vuole molto bene alla sua famiglia anche se non è
perfetta e perchè vuole molto bene anche ai suoi nuovi amici anche
se non sono perfetti, e che si fotta il suo gran capo. Tutti
contenti quindi e... udite udite... gran finale: Robin Williams
trova un altro lavoro.
E’ l’America che nove
normali viaggiatori stanno per incontrare.
Sono viaggiatori
normali quelli che a Cincinnati rispondono alla dogana di essere lì
per una vacanza, e non per progettare od eseguire attentati. Sono
viaggiatori normali quelli che aspettano le valige, che arrivano con
qualche ritardo, e sono viaggiatori normali quelli che ripartono
un'ora e mezza dopo per Minneapolis, sotto un bel sole, sotto tanta
luce con il fisico di ognuno di loro che comincia a chiedersi:
"Che diavolo succede? Non dovrebbe essere notte? Ed io, non dovrei
essere a nanna?"
E sono ancora
viaggiatori normali quelli che scendono a Minneapolis, incontrano il
decimo componente del gruppo e ritirano i bagagli, uno per uno.
Uno per uno. Tranne
uno. Uno no, se lo sono perso.
Prima avventura per i
viaggiatori normali, un bagaglio non è arrivato a destinazione,
rapida la ricerca per tutta la sala, amara la conclusione: non c'è.
In due si avvicinano a
chiedere informazioni, la diretta interessata, una delle tre donne,
e quello che, del gruppo, sembra avere il miglior affiatamento con
l'inglese. Si fanno capire subito i due, da una persona gentilissima
che individua subito il bagaglio scomparso, è finito ad Atlanta.
Bene.
Almeno l'hanno
trovato.
No, male! Che cacchio
ci fa ad Atlanta? E chi lo va a prendere adesso?
Tranquilli, dice il
signore gentilissimo, ci pensiamo noi.
Vuole solo sapere dove
farcelo avere.
E qui, i viaggiatori
si accorgono di non essere tanto normali neanche loro, perchè
l'unico recapito che possono dare è Northfield, motel Super 8 o
similar (chissà poi cosa vorrà dire) presso il quale pernotteranno
quella notte, ma solo quella notte. Poi chi li trova più? Quindi,
signore gentilissimo dall'accento americano, ci faccia avere quel
bagaglio a Northfield, prima dell'alba, o non se ne fa niente.
Avrete il bagaglio
prima dell'alba, garantisce il signore gentilissimo dall'accento
vagamente americano.
Seconda avventura per
i viaggiatori normali, far capire ad una ragazza carina di
venticinque anni dal nome di Hiwof, dall’ eritreo (o era Etiope?)
che vuol dire life, ovvero vita, che loro, i dieci viaggiatori
normali vogliono noleggiare due auto per quindici giorni, ma che non
vogliono né essere spennati, né viaggiare in vetture improbabili, e
dato che in quel mese dell'anno le pratiche sono tante ci sono poche
macchine da scegliere. La bella mora spara 3.300 dollari ai due
titolari di carta di credito a cui intestare l'auto. Non se ne
parla, rispondono i due, ricominciamo da capo. Dopo un piccolo
braccio di ferro fatto di pensamenti e ripensamenti si torna alle
macchine scelte per prime, il prezzo finito sarà circa 2.900
dollari.
Ti vogliamo bene,
Hiwof, sarai nei nostri sogni per tutta la notte ma ora abbiamo
fretta di andarcene.
Per il fisico sono le
tre di notte, altro che vita!
Sveglia alle quattro
del mattino locali, il fuso orario ha colpito nel segno. Prima tappa
dopo le sei alla reception per verificare lo status di quel bagaglio
smarrito.
I complimenti a tutti:
il bagaglio è stato davvero recapitato.
E' finito l'incubo dei
viaggiatori normali, quello di atterrare in un posto diverso dal
proprio bagaglio.
Ore otto circa, dopo
colazione.
Il gruppo di dieci
viaggiatori compone le squadre in auto: cinque e cinque.
E... Eh no...
Da questo momento in
poi, i viaggiatori non sono affatto normali. Perchè quello che
comincia non è un viaggio normale.
Eh… no, …proprio non
lo è. Ed anche l’America, quella dei film sull’aereo… no, non è
quella l’America che li interessa.
PIPESTONE
E' la prima tappa,
dopo circa due ore e mezza di macchina, su una strada continuamente
deviata da interruzioni per lavoro, ma comunque scorrevolissima, i
due autisti prendono dimestichezza con l'auto e con le strade
americane. Si arriva a Pipestone come da programma prima di pranzo,
le spese nel negozio sono d'obbligo, un negozio pieno colmo di
gadget, anche troppi perchè molti hanno il marchio della Cina, della
Thailandia, meglio stare attenti. Ma la tappa vera è propria è il
Museo con il suo Circle Trail, è lì che si trova la catlinite con
cui gli antichi costruivano la sacra pipa.
Gli antichi.
E' lì che alcuni dei
viaggiatori vengono attirati dal potere stesso della pipa e decidono
per comprarla. Non tutti, solo quelli che se la sentono.
La visita al parco, di
per sé, avrebbe qualcosa di turistico, se non fosse che siamo in un
posto che pochi giorni prima è stato teatro di una Danza del Sole.
Pochi giorni prima.
C'è ancora il cerchio
montato, non c'è più l’albero, così ci si può avvicinare.
I viaggiatori non sono
normali, e non è normale nemmeno il viaggio. Questa è la prima volta
in cui se ne rendono contro per davvero, o se preferite, è la prima
volta che sentono di non essere in un viaggio normale. Un conto è
saperlo, saperlo con un anno di anticipo che non sarà un viaggio
normale. Tutt'altro conto è trovarcisi dentro e sentire che
non è un viaggio normale.
Dopo il parco
sperimentano il primo pranzo in terra americana. Anche quella è una
scoperta. Se ne rende conto, per primo, il fisico di ognuno di loro.
"Dove diavolo ci hai portati?" Chiedono subito in coro
fegato, intestino e stomaco. Il cervello non gli risponde, tanto non
capirebbero.
Dopo Pipestone, tutta
una tirata fino a Chamberlain, altre due ore e mezza di macchina con
altri due autisti, più persone guidano meno gente si stanca.
Niente Super 8 o
similar (chissà poi che vorrà dire). A Chamberlain c’è un bel
camping dove hanno giusto il tempo di montare le tende, quattro, e
subito si recano da qualche parte a cena.
Il posto scelto sembra
uscito da un film western, cowboys ubriachi compresi, la fine serata
riserverà anche uno spettacolo fuori programma, capita quando si
esagera. Ma è l'ingresso il momento più curioso: una delle tre
ragazze, la più giovane, viene presa di mira dalla cameriera. Vuole
qualcosa la cameriera, e la vuole da lei. La donna è incredula e
chiede agli altri: "Ma cosa vuole questa da me?" Ha ragione,
in mezzo a dieci persone perchè prendersela con lei? In mezzo a
tutto quel mare di parole slungate uno del gruppo capisce che la
cameriera non si fida di quel viso dolce e giovane. Giovane, la
parola chiave. Vuole vederle i documenti, perchè le leggi sono
severe in quella nazione, anche per i viaggiatori normali, figurarsi
quelli non normali. Non si beve in un locale se non hai ventuno
anni. La donna in questione ne ha venticinque di anni, come dimostra
il passaporto ora esibito, ed è pure sposata se può contare.
Comunque è l'uomo con il passaporto sardo a capire la richiesta
della cameriera, e dato che c'è, suggerisce di controllare anche la
donna con il passaporto svizzero, casomai avesse avuto ragione
quello del check-in di Fiumicino. La donna con il passaporto
svizzero è in regola, la cameriera deve essere più abituata di
quell’idiota di Fiumicino.
La mattina a
Chamberlain è quasi fredda.
Niente bagno nel
Missouri, uno dei fiumi più lunghi del mondo e che sta a pochi metri
da dove il gruppo ha piantato le tende. Ma molte foto, e ci si
concede anche un bel caffé, quello vero. Li aspetta l'Akta Museum,
nonché un negozio dove molti del gruppo lasceranno parecchi soldi. A
l'Akta Museum è tutto un delirio di oggetti e non solo, qualcuno si
innamora di una arco, qualcun altro di un copricapo, ma tanto ci si
ripassa sulla via del ritorno, meglio non caricare subito le
macchine.
Da Chamberlain il
gruppo si muove verso la prima riserva, Lower Brulè, dove ad
attenderli trovano, sulla strada, un gruppo di cavalli che si lascia
accarezzare e fotografare, e nella riserva vera e propria che girano
in macchina trovano solo dei lavori in corso, così il gruppo decide
di salire in alto per verificare se si può entrare a visitare la
sede del Council Tribe. Ci si arriva dopo un breve percorso in auto
tappezzato di cartelli che invitano a votare questo o quel
candidato. E' periodo di rinnovo a Lower Brulè, quest’anno è
candidata anche una donna. Alla sede il gruppo viene invitato ad
entrare e, sorpresa non da poco, sembra atteso, pur sapendo di non
esserlo. Dal nulla compare una signora che si offre subito di fare
da guida per tutta la sede, proprio come se li stesse aspettando. Il
gruppo accetta e segue la signora che, pazientemente, spiega i punti
salienti dell'edificio,. L'inglese non è ottimo, ma fra il
passaporto sardo e la donna sposata di venticinque anni che deve
esibire i documenti nel locale degli ubriaconi, il gruppo riesce a
capire quasi tutto.
E' diviso in tre parti
l'edificio, il primo che visita il gruppo è molto delicato, si
capisce subito da come la signora abbassa il tono della voce, e da
come, prima di proseguire, si accerti che non ci siano "ospiti"
all'interno. E' divisa in tre reparti, il primo accoglie chi ha
problemi legati ad alcol e droga; il secondo accoglie i bambini di
chi non può tenerli, nel senso di asilo nido o simile; il terzo, il
terzo è forse il più doloroso agli occhi del gruppo, perchè la
signora dice che accoglie le donne che hanno problemi.
Ora.
Un alcolizzato ha
problemi. Un drogato ha problemi. Né l'alcolizzato, né il drogato
sono uomini, e non sono donne. Sono alcolizzati e drogati. Se esiste
un reparto che accoglie altra gente con problemi significa che non
sono né drogati né alcolizzati. E se sono donne, significa solo che
i problemi, queste signore, ce li hanno con gli uomini. Che siano
presenti o meno.
Non è facile provare
ad approfondire, e forse non è neanche giusto.
La visita continua
nella seconda parte dell'edificio, ma qui il gruppo cammina spedito
perchè è la parte amministrativa, niente di importante da sapere. Si
arriva quindi alla terza e più importante parte, quella sala
conciliare costruita con la forma di un tepee ed all'interno della
quale il consiglio vota e decide delle sorti della riserva. E'
affascinante e si presenta bene, nella parete alta la signora ci fa
notare e ci spiega il significato di ognuna delle rappresentazioni,
fino ad arrivare la mito del bisonte bianco. La signora concede una
foto a tutto il gruppo posizionato dietro la tavola dei consiglieri.
Il gruppo, ora
soddisfatto, ritorna al punto di partenza, dove la signora chiede a
tutti di firmare un registro delle visite.
Quindi saluta il
gruppo.
Si chiama Evelyn la
signora.
Lasciato Lower Brulè
il gruppo si dirige verso Mission, una cittadina che li avvicina
alla riserva di Rosebud, dove alloggiano in un motel Super 8 o
similar (chissà poi che vorrà dire) chiamato L'Antilope. Non si
ferma il gruppo, prosegue invece per Valentine, una cittadina a
trenta minuti di macchina da Mission dove il gruppo vuole incontrare
una vecchia conoscenza e fare un tuffo nel Niobrara River. Per la
strada il gruppo coglie l'occasione di ammirare un po’ di fauna
locale, dal cane della prateria fino al primo incontro con i
bisonti, anche se ancora lontani.
Cena a Valentine, il
locale si chiama Papermiller e poi ritorno a Mission, nel tragitto
si vede in lontananza una Thunder Storm.
La mattina del 5/8 il
gruppo si rende conto che se è vacanza per loro, non lo è per gli
altri. Effettivamente è sabato e trovano un museo chiuso che il
capogruppo avrebbe voluto fargli visitare. Spostamento, allora, a
Valentine, dove il gruppo è atteso da un altro negozio e da un
internet point ("siamo ancora vivi" scrivono ai fratelli di
Sentiero Rosso, "e stiamo bene"), tramite il quale ricevono,
attraverso il presidente dell'associazione, il numero di telefono e
l'indirizzo di Howard Olson, collaboratore di Russel Means, e loro
ospiti del gruppo di giugno. E c’è anche una vecchia conoscenza a
Valentine, Florentine Blue Thunder. Lo trovano a casa sua che
lavora, dice di essere "really busy", ed è vero, con il fratello sta
finendo di cucire una coperta. Flo da appuntamento al gruppo per la
mattina dopo, l'appuntamento è all'Antilope motel di Mission dove il
gruppo ha intenzione di pernottare, da lì Flo li scorterà nei pressi
di Rosebud dove ci sarà una danza del sole che ha qualche legame con
la sorella, sembra di capire.
Pranzo a Valentine e
successivo spostamento in macchina con destinazione Rosebud per il
museo e per la scuola di Travis. Ma prima... bisogna provare a fare
il numero di Howard. Il gruppo incarica il passaporto sardo di
provare ad intavolare la discussione. Ma non c'è linea, bisogna
riprovare.
Partenza per Rosebud.
Ci si arriva in breve,
ma prima... C'è un progetto che bazzica per la mente di tutti,
quello di trovare un fornello da campeggio, facilmente trasportabile
con il quale fare del buono e sano caffé italiano. Il fornello si
trova in negozio, hanno anche la ricarica al propano, il gruppo
controlla la durata della bomboletta e decide che basta ed avanza
per tutto il resto del viaggio, compra il fornello dividendo la
spesa fra tutti, esce dal negozio in fase di proclama di vittoria e
con la convinzione che faranno il caffé più buono di tutti i tempi.
"Non passiamo al supermercato a prendere l'acqua?" chiede una
delle tre donne. Gli uomini consultano la ricetta che si sono
portati dietro dall'Italia: fornello, bombola per il fornello, fuoco
per accendere il fornello, zucchero, caffé ed acqua. Ha ragione la
donna, l'acqua è un elemento indispensabile
E' pomeriggio quando
si passa per Rosebud.
Prima tappa il museo,
altri acquisti, nessuna foto, molto passato.
La scuola di Travis è
chiusa, dopo il museo si fa un giro in macchina.
Non è un belvedere
anche se sta meglio di anni fa. La riserva non è in buone
condizioni, e fa male passarci anche se solo da spettatori. I
pensieri sono mille, la macchina stessa rallenta senza la volontà
degli autisti. I giardini non curati, le macchine vecchie ed
abbandonate, giochi per bambini solo accennati e malriusciti. Ad un
occhio poco attento sa tanto non di desolazione, quella c’è in tante
altre parti, sa di rassegnazione. Come se un popolo che non ha
conosciuto i fasti di cui si racconta in libri e videocassette, non
abbia nessuna, proprio nessuna possibilità, di ritrovarli, almeno in
parte.
Non si vede gente che
vuole correre dietro ai bisonti, ma gente che pensa che il massimo
che si possa avere sia proprio quello, allora perché andare oltre?
Si vede gente probabilmente arcistufa di registrare il passaggio per
le proprie strade di macchine come quella. Magari macchine piene di
persone avide di tragedie altrui, di disgrazie altrui. Quasi come se
la consapevolezza del loro status possa fungere da monito al loro di
status. Eppure è gente che apre la porta, sempre e comunque, per i
giudizi c’è tempo e non spetta a loro. E poi, se quelle persone
volevano solo farsi un giro, c’è quello che resta delle torri
gemelle, no?
06 agosto 2006
E’ mattina presto
quando il gruppo si dirige verso l’abitazione di Flo, lui non c’è.
Già perché, a causa di una categoria di persone chiamata Bikers e
che in quel periodo dell’anno sono i benvenuti in qualunque
cittadina del paese, i posti per dormire sono sempre meno, così il
gruppo rinuncia a Mission, trova due posti liberi al camping di
Valentine ed avverte Flo del cambio di programma. Il fratello indica
la direzione da prendere per arrivare alla Danza del Sole che aveva
anticipato il giorno prima.
Con un po’ di fatica
il gruppo arriva presso la Danza del Sole.
Non è facile
parlare di una cerimonia così importante e sacra al tempo stesso. E
non è nemmeno concesso, così mi limiterò ad esprimere solo alcune
delle mie sensazioni. E’ innegabile l’effetto che provoca presso lo
Spirito di chi è in grado di percepirlo, ed è innegabile la
sacralità che si respira e che si può, in un certo senso, toccare
con mano. C’erano molti bianchi come noi ad assistervi e c’erano
molti bianchi che danzavano. La sacralità, indubbiamente, non è
esclusivo appannaggio di questa o quella razza. Ed il fatto che
molti bianchi chiedano di parteciparvi mi fa soltanto capire quanto
potente e sacra possa essere questa. Che poi un bianco ci si
avvicini perché ha carenza di spiritualità, o perché cerca un
qualche riscatto personale proprio nel sacrificio fisico che tale
danza provoca, è e deve rimanere solo un problema suo che risolverà
con i suoi spiriti. Questa eventualità non deve condannare il resto
delle persone pure e sincere, né può farlo. Così come, di contro,
non deve essere condannato l’operato di persone pure e sincere anche
se portato avanti in conseguenza di azioni raggiranti e mirate solo
al raggiungimento di un profitto commerciale. Anche per questi, ci
penseranno gli Spiriti a tempo debito. “Al mondo non esistono uomini
perfetti, esistono intenzioni perfette.” Diceva un vecchio saggio da
qualche parte che non ricord
Lasciano Flo con
l’accordo di ritrovarsi da lì a qualche giorno a Lower Brulè per un
Pow Wow.
E’ una condizione
particolare quella che accompagna il gruppo in direzione di Wounded
Knee.
Una condizione dettata
dall’aver respirato l’aria della riserva di Rosebud.
Ed a Wounded Knee non
sono attesi da bande o fanfare, sono attesi dagli Spiriti più
potenti che possano esistere: gli Spiriti dei ricordi.
Ce ne sono tanti lì,
seppelliti sotto qualche metro di terra eppure così vispi ed
arzilli, tutti a ricordarci non solo i fatti in sé, quelli propri
del posto, quanto i principi in essi raccolti. Nessun popolo, nessun
popolo, dovrebbe subire l’ingiustizia del vedersi portare via le
proprie tradizioni, la propria cultura e la propria identità da
nessuno. Meno che mai per scopi effimeri come il desiderio di
potenza, di possesso e di gloria.
Il museo è lì solo per
raccogliere fondi, per tenere vivi quei ricordi, quelli che fanno sì
che certe cose non accadano più, o quelli che dovrebbero fare sì che
certe cose non accadano più. L’orgoglio, la resistenza, la natura
stessa di un popolo piegati dallo strapotere militare di una razza
superiore solo in quello: nel numero e nella potenza di fuoco.
Piegati sì, non ancora spezzati per fortuna. E lo dimostra il fatto
che gente come quella che attraversa il cimitero o fa il suo
ingresso al museo ha fatto ore di aereo e miglia di macchina solo
per rendere omaggio a degli eroi, degli eroi veri, non resi tali da
un’astuta e programmata campagna pubblicitaria e mediatica. Ci hanno
provato a seppellire gli Spiriti, e per un po’ ci sono anche
riusciti, ma sono riaffiorati, riaffiorano sempre finché trovano
qualche animo nobile disposto ad ascoltarli non per amore del bello
o del leggendario ma per amore del giusto e del vero.
Non riusciranno a
seppellirvi.
E’ questa la promessa
del gruppo.
A Pine Ridge
l’appuntamento, in un certo senso, sarebbe con Howard Olson che il
gruppo ha cercato di contattare il giorno precedente. Al telefono,
al passaporto sardo, ha risposto una donna molto gentile che gli ha
detto che Howard l’avrebbero trovato al Pow Wow di Pine Ridge, e che
lì si poteva parlare con lui. A Pine Ridge, purtroppo, non c’era.
Un’altra chiamata allo stesso numero del giorno precedente non
chiarisce l’equivoco, pare che Howard si muova spesso e senza
preavviso, così il gruppo rinuncia a Pine Ridge e si dirige, di
comune accordo, direttamente alle Badlands, rinunciando al Pow Wow
data la strada da percorrere ed il tempo che stringeva nonostante
l’ora guadagnata con il fuso orario.
L’arrivo presso le
Badlands è fra i più suggestivi. Le vedi da lontano le Badlands, non
puoi far finta di niente, non puoi fingere che stanno per arrivare,
devi fotografarle subito, anche se sei molto lontano. L’intenzione è
quella di pernottare in un Ranch indicato dal gruppo di giugno, di
sfruttare, quindi, una di quelle notti nei Super 8 o similar (chissà
poi che vorrà dire) e la mattina esplorare in lungo ed in largo le
Badlands. E’ tardi quando arrivano al Ranch e non c’è più posto, a
meno che… propone l’uomo del ranch… “a meno che?” chiedono
capogruppo e passaporto sardo, “a meno che non vi accontentiate
di una sistemazione” … … … “eh?” Chiedono all’unisono i
due, si fa prima a vederla.
Scendendo giù per il
Ranch, molto giù, il gruppo viene guidato presso quella che da
qualche parte chiamano “La Tanca”, ovvero il rifugio dei cacciatori,
degli agricoltori o dei cowboys in questo caso, al termine di una
giornata di lavoro e quando non vogliono rientrare in casa. Il posto
somiglia molto al tugurio del Grande Fratello e provoca una forte
ilarità in tutto il gruppo. Non c’è energia elettrica, l’acqua
arriva tramite una pompa a pressione che si attiva con il
marchingegno vecchio west e solo dopo un piccolo trucco. C’è una
sola stanza con due letti ed una verandina. Il gruppo è divertito,
sono le tre donne ad esprimersi per prime, “per una notte si può
fare, e la racconteremo”. Si tratta sul prezzo, l’uomo del Ranch
spara ottanta dollari più le tasse, si scenderà a sessanta tasse
incluse. Affare fatto, i cowboys li lasciano dopo aver preso i soldi
ed il gruppo utilizza gli ultimi attimi di luce per le riprese e per
le foto di rito a quel Motel Super 8 o similar (chissà poi che… …
ECCO COSA VUOL DIRE SIMILAR!)
Per il sito, il gruppo
di agosto immortala in immagine digitale quello che può essere
definito Motel Similar
07 agosto 2006
Bisogna immaginarla
così.
La macchina che
procede alla velocità di circa quaranta, forse cinquanta miglia ma
non di più, altrimenti il panorama, la suggestione, le sensazioni
che nascono velocemente altrettanto velocemente muoiono, invece no.
Bisogna coglierle. Prenderle al volo e farsele proprie. Cucirsele
sulla pelle come se fosse un abito per tutte le stagioni, per tutti
i giorni e per tutte le notti. Con la radio che interviene dando una
mano con una frequenza piovuta chissà da dove e che allieta la
passeggiata con brani dei Creedence, dei Doors, di Springsteen, dei
Lynryd Skynryd, tutti in sequenza, quasi a rendere omaggio agli
ospiti.
Bisogna immaginarla
così, una macchina che avanza in mezzo ad uno degli spettacoli più
belli che sia concesso di vedere.
Le Badlands.
Così cattive, così
terre.
Così aride, eppure
così spettacolari.
Alla prima tappa il
gruppo fa la prima passeggiata e la prima serie di foto.
Alla seconda si
sparpaglia, ognuno di loro si sceglie un angolo per sé stesso.
Personalmente credo
che la sensazione di infinito che si prova nell’osservare simili
spettacoli che Madre Natura ancora ci riserva non dovrebbe essere
solo un piacere riservato agli animi dotati di una qualche
sensibilità, dovrebbe essere anche un monito rivolto a quegli animi
che la sensibilità l’hanno scordata da qualche parte. Sembra che
voglia dirci: “Vi date tanto da fare per migliorare la vostra
posizione sociale, per arricchirvi sempre di più ed accumulare
privilegi materiali che possono darvi solo soddisfazioni materiali
trascurandomi in continuazione.
Ed io sono ancora
qui, e sempre sarò qui.
E voi, prima o poi,
tornerete da me.
Perché questo è il
vostro ruolo.”
Mentre ero seduto
in uno di qualunque di quei punti maestosi non potevo fare a meno di
sentirmi piccolo, dannatamente piccolo. Quelle terre sono lì da
millenni e continueranno ad esserci ancora per millenni, e
soprattutto stiamo certi che sopravvivranno a noi. Eppure noi
continuiamo a violentarla, a scavarci dentro per estrarne un liquido
importante per la nostra economia ed in nome del quale siamo in
grado anche di scatenare guerre. Continuiamo a violentarla non
seguendo quello che è il principale dei suoi insegnamenti: il
rispetto per ciò che ci ha creati.
Eppure, ogni volta
che troviamo il liquido, che ci costruiamo sopra una costruzione
moderna infangando tutto ciò che c’è intorno, noi lo chiamiamo
successo. Mentre, invece, quando lei esprime il suo potenziale
perché infastidita dal nostro continuo mancarle di rispetto, ecco
che la chiamiamo sciagura.
Mentre ero seduto
in uno qualunque di quei punti maestosi non sono usciti che pensieri
positivi rivolti alle persone a me molto care, ed anche a persone
che non mi sono così tanto care e che pure ne hanno bisogno. Sono
convinto che ad ognuno di loro sia arrivato a destinazione con la
velocità e l’immediatezza che nessuna mail, nessuna posta
prioritaria potrà mai eguagliare. Sono convinto che ad ognuno di
loro sia arrivato senza mittente, senza oggetto e senza “distinti
saluti”. Magari sotto forma di una leggera brezza che ha accarezzato
la loro guancia in un attimo in cui il sole misurava trentotto gradi
all’ombra.
Ecco, è così che
bisogna immaginarla.
Magari con una
musica di Zimmer in sottofondo.
Non è facile uscire
dalle Badlands, ognuno del gruppo si volta in continuazione dietro,
quasi come se il corpo cercasse istintivamente di recuperare quel
pezzo che ha lasciato. In realtà non ci rimane proprio niente di lì,
al contrario, ogni pezzo del proprio corpo ne esce rigenerato,
rigenerato da una nuova energia che non si può definire, e che
lasciamo definire a chi ha tempo da perdere per studiarle queste
cose. Inoltre il gruppo ha ancora un giorno da dedicare
all’esplorazione delle Badlands, la sera alloggio ad Interior, primo
bucato e grigliata e l’indomani allontanamento verso le Black Hills,
ma non senza aver visto la seconda parte di quelle Terre Cattive.
Nel pomeriggio c’è
anche tempo per una cavalcata, esperienza nuova per alcuni,
ritrovata dopo anni per altri, ma suggestiva, molto suggestiva. In
piena prateria una bella passeggiata a cavallo e sotto il sole, non
senza alcuni inconvenienti capitati ai meno esperti.
08 agosto 2006
Lasciare la Badlands
non è affatto facile, ma sono le Black Hills quelle che attendono il
gruppo.
Il posto più sacro.
Il punto di
riferimento è Custer State Park, nei pressi della città di Custer,
lì è previsto un pernotto di due notti in campeggio, niente Motel
Super 8 o similar. Ci si arriva con qualche tentennamento a Custer,
una pattuglia ferma le macchine e fa fare inversione, la strada è
chiusa per tre ore, il che riporta il gruppo alla realtà. E’ invasa
di motociclisti la città, si chiamano Bikers e si capisce che
l’economia di questi paesi investe parecchio sul loro pellegrinaggio
in moto. Tuttavia, questo il gruppo lo scopre il giorno dopo
leggendo i giornali, il motivo che ha causato la chiusura della
strada non è né economico né spirituale, semplicemente due o più
esponenti di bande diverse hanno pensato bene di scambiarsi i loro
reciprochi punti di vista a suon di pistolettate, ricordando, così,
come si faceva ai tempi in cui i cowboys cavalcavano verso il
tramonto e risolvevano così i loro disaccordi.
Comunque… il gruppo
arriva intatto al Custer State Park, dove monta le tende e riparte
subito per la città, li aspetta la spesa per la cena e subito a
nanna, la mattina ci si alza presto, li aspettano il Sylvan Lake e
l’Harney Peak.
09 agosto 2006
E’ mattina presto ed
il lago fa un impressione ancora più notevole visto a quell’ora.
C’è la possibilità di
aggirarlo, di vederlo sotto tutti i punti di vista e le foto si
sprecano. Quello che colpisce di più è la sua immobilità, al punto
che il suo stesso riflesso sembra un gioco di specchi.
Verso le dieci il
gruppo chiama a raccolta tutte le sue capacità di scalatori.
C’è da arrivare su, in
cima all’Harney Peak da dove si potranno ammirare le Black Hills in
tutto il loro maestoso potenziale. Tempo previsto della scalata
circa due ore di camminata costante.
Ci vorrà un po’ meno
di due ore, e quello che si presenta sotto gli occhi ed i sensi del
gruppo non può avere parole sufficientemente adeguate per
descriverlo.
Anche alle Black
Hills è successo qualcosa che non si può descrivere.
Qualcosa ad ognuno
di noi. Dopo circa due ore di scalata io, personalmente, ho cambiato
la maglietta che avevo indosso con un’altra che mi sono portato
appresso, perché sapevo che avrei sudato parecchio e così è stato.
Ma quando sono arrivato in cima e mi sono separato dagli altri,
perché, come nelle Badlands, ognuno ha cercato un suo posto
personale, è cominciata un’ora che non saprei né ricordare né
descrivere. So solo che c’è stata, perché il tempo è trascorso,
oggettivamente. E’ stato come in una di quelle curve temporali di
cui parlano i quantistici. Il tempo è passato per tutti tranne che
per te, per il tuo orologio biologico che è rimasto fermo. Tanti
sono stati i pensieri che hanno attraversato la mente, tutti
dedicati a quelle persone, a quegli Spiriti, che prima di noi hanno
trovato tante ispirazioni in quelle terre, che hanno tratto tante
ispirazioni da quelle terre. Se hai sete, diceva qualcuno, se puoi,
non bere direttamente dalla bottiglia. Versa l’acqua prima in un
bicchiere, apprezzerai di più il momento in cui comincerai a
dissetarti.
Tanti i pensieri
che hanno attraversato la mente, problemi irrisolti, problemi che
non sono problemi, dubbi esistenziali, dubbi che in realtà sono
certezze, basta saperli affrontare.
Tanti i pensieri
che passeggiavano nella mente mentre mi sedevo sull’orlo di una
roccia, tranquillamente, senza fretta. Mentre mi toglievo le scarpe,
mentre piegavo la testa sulle spalle, alternativamente e per dare
maggior angolo alla prospettiva. Mentre la mente si addormentava
senza prendere sonno, anzi, molto molto vigile. Mai così vigile. Le
nuvole si sono spostate, con esse si sono spostate le ombre che
oscurano le colline, da qui, penso, il nome del posto. Si spostano
le nuvole, si libera dell’oscurità una collina se ne occupa
un’altra, quasi fosse un’altra metafora sulla vita: non è oscuro
perché lo vedi, ma perché è coperto. Non c’è spazio per i cattivi
pensieri in quel posto e se c’era bisogno di qualche altro segnale
arrivano ben tre aquile a salutarci, e per dirla proprio tutta ci
prendono anche un po’ in giro con le loro acrobazie e contro noi
poveri mortali che cerchiamo disperatamente di bloccarle in aria con
i nostri apparecchi digitali.
E’ in posti così
sacri che trovi la forza di sopravvivere.
Ridiscendere a Custer
è come svegliarsi dopo una sbronza, non capisci né se è giorno o se
è notte e nemmeno se è caldo o freddo. Ma ci sono i Bikers, loro
richiamano tutti alla realtà fastidiosa del loro raduno, così si
pensa solo a come cenare, l’indomani si riparte.
10 agosto 2006
La città di Custer,
Bikers o non Bikers, merita, almeno nella sua Main Street,
l’approfondimento dei suoi numerosi negozi. C’è di tutto e per tutti
i gusti, ma il gruppo riparte in mattinata stessa per un’altra delle
città storiche: Deadwood.
Si è vero, ci è morto
Wild Bill Hitchcok, e mi pare che ci sia anche la tomba di Calamity
Jane. Ma a parte questo gli amministratori sono stati bravi nel
conservare e nel preservare la parte storica della città rendendola
veramente appetibile ai turisti, così il gruppo si ferma volentieri
anche a pranzo, ma solo per il pranzo. La ripartenza è quasi
immediata dopo il pranzo, bisogna arrivare nel Wyoming, sotto la
Devil’s Tower, ma prima si passa per Sturgis, sotto Bear Butte, dove
i nativi stanno dimostrando proprio contro i Bikers che vogliono
occupare il loro spazio ed utilizzarlo per i loro raduni.
La situazione non è
molto bella a Bear Butte, sono rimaste accampate poche persone e
Sturgis è piena zeppa di motociclisti. Inutile fermarsi, decide il
gruppo, e si concede soltanto una passeggiata su per la collina
sacra che stanno cercando di difendere. Ci sono molti doni sotto gli
alberi ed è un’altra sensazione di pace quella che si prova, una
sensazione dettata dal desiderio e dalla necessità di mantenere
sacro un posto, non di violentarlo per l’ennesima volta.
Non si può fare di
più, così si riparte per il Wyoming.
E ci si arriva nel
Wyoming, proprio sotto la Devil’s Tower.
Il gruppo trova posto
nel campeggio stesso, piazza le tende in compagnia di due o tre
cerbiatti che assistono alle manovre con indifferenza, qualcuno del
gruppo li saluta calorosamente, qualcuno si presenta anche con tanto
di nome, cognome e soprannome, ma i cerbiatti non rispondono, non
sembrano spaventati e non sembra neanche un problema di lingua,
forse sono solo snob, o maleducati.
La notte è tutta per
la Torre, o quasi. Dopo una cena rapida, rapidissima nell’unico
posto che somiglia ad una tavola calda (accidenti a loro ed agli
orari di cena assurdi!) si sale fin sotto la torre e lì il gruppo si
lascia assopire dalle sensazioni di un cielo stellato, di una luna
che piano piano fa il suo ingresso dietro la torre e qualcuno trova
anche il modo di ricordare agli altri la leggenda delle donne
diventate Pleiadi e dell’orso che invano le ha attaccate. Non manca
niente, tutto incluso nel prezzo, cielo stellato, calma piatta,
sensazioni sussurrate e battute sincere.
C’era anche il Biker.
11 agosto 2006.
La sera precedente,
prima di “salire” sotto la Torre, il gruppo aveva guardato in faccia
la realtà dei troppi chilometri ancora da percorrere per arrivare al
Little Big Horn. Non per il numero, ma per il fatto che ci si
sarebbe allontanati troppo, si rischiava di viaggiare per tre giorni
consecutivi senza sosta. Così, è deciso, si comincia il ritorno,
questo concederà al gruppo il tempo di gustare qualche altro posto
ancora.
C’è Cavallo Pazzo che
aspetta.
Dal Wyoming al
Nebraska.
Sembra il titolo di
una canzone di Bruce Springsteen, o magari di Ray Cooder, ma è stato
quello che hanno fatto i dieci viaggiatori non tanto normali in due
macchine non altrettanto normali.
Il Nebraska è proprio
come si sente nelle canzoni di Bruce, sembra arido, sembra deserto,
si attraversano paesi uno dopo l’altro, uno più piccolo dell’altro,
uno più assonnato dell’altro agli occhi del gruppo di passaggio. Una
città in particolare, tale Van Hassel, conta diciassette persone, il
che significa che il passaggio delle due auto ha provocato un netto
sbilanciamento nel suo assetto demografico. Una sosta per il pranzo
in una di queste città è doverosa, ci sono tanti succosi hamburger e
cheeseburger che aspettano gli intrepidi viaggiatori. E coca cola,
per alcuni senza ice.
Ma è solo una tappa,
da lì a meno di un’ora di macchina c’è Fort Robinson.
Giù dalle macchine.
Ci sono pochi passi da
compiere.
C’è un grande
piazzale, Fort Robinson non è ciò che rimane di un vecchio Forte,
anzi, di un vecchio avamposto. E’ ciò che rimane della ricostruzione
di un vecchio forte andato distrutto da un incendio. Ma non frega
niente a nessuno di questo. Ci sono ancora tre o quattro capanne
all’interno delle quali sono rimaste le vecchie brande utilizzate
dai soldati, nell’epoca d’oro in cui si faceva la guerra agli
indiani per la sopravvivenza e per il trionfo della civiltà. Ma non
frega niente a nessuno nemmeno di questo. A Fort Robinson ci sono
anche due alberi secolari uniti da una spranga, non si sa nemmeno
bene come definirla, dove sembrerebbe che venissero impiccati i
criminali. Non frega niente neanche di questo. Allora… a Fort
Robinson… c’è un campeggio, ci sono roulotte, ci sono posti in cui
dormire, ci sono… no, non frega niente nemmeno di questo.
Non è un monumento e
non è nemmeno una lapide.
Una targa sulla
roccia, forse, con una semplice scritta.
Una scritta che
ricorda…
Ho letto tante volte sui libri, sui fumetti, su
internet di come sia stato colpito a tradimento Cavallo Pazzo. L’ho
letto tante di quelle volte che non so dire se, raccontandolo,
confonderei i ricordi sbiaditi di qualcuno con la vita passata e
vissuta di altri. La conosco a memoria quella storia eppure posso
dirvi una cosa: non la si conosce per niente finché non ci si trova
in quel punto, in quel momento.
E cominci a leggere: “On this spot Crazy Horse
Ogallala Chief was killed. Sept. 5
1877” in questo punto Cavallo Pazzo è stato colpito a morte, qualche
ora dopo morirà nella capanna di fronte. Avrei voluto con me un
cardiologo, se mi avesse misurato i battiti cardiaci avrebbe dovuto
constatare la mia morte, eppure avrebbe ammesso che respiravo,
sentivo e guardavo. In effetti guardavo, guardavo davanti a me
quella capanna, saranno stati una decina di metri e sentivo, credevo
proprio di sentire la rabbia ed il dolore che dovevano aver assalito
Cavallo Pazzo nel momento in cui si è reso conto di essere stato
raggirato. Guardavo alternativamente davanti, in alto ed in basso,
guardavo cercando una spiegazione che non sarebbe mai arrivata. Mi è
parso anche di udire i rumori di una colluttazione, ed intanto il
cuore non voleva saperne di ripartire.
Siamo stai lì
parecchi minuti, tutti in silenzio solitario, ognuno in compagnia
delle proprie sensazioni, del proprio pianto o delle proprie
preghiere, ma, al tempo stesso, tutti insieme. Qualcuno ha acceso le
sue erbe, qualcun altro ha pregato a testa bassa. Io sono riuscito
solo a toccare per mano quella terra a cui lui invano, ma
caparbiamente e da guerriero, ha cercato di fuggire.
E poi ho guardato
di nuovo la sua prigione.
Qualcuno dice che è
morto lì, in quella prigione.
Non è morto lì.
Il gruppo lascia Fort
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