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l'organizzazione delle tribù indiane

L'ORGANIZZAZIONE DELLE TRIBU'INDIANE
Prima che gli spagnoli introducessero il cavallo in America, non esistevano gli indiani delle pianure come noi li conosciamo, ma solo alcune tribù che vi abitavano in forma stanziale, sopravvivendo soprattutto grazie alla caccia al bisonte e alla coltivazione della terra. L'unico loro animale domestico era il cane, usato come bestia da soma durante gli spostamenti.
Nel 1541, uno degli uomini di Coronado raccontò che gli indiani che abitavano le pianure del Texas caricavano sul dorso dei loro cani delle sacche chiuse con lacci simili a quelli che i Mori usavano per le loro selle. «Quando il carico cadeva o si spostava, i cani abbaiavano ai loro padroni per avvisarli.» Un altro spagnolo osservò che i cani avevano piaghe nel garrese proprio come le bestie da soma. «Oltre al carico di quindici o venti chili che portano sul dorso, quelle bestie sono in grado di trascinarsi dietro anche le tende coi loro pali di sostegno, legate a rudimentali slitte.) Nella lingua dei segni usata dagli indiani, per indicare il cane si fanno due segni paralleli sul petto riferendosi alle travi su cui gli animali trascinano il carico.
Quando gli indiani del Sudovest videro per la prima volta i cavalli di Coronado ne furono spaventati e credettero che gli spagnoli che li montavano fossero dei mostri con testa e tronco umani e quattro zampe di animale. Per tutte le pianure si sparse la voce che quegli esseri spaventosi divoravano la gente, anche se tali credenze non durarono a lungo. Pochi anni dopo l'arrivo dei primi esemplari, i cavalli iniziarono a essere considerati animali sacri inviati dagli dei per il bene degli uomini. Alcune tribù li introdussero nei loro villaggi coprendo di panni il suolo che calpestavano. Dal momento che non esisteva un nome per il cavallo, dovettero inventarne uno. La parola cane era usata molto spesso, perciò dapprima definirono il cavallo «il grande cane dell'uomo bianco». I Sioux usarono le parole sunka wakan, ossia «cani misteriosi», e i Piedi Neri «cani daini».
All'inizio i cavalli vennero impiegati proprio come fossero grandi cani, ossia come bestie da traino per i carichi più pesanti, mentre i cani erano usati per i più leggeri. Nel 1846, mentre si trovava a Fort Laramie, Francis Parkman vide un branco di cani che trainavano delle ceste che contenevano bambini Sioux Oglala insieme ai loro cuccioli. Durante il guado di un fiume, «un bambino dagli occhi neri di circa un anno si aggrappò ai bordi della sua cesta guardando con preoccupazione l'acqua che, si faceva sempre più alta, farfugliando e facendo smorfie a ogni schizzo che gli arrivava in faccia. Alcuni cani, impacciati dai carichi che trasportavano, furono trascinati via dalla corrente emettendo dei guaiti disperati. A quel punto alcune donne si buttarono in acqua e, agguantando i cani per la collottola, riuscirono a trarli in salvo».
Prima dell'arrivo del cavallo, molte delle tribù che conosciamo vivevano in accampamenti stanziali ai margini delle pianure o lungo le rive dei fiumi, cacciando quando se ne presentava l'occasione e coltivando mais, meloni, zucche, fagioli, tabacco e altre piante indigene. Praticavano anche l'arte della ceramica e cucivano abiti in tela o in pelle. I tipici indiani delle pianure erano tribù semi agricole appartenenti alla confederazione di lingua caddo. Ne facevano parte anche i Wichita, i Pawnee e altre tribù che andavano dagli Arikara del Nord Dakota ai Waco del Texas meridionale.
Quando Coronado con i suoi uomini marciò verso nord attraverso le aride pianure dell'attuale Kansas in cerca delle città d'oro di Quivira, riuscì infine a trovarle ma scopri che si trattava in realtà di piccoli villaggi fatti di case di paglia che luccicavano sotto il sole. Erano luoghi abitati dagli indiani Wichita. «Le loro case sono di paglia,» scrisse uno dei disillusi spagnoli «La maggior parte di esse è rotonda e la paglia scende dai tetti fino a terra come un vero e proprio muro. All'esterno c'è una specie di garitta dove è possibile sedersi o sdraiarsi. Quelle garitte fatte ramoscelli d'albero vengono tuttora usate da alcune tribù di indiani del Sud.»
Le case di paglia dei Wichita erano prodigi d'ingegneria realizzati con materiali semplici. Per costruirle, per prima cosa venivano piantate nel terreno delle travi di legno che formavano un quadrato. Sui punti d'intersezione venivano poste delle assi e altre ancora, procedendo in altezza. In cima alla costruzione venivano fissate tavole di legno flessibili, piegate a forma di cupola, il tutto tenuto insieme da corteccia d'olmo. Poi, lungo tutto il perimetro della capanna i Wichita legavano orizzontalmente dei paletti più piccoli. Infine coprivano la struttura con vari strati di fascine d'erba legate insieme in maniera così perfetta che solo uno sguardo molto attento poteva individuare i punti di giunzione. Il diametro interno di una casa poteva variare da nove a quindici metri. Al centro, in mezzo al pavimento di terra, veniva fatto un buco per il fuoco. Due entrate laterali prospicienti, una rivolta a est e l'altra a ovest, assicuravano un'adeguata ventilazione, garantita anche da uno sfiatatoio per il fumo posto direttamente sul tetto. Alcuni rialzi lungo le pareti interne della costruzione potevano essere utilizzati come letti o sedili. Ogni capanna poteva contenere fino a quindici persone e si manteneva fresca d'estate e calda d'inverno. Nel 1834, George Catlin dipinse un villaggio di paglia dei Wichita molto simile a uno di quelli che Coronado vide con i suoi occhi tre secoli prima. Catlin chiamava i Wichita Pawnee-Pict, perché i mercanti francesi li avevano soprannominati Panis Piques per via dei tatuaggi colorati che coprivano i loro corpi.
Durante il loro soggiorno nel Kansas presso i villaggi Wichita, gli spagnoli rimasti senza cibo si sfamarono grazie ai prodotti delle coltivazioni locali: mais, fagioli, meloni, zucche, prugne che giudicarono «ottime» e uva che trovarono «discreta». I Wichita spolpavano ed essiccavano la frutta per conservarla per i mesi invernali insieme a pezzi di carne di bisonte essiccati che usavano per cucinare quello che chiamavano pemmican.
Quella dieta conferiva loro un fisico sano e slanciato. Come poterono notare gli spagnoli, la maggior parte degli indiani era alta almeno due spanne più di loro. «Le loro donne sono molto avvenenti» notò Coronado «e sembrano più spagnole che indiane.»
I Wichita e le altre tribù di semiagricoltori avevano a disposizione intere mandrie di bisonti. «Abbiamo la prova» disse uno degli spagnoli «che da queste parti ci sono più bisonti di quanti si possano immaginare.» Ma, nonostante l'abbondanza, dare la caccia ai bisonti senza l'aiuto dei cavalli era piuttosto impegnativo. E fu proprio tale difficoltà che determinò la divisione dei compiti tra i sessi all'interno delle tribù. Gli uomini erano i cacciatori; le lunghe camminate alla ricerca delle mandrie, le attese e tutte le difficoltà legate al trasporto di pesanti quantitativi di carne lasciavano loro poco tempo per la casa o l'agricoltura.
Prima dell'arrivo dei cavalli, i bisonti venivano cacciati con diverse tecniche. Una delle leggende più famose narra che gli indiani cercavano di ucciderli spingendoli giù da alti dirupi per poi ripulirne la carcassa della pelle e della carne. Questo metodo veniva a volte usato anche dai Crow, dai Piedi Neri e da altre tribù che vivevano alle pendici delle Montagne Rocciose, dove non mancavano precipizi adatti. Negli spazi aperti delle ampie vallate, invece, non era facile trovare una mandria in prossimità di un burrone. Il metodo usato più comunemente era quello di isolare alcuni animali appartenenti a una mandria con l'aiuto di numerosi cacciatori e tentare di uccidere più bisonti che fosse possibile prima che questi potessero fuggire. Alcune tribù nelle pianure settentrionali misero a punto una trappola che consisteva nell'accatastare rocce e travi in modo da formare una V, ossia un tunnel all'interno del quale si poteva spingere l'animale per
sopprimerlo.
Secondo Rudolph Kurz, un artista svizzero che viaggiò nel West tra il 1840 e il 1850, gli Assiniboin catturavano i bisonti costruendo arene circolari di legno e lasciando aperto solo un piccolo pertugio largo quanto un bisonte. «Quando i cacciatori avvertivano la vicinanza di un bisonte, andavano verso l'animale e, imitando il verso del vitello, muggendo e sventolando un pezzo di pelle, cercavano in tutti i modi di attirarlo verso di loro.» Normalmente il bisonte, di natura curiosa, iniziava a seguire il cacciatore che camminava a quattro zampe verso il recinto e cadeva così nel tranello. «Se il cacciatore avesse fatto anche un solo movimento sbagliato» disse Kurz, «sarebbe stato scoperto ed avrebbe avuto l'animale contro di se o, nel peggiore dei casi, l'avrebbe fatto fuggire rendendosi ridicolo agli occhi di tutti.»
Dopo anni di esperienza, i cacciatori delle pianure impararono che i capibranco erano solitamente di sesso femminile. Nicholas Point, un missionario gesuita, lo chiamava «regina» e diceva che se un cacciatore riusciva ad avvicinarsi abbastanza per buttarla a terra, «avrebbe immediatamente avuto tutto il branco attorno. A quel punto l'unica cosa da fare è caricare il fucile oppure, meglio ancora, preparare un'altra freccia, ma con calma.
Devi aspettare che l'animale si sia placato. Poi puoi colpire ancora e continuare così finche non l'hai ucciso».
La caccia d'inverno, quando la neve è profonda e i laghi sono ghiacciati, era più facile per le tribù che possedevano scarpe adatte. La neve rallentava i movimenti dei bisonti, facilitando l'approccio dei cacciatori, che potevano avvicinarsi agli animali tanto da poterli colpire direttamente con una lancia. Talvolta, intere mandrie potevano restare intrappolate dal ghiaccio. Anche dopo l'arrivo dei cavalli nelle pianure, la caccia d'inverno continuò a svolgersi a piedi. Si pensava che la pelle che si otteneva dai bisonti cacciati nel periodo invernale tenesse più caldo.
«I Comanche» commentò nel 1852 il capitano Randolph Marcy «sono i migliori cavalieri del mondo.» Molti di coloro che li conobbero concordavano con lui. «In groppa a un cavallo nelle corse» aggiunse George Catlin «sono sempre i migliori di tutti.»
Forse la ragione della loro superiorità risiedeva nel fatto che furono anche i primi indiani ad avere i cavalli.
I cavalli arrivarono nelle pianure del Texas abitate dai Comanche solo un secolo dopo che i soldati di Coronado avevano stupito le tribù del Sud con i loro esemplari. Molti cavalli venivano dal Nuovo Messico, il centro degli insediamenti spagnoli, forse perche erano fuggiti o perché erano stati rubati. Altri animali provenivano dal Messico settentrionale, dove erano concentrate le fattorie degli spagnoli, i quali impedivano agli indiani di montare gli animali. Alcuni, tuttavia, lo facevano ugualmente, anche da prima dell'arrivo dei Comanche.
Sin dal 700 i mercanti soprannominati «Comancheros» che venivano dal Messico iniziarono ad attraversare le pianure per andare a vendere cavalli ai Comanche in cambio di pelli di bisonte ed altri oggetti. Verso la metà dell'800 i Comanche avevano così tanti cavalli che cominciarono a usarli come merce di scambio per acquistare pistole e beni di vario genere. Nel 1840, quando i Comanche incontrarono i Cheyenne sul fiume Arkansas all'altezza di Fort Bent per sancire la pace tra le loro tribù, ci furono lunghe discussioni in merito a quali doni era opportuno scambiare per l'occasione. «I Comanche hanno molti cavalli,» disse uno dei capi «tanti quanti ne servono a noi. Ma non li vogliamo, preferiamo altri regali.»
Per un secolo i Comanche si diedero da fare per portare i cavalli alle tribù che vivevano a nord. Ancora prima di avere gli animali, i Comanche erano già un popolo di viaggiatori, e così gli Shoshone, in virtù dello stretto legame che li univa ai Comanche, ebbero cavalli prima di molte altre tribù più a sud. Poi, a loro volta, anche gli Shoshone vendettero alcuni esemplari ad altre tribù vicine e un considerevole numero di animali fu rubato loro dai Piedi Neri.
I Comanche al massimo della loro potenza possedevano diverse migliaia di cavalli. Nel 1850 il capitano Marcy notò che un guerriero Comanche ne aveva tra 50 e 100 esemplari, mentre un capo poteva arrivare a possederne un migliaio. Per fare un confronto, un Sioux che possedeva almeno trenta esemplari veniva considerato molto ricco, mentre un Cheyenne poteva averne venti e un Cree cinque o sei. Normalmente, più una tribù viveva a nord rispetto ai Comanche, minore era il numero dei cavalli posseduti.
I Comanche accumularono mandrie così numerose con gli scambi commerciali e l'allevamento. Il capitano Marcy scoprì il loro amore sconfinato per i cavalli quando cercò di comprarne uno particolarmente veloce. Il proprietario, un capotribù, non riusciva ad accettare di separarsene per nessuna cifra. Disse che se l'avesse ceduto sarebbe stata una sciagura, perché spesso l'unico modo di catturare un bisonte è usare un cavallo veloce, e quell'animale lo era in maniera particolare. La vendita di quel cavallo sarebbe stata condannata da tutta la tribù e al vecchio proprietario tutti avrebbero dato dell'idiota. «Inoltre» disse il capo accarezzando il cavallo sul collo «gli voglio molto bene.»
All'inizio, gli indiani delle pianure usarono i cavalli per trainare i pesi che una volta erano caricati sui cani. Pertanto, fu necessario modificare i traini con assi più lunghe e giunture più salde.
Dopo aver imparato a cavalcare, gli indiani iniziarono a costruire selle di legno notando che queste potevano essere perfetti supporti per le cinghie da collegare alle slitte. Resi più saldi i traini, per proteggere soprattutto i vecchi e i bambini, vi poterono costruire sopra dei telai in rami di salice e cuoio, ricoperti di pelli o coperte per fare ombra.
Quando negli spostamenti non vennero usate le slitte, gli indiani impararono rapidamente la tecnica di confezionamento dei bagagli da caricare direttamente sui cavalli. Doppie sacche fatte di tagli rettangolari di pelle venivano messe sul dorso dell'animale e legate alle selle con un'asola. Le donne spesso mettevano queste sacche al centro, sopra la sella, e le coprivano con pelle di bisonte ricavando un comodo sedile. Per qualche ragione le borse da sella cominciarono a essere considerate come un bagaglio femminile, mentre gli uomini raramente le caricavano sulla loro cavalcatura. Le donne si occupavano anche del trasporto dei contenitori dove gli indiani usavano conservare cibo e abiti. Ai tempi dei cani da traino, molte tribù usavano delle coperture di cuoio per proteggere le cose più preziose. Con l'arrivo del cavallo, le sacche diventarono molto più grandi, e cioè diventarono grossi borsoni di cuoio o pelle di bisonte a forma di busta, lunghi tra i sessanta e i novanta centimetri e larghi cinquanta. Ben chiusi, potevano essere tolti senza fatica dalle slitte e montati sulle selle o sul dorso del cavallo.
Prima dell'arrivo dei cavalli, le tribù delle pianure già conoscevano)'uso di cinghie di cuoio e staffe, che adattarono poi a briglie, pastoie, lacci e cavezze per i cavalli. Alcune tribù trasformavano anche i peli di bisonte in funi, con buoni risultati. Le selle arrivarono molto più tardi. Le prime erano semplici sacche in pelle di animale imbottite di paglia e venivano legate ai cavalli con lacci di cuoio. Gradualmente diventarono sempre più elaborate, con staffe ed ornamenti. Daniel Harmon, un mercante di pellicce, descrisse così una sella in uso nelle pianure del Nord agli inizi dell'800: «A contatto con la schiena del cavallo mettevano una pelle di bisonte, su questa appoggiavano un'imbottitura, da cui pendevano due staffe anch'esse di legno coperte con pelle di testicoli di bisonte».
Le prime selle rigide arrivarono dal Messico, e per chi le possedeva furono una vera e propria miniera d'oro. Quando gli indiani iniziarono a costruirle da soli, lo fecero seguendo lo stile degli spagnoli che, nel tempo, andò modificandosi. Con l'aumento degli scambi, le selle diventarono uno degli articoli più richiesti nelle stazioni di posta lungo il Missisippi. A quel tempo gli indiani delle pianure avevano iniziato a modificare e decorare le selle dei bianchi secondo il loro gusto e le loro esigenze.
John C. Ewers notò che una sella presa da un indiano che combatte nella battaglia di Custer era stata privata di tutti i simboli commerciali sulla pelle per essere decorata con lacci, staffe e straccali di foggia indiana.
Un'attrezzatura per il cavallo che gli indiani delle pianure inventarono fu la maschera. Nel 1806, Alexander Henry descrisse le maschere che vide sui cavalli di alcuni guerrieri Cheyenne: «Erano maschere piuttosto singolari, a forma di testa di bisonte o di cervo rosso, con corna, bocca, narici e persino gli occhi cuciti con stoffa rossa. Simili ornamenti conferivano loro un'aria molto battagliera». Anche i Piedi Neri e i Crow produssero maschere piuttosto elaborate, con corna, penne e piume colorate. Soltanto negli anni Ottanta dell'Ottocento Frederic Remington vide una maschera per pony realizzata dai Piedi Neri: «Bellissima, in panno rosso, con la testa decorata con rifiniture d'ottone, foglie d'argento e piume».
Queste maschere per i cavalli erano in parte ispirate alle armature dei cavalli spagnoli, ma soprattutto a quella componente magica che, secondo le tribù indiane, gli animali portavano con se: i cavalli, infatti, diventarono ben presto i protagonisti della mitologia tribale, perche considerati esseri sovrannaturali.
I costumi con cui venivano ornati e i loro colori avevano significati simbolici, e anche il colore del manto di un cavallo e le caratteristiche secondarie assumevano significati molto importanti. Alcune tribù preferivano i cavalli bianchi, altre quelli neri, quelli chiari o quelli a chiazze.
Spesso il manto veniva dipinto con colori sgargianti, oppure pezzi di panno coloratissimi venivano attaccati al manto, alla coda, alla criniera o alla maschera.
Poiché erano considerati sacri, proprio come il mais era sacro per le tribù di agricoltori, i cavalli entrarono a far parte delle religioni tribali. Tale credenza rimase cosi radicata che anche dopo la conversione al cristianesimo gli indiani continuarono a dipingere cavalli che volano verso il Paradiso sulle pareti delle loro chiese. Uno degli amuleti magici che veniva più frequentemente portato con se dagli sciamani era un feticcio di cavallo; poteva essere un ciuffo di criniera o una piccola pietra di forma equina che si credeva fornisse forza e protezione. Molto prima dell'arrivo dei coloni bianchi, gli indiani sapevano già quali piante potevano essere mortali per alcuni animali. Gli sciamani più saggi erano delle enciclopedie ambulanti ricche di nozioni mediche basate sulla botanica e tramandate grazie alle tradizione orale, con cui riuscivano a guarire cavalli malati o feriti.
Sin dalla nascita, gli indiani che abitavano le pianure entravano a stretto contatto con i cavalli. In alcune tribù, dopo il parto, le madri prendevano il cordone ombelicale del neonato e lo legavano alla coda o alla criniera del loro pony preferito; in altre tribù, invece, lo seppellivano sotto le orme lasciate dai cavalli per assicurare ai figli l'armonia con gli animali. Durante la pubertà, ma anche in occasione di matrimoni e funerali, il cavallo continuava a essere una figura centrale. Alle cerimonie di iniziazione gli uomini e le donne cantavano canzoni sui cavalli; i cavalli erano un tradizionale regalo di nozze, e se non ne veniva sacrificato uno durante un funerale, si pensava che il defunto non avrebbe potuto viaggiare felicemente verso l'altro mondo.
I cambiamenti che i cavalli portarono con se furono enormi: da semplici pedoni, gli indiani diventarono creature del vento.
«Senza cavallo, l'indiano aveva enormi difficoltà a procurarsi del cibo» evidenzia l'etnologo James Mooney. «Doveva avvicinarsi ai daini in punta di piedi oppure costruire una trappola molto elaborata per riuscire a catturare un'antilope. Con il cavallo, l'indIano si trasformò in un coraggioso bisonte capace di procurarsi in un solo giorno abbastanza cibo per sfamare la famiglia per un anno, oltre ad avere il tempo di girovagare per la pianura con gli altri guerrieri per centinaia di chilometri. »
Il cambiamento che subirono gli indiani può essere paragonato a quello avvenuto nell'industria e nell'agricoltura con l'introduzione delle macchine che permisero agli uomini di ridurre notevolmente le ore di lavoro e trovare il tempo per dedicarsi ad altre attività come lo sport, i viaggi, l'arte e la meditazione. Con i cavalli che potevano trasportare tende e bagagli, le tribù non dovevano più aspettare che le mandrie di bisonti migrassero verso di loro;
adesso erano loro a muoversi per seguire gli spostamenti degli animali. I seminomadi diventarono nomadi e ciò accrebbe i contatti con le altre tribù, fatta eccezione per le tribù da sempre ostili tra loro, e si incrementarono gli scambi di merci, cibo, suppellettili e anche di conoscenze. Tutto ciò segnò l'inizio di un'epoca di grande prosperità, un periodo lungo meno di un secolo durante il quale solo poche tribù rimasero senza cibo, riparo o abiti; molte, anzi, si dedicarono all'arte e all'osservazione del cielo, delle piante, dell'acqua e degli animali. In quel periodo gli indiani diventarono anche poeti e alcuni dei loro versi sono giunti fino a noi.
L'altro animale in quell'epoca di vitale importanza era il bisonte, di cui esistevano centinaia di migliaia di esemplari in tutto il territorio, dal Canada fino al Texas. «Ce n'è in tale quantità» scrisse uno degli uomini di Coronado «che non so a cosa poterli paragonare, forse ai pesci del mare... Ce ne sono così tanti che non si finisce mai di attraversare le mandrie e sembra che tutto il territorio sia ricoperto da bisonti.»
Fu probabilmente un frate francescano al seguito di quel gruppo di esploratori spagnoli il primo bianco che si rese conto dell'importanza economica di quegli animali per gli indiani.
«Con la pelle di bisonte facevano case, vestiti, scarpe e corde (talvolta anche con la lana di bisonte); dalle budella ottenevano matasse di fili che impiegavano per l'abbigliamento e la casa;
con le ossa realizzavano utensili vari; il letame lo usavano come legname visto che nelle pianure di legna non ce n'era molta; gli stomaci diventavano contenitori o borracce per l'acqua. Ne mangiavano la carne arrosto o cruda, strappata a mani nude o con un coltello. Ne ingoiavano grossi bocconi mezzi masticati, mangiavano anche il grasso senza cuocerlo, e quando non avevano altro cibo a disposizione ne bevevano il sangue. »
Ma non è tutto. Con le ossa realizzavano sostegni per la sella e coltelli; con i nervi, straccali, lacci e colla; con le vesciche, tasche e contenitori per medicine; dalle corna ottenevano cucchiai, polvere di corno e tazze; dal pelo,corde, imbottitura per le selle e ornamenti per il capo; dalla coda ricavavano fruste e spazzole e dalla pelle tutta una serie di oggetti per la casa, attrezzature per il cavallo, vestiti ed equipaggiamenti da battaglia.
Come il cavallo, il bisonte entrò nella mitologia e nella religione indiana, diventando un animale sacro. Quasi ogni cerimonia importante includeva alcuni simboli che richiamavano quell'animale. La Danza del Sole avveniva attorno a un'effigie di bisonte con danzatori che trascinavano teschi di bisonte legati ad aste a raggiera attorno ai loro corpi. Inoltre, il pelo del bisonte era di estrema importanza nella preparazione di medicamenti vari. Infine, senza l'aiuto dello spirito di un bisonte, nessun cacciatore aveva possibilità di avere successo nella caccia o in guerra.
Ma chi erano gli indiani delle pianure? Trenta tribù in tutto, tra cui le più conosciute erano Arapaho, Arikara, Assiniboin, Atsina o Gros Ventre, Piedi Neri, Cheyenne, Comanche, Crow, Hidatsa o Minitari, Iowa, Kansa, Kiowa, Mandan, Omaha, Osage, Oto, Pawnee, Ponca, Sioux e Wichita. Gli Shoshone Ute, i Nez Perce e i Flathead, pur essendo considerate tribù delle Montagne Rocciose, avevano qualcosa di simile agli indiani delle pianure. Le prime tribù che si stanziarono nelle pianure furono probabilmente gli Arapaho, i Cheyenne, i Crow e i Piedi Neri che si spostavano da est a ovest lungo i corsi d'acqua o via terra con le loro slitte trainate da cani. La più grande e potente di tutte le tribù era quella dei Sioux, a volte chiamati anche Dakota. Si dividevano in tre gruppi principali: i Santee, i Teton e gli Yankton. Giunsero nelle pianure da oriente lungo le vie fluviali, tant'è che appena arrivati nel Minnesota furono soprannominati «indiani delle canoe». I Teton, di cui faceva parte più della metà dell'intera tribù dei Sioux, furono i primi ad abbandonare le loro case per stabilirsi nelle pianure e vivere in tende fatte di pelle di bisonte. Sempre i Teton furono i primi della tribù Sioux a diventare proprietari di cavalli e i migliori cavalieri delle pianure.
Durante le guerre indiane dell'800, i sei gruppi che componevano la tribù Teton passarono alla storia perche sempre in prima linea in tutte le battaglie. I nomi dei gruppi erano Brule, Hunkpapa, Miniconjou, Oglala, Sans Arc e Two Kettle. Gli Yankton seguirono i Teton nelle pianure, fermandosi nei pressi del fiume Missouri, dove inizialmente ebbero incontri pacifici con esploratori e mercanti di pellicce. I Santee, chiamati anche «Sioux delle foreste» , arrivarono nelle pianure solo quando furono costretti ad abbandonare le loro terre nel Minnesota a seguito della rivolta dei Sioux del 1862.
Dalla Rivoluzione americana fino alle guerre indiane del decennio 1870, i Sioux Teton dominarono un'area molto vasta che si estendeva dal Minnesota attraverso il Dakota fino al Montana orientale, al Wyoming e a una buona parte dei territori del Nebraska. È praticamente impossibile fare stime precise sulla popolazione fino al periodo delle guerre indiane. Orientativamente si può ritenere che, al massimo della loro potenza, nelle pianure ci fossero circa duecentomila indiani. I Sioux, probabilmente trenta o quarantamila (ossia un sesto della popolazione complessiva), furono sempre considerati un popolo di bell'aspetto che esprimeva il proprio orgoglio con il comportamento, con lo sguardo e con il modo fiero di camminare e cavalcare.
Come tutti i popoli, di Sioux ce n'erano di tutti i tipi: magri o grassi, alti o bassi; la maggior parte di loro, però, era alta e slanciata: solo a una certa età iniziavano un po' ad appesantirsi. I tratti marcati dei loro volti, i grandi e profondi occhi neri e i loro nasi aquilini li rendevano al contempo più belli e più fieri di qualsiasi altra tribù indiana.
Nello studio che condusse sui Sioux, Royal Hassrick scoprì che nella loro scala di valori comportamentali il coraggio occupava il primo posto. Sin dalla prima infanzia, il coraggio di un uomo veniva costantemente messo alla prova dai membri più anziani della tribù. Le storie che venivano loro raccontate, i giochi cui si applicavano, tutto ruotava attorno al concetto di coraggio, seguito dalla sopportazione delle privazioni e del dolore.
Piangere per la sofferenza, mostrare i sentimenti (anche amore e amicizia) troppo apertamente veniva considerato in maniera negativa. Poi, c'era la generosità. I membri della tribù che possedevano beni materiali dovevano dividerli con coloro che non possedevano nulla. Per i Sioux non era la ricchezza a definire lo status ma la generosità, specialmente nei confronti degli orfani, dei disabili e degli anziani.
Erano Sioux molti personaggi famosi, alcuni conosciuti tanto quanto i loro avversari bianchi. Tra questi Toro Seduto, Cavallo Pazzo, Nuvola Rossa, Coda Chiazzata, Shakopee, Wabasha, Piccolo Corvo, Philip Deloria e gli ultimi discendenti di quella famiglia, dal più vecchio John Grass, al più giovane Alce Nero oltre a Gall, Hump, Cavallo Americano e molti altri. Più a ovest dei Sioux c'erano i Cheyenne,che già si trovavano in Minnesota quando dall'Est arrivarono i Sioux che li cacciarono nelle Pianure. Tale episodio segnò l'inizio di un'ostilità tra le due tribù che terminò solo nel corso dell'800 quando, in occasione delle guerre indiane, Sioux e Cheyenne diventarono alleati.
In base alle informazioni in nostro possesso, i Cheyenne non furono mai più di cinquemila. Nonostante si accampassero spesso accanto ai Sioux e copiassero i loro abiti e alcune delle loro cerimonie, furono un popolo indipendente che conservò le proprie tradizioni e il proprio assetto interno con un consiglio dei capi e gerarchie militari ben definite finche non fu sterminato nel decennio 1870. Dei sei gruppi di guerrieri che componevano la tribù, gli Hotamitanio, o «cani soldati», furono quelli più noti agli uomini bianchi. Nessun altro guerriero delle pianure era all'altezza dei Cheyenne per quanto riguarda l'inclinazione alla guerra, la determinazione e la resistenza.
A causa della conformazione del territorio, i Cheyenne si divisero in due gruppi: un gruppo si stanziò a nord attorno alle Black Hills e nel Wyoming orientale., con Fort Laramie come base per gli scambi, l'altro andò invece verso sud, spostandosi in diversi luoghi delle pianure del Colorado e del Kansas, ma tenendo sempre Fort Bent come riferimento. A riprova della loro bellezza fisica, i Cheyenne, al massimo della loro potenza, venivano anche chiamati «il bel popolo». Dopo averli combattuti per anni, il colonnello Ronald Mackenzie disse: «Li ho conosciuti bene e posso dire, dopo aver avuto l'opportunità di conoscere più tipi di indiani, che i Cheyenne sono gli indiani più belli che io abbia mai incontrato». Tra di loro molti. erano giovani audaci agguerriti; furono forse loro gli indiani che cercarono di fermare il passaggio della ferrovia attraverso le loro terre, facendo deragliare una locomotiva e assaltando un treno in corsa. Qualcosa di simile accadde nei pressi di Plum Creek, Nebraska, nell'agosto del 1867. Loro e i Kiowa devono anche essere stati gli unici guerrieri a cui piacevano le armature degli spagnoli, anche quando i soldati spagnoli smisero di usarle: ogni tanto si poteva ancora vedere qualche Cheyenne o Kiowa che ne indossava una, tutta arrugginita, nel tentativo di spaventare il nemico.
Nel corso del XIX secolo i Cheyenne rischiarono di estinguersi. I cacciatori di pelli avevano portato il vaiolo, che contagiò la popolazione, decimandola. Nel 1849 fu poi la volta del colera, portata dagli emigranti che infettarono più di un terzo della tribù.
Nel 1864 molti caddero nel massacro di Sand Creek, nel 1868 ci furono altri morti nella battaglia di Washita. Nel 1877 le truppe del colonnello Mackenzie uccisero parecchi Cheyenne prima di riuscire a sottometterli e relegarli all'interno del Territorio indiano. Fra il 1878 e il 1879, in pochissimi sopravvissero al viaggio che avrebbe dovuto portarli nel Montana.
George Bird Grinnell, che passò molti anni con i Cheyenne sopravvissuti, li descrisse come buoni compagni e amici. «Anche se hanno una cultura diversa dalla nostra, sotto molti punti di vista» scrisse «sono fatti più o meno come noi. L'unica differenza è che le condizioni in cui sono vissuti li hanno costretti ad adottare modelli di pensiero e comportamento diversi dai nostri, perciò abbiamo bisogno di un po' di tempo per capirli.»
Dai Cheyenne discendono molti grandi uomini della storia americana: Ciotola Nera, Coltello Spuntato, Piccolo Lupo, Naso Aquilino, Grande Toro, George Bent, Antilope Bianca e Due Lune, molti dei quali morirono nel tentativo di difendersi.
Gli indiani da sempre più vicini e amici dei Cheyenne furono gli Arapaho. Entrambe le tribù appartengono al ceppo linguistico algonchino e tutte e due arrivarono nelle pianure più o meno nello stesso periodo. Come i Cheyenne, gli Arapaho si dividevano in tribù del nord e del sud: entrambe si accampavano e andavano a caccia con i Cheyenne. Quando una tribù si trovava in difficoltà, l'altra correva subito in suo soccorso. Quando i Cheyenne si allearono con i Sioux, gli Arapaho fecero altrettanto, prendendo parte a molte guerre del XIX secolo. La massima popolazione raggiunta dagli Arapaho fu di circa tremila individui.
Coloro che li conobbero più da vicino li descrissero come un popolo coraggioso e amichevole, dai costumi simili a quelli dei loro vicini, fatta eccezione per alcune usanze, come ad esempio quella di non seppellire i loro morti dentro bare, ma direttarimente sottoterra. Paragonando gli Arapaho ai loro amici Cheyenne, James Mooney affermò che i Cheyenne erano piuttosto testardi e diffidenti, molto lenti nel dare il proprio assenso a qualunque proposta. «I Cheyenne vogliono sempre sapere il perché delle cose,» disse «mentre gli Arapaho sono di indole più accomodante e amichevole.» I capi Arapaho più famosi furono Piccolo Corvo, Mano Sinistra e Abito Giallo.
Le pianure del Nordest erano territorio dei Crow e dei Piedi Neri. Come i Sioux, i Piedi Neri erano formati da una confederazione di tre grandi groppi: i Siksika, i Piegan, i Blood, che complessivamente contavano circa trentamila persone. Il loro territorio aveva la stessa estensione di quello dei Sioux. Arrivava a sud fino al fiume Yellowstone, a nord raggiungeva Saskatchewan, in Canada.
Attualmente hanno due riserve, una in Canada e una nel Montana. poiché i loro territori a est erano piuttosto montagnosi, alcuni gruppi di Crow e Piedi Neri si adattarono allo stile di vita delle montagne, tanto che una sottotribù dei Crow si separò dal gruppo principale prendendo il nome di Crow delle montagne.
Le tribù Crow e Piedi Neri erano aggressive, in continua lotta tra loro e con molte tribù vicine; l'arrivo dei cavalli e il commercio delle pellicce, poi, contribuirono decisamente all'intensificarsi delle ostilità. Quando gli Shoshone entrarono in possesso dei cavalli dai loro cugini Comanche, i Crow e i Piedi Neri iniziarono a derubarli. I Crow, che erano in meno di cinquemila, non potevano competere con la forza dei vicini Piedi Neri, ma riuscirono comunque ad assicurarsi parecchi cavalli.
Nessun indiano teneva ai cavalli più dei Piedi Neri, capaci di percorrere diversi chilometri di strada per sottrarre i migliori esemplari a una tribù. Nessuno aveva esemplari ne equipaggiamenti migliori dei loro.
Quando gli inglesi svilupparono nel Nordest la loro intensa rete di traffici di pellicce, i Piedi Neri furono la prima tribù indiana a entrare nella loro sfera d'influenza. Portavano pellicce e mandrie di bisonti a nord, sul fiume Saskatchewan, per scambiarle con abiti, utensili, attrezzi e fucili. Grazie ai fucili, riuscirono a catturare i cavalli con maggior facilità e presto iniziarono a venderli ai cacciatori di pellicce in cambio di armi più potenti.
Dal momento che la loro nuova forza dipendeva dagli inglesi e dai loro commerci di pellicce, decisero di allearsi con loro e di prestare servizio come mercenari per combattere contro i commercianti di pellicce americani. Quando le compagnie americane che commerciavano pellicce si spinsero lungo il fiume Missouri, stabilendo relazioni simili con i Crow e altre tribù, le vecchie inimicizie riemersero.
Quando nel 1830 il principe Maximilian di Wied fece visita ai Crow, rimase molto impressionato dal numero di cavalli da loro posseduti. fu un villaggio di quattrocento tende contò almeno diecimila animali. «Le donne Crow» disse «sono molto abili; cuciono splendidi vestiti di pelle di montone Ghe ricamano e decorano con aghi di porcospino colorati; altrettanto belli sono quelli che confezionano con la pelle di bisonte, ricamati e decorati anche questi con la stessa tecnica. Gli uomini, invece, sono abili nel costruire le armi, dimostrando tra l'altro un certo gusto: particolarmente belli sono gli archi che decorano con corna di alce, montone o pelle di serpente. I Crow considerano i capelli lunghi un segno di grande bellezza. I capelli del grande capo chiamato Lunga Chioma sono lunghi tre metri e quando egli si alza una parte della chioma resta a terra.»
Forse fu per le loro maniere altezzose che Maximilian pensò che i Crow disprezzassero gli uomini bianchi, anche se ammise che sia con lui che con i suoi compagni furono sempre molto ospitali.
Già a quei tempi i Crow facevano da guida agli esploratori bianchi e ai gruppi di cacciatori, cosa che continuarono a fare fino ai giorni di George Armstrong Custer. Furono infatti guide Crow a condurlo sul campo di battaglia di Little Big Horn. Alcuni di loro sono passati alla storia: Riccio, Uomo Bianco Che Rincorre e
Cigno Bianco.
Dal momento che i loro villaggi si trovavano al di fuori del flusso migratorio ei coloni bianchi diretti nel West, ne i Crow ne i Piedi Neri furono mai coinvolti nelle guerre indiane. Fatta eccezione per il conflitto con i cacciatori di pellicce americani, i Piedi Neri continuarono tranquillamente a svolgere le loro attività, arricchendosi cospicuamente con il commercio dei cavalli,la caccia ai bisonti e gli scambi di cui l'uomo bianco poteva necessitare. L'ultima battaglia che combatterono fu in Canada, nel 1870, contro un gruppo di Cree, e quando nel 1888 il governo degli Stati Uniti ordinò il loro confino nella riserva del Montana, in cui si trovano tuttora, non opposero alcuna resistenza.
«I Piedi Neri» disse Maximilian «sono di corporatura robusta e armonica e le loro donne molto graziose. Alcuni uomini sono piuttosto muscolosi e hanno spalle larghe, altri sono di media statura e corporatura esile. » Quando Maximilian andò a visitarli fu accolto calorosamente ed ospitato nella tenda di un capo. «Il proprietario della tenda dormì all'aperto con tutta la sua famiglia; nessuno osò disturbare gli ospiti.»
Secondo George Grinnell, i Piedi Neri avevano l'abitudine di cambiare nome quasi ogni anno, in occasione dei successi in guerra. «Un Piede Nero non dice il suo nome se non è costretto a farlo, perché crede che pronunciarlo porti sfortuna.» Forse è per questo che la storia contiene così pochi nomi di capi Piedi Neri.
Il grande capo Molti Cavalli, per esempio, viene anche ricordato con altri tre nomi: Seduto al Centro, Cane e Piccolo Cane.
Secondo gli storici, c' erano tre grandi centri di potere tra gli indiani delle pianure: i Sioux nelle pianure del Nord, i Piedi Neri nel Nordovest e i Comanche, alleati con i Kiowa, tra la zona delle Black Hills e gli attuali Stati del Montana e del Wyoming. Dal punto di vista culturale e linguistico i Comanche erano imparentati con gli Shoshone. Quando la pressione esercitata dai Sioux e dalle altre tribù diventò insostenibile, gli Shoshone si ritirarono sulle Montagne Rocciose, mentre i Comanche si spostarono a sud diventando indiani delle pianure.
Nel XVIII secolo anche i Kiowa lasciarono le montagne per spostarsi verso il territorio dei Crow a ovest delle Black Hills e per un certo periodo diventarono alleati dei Crow. Tra le due tribù ci furono diversi matrimoni tanto che, ad esempio, il nonno del famoso capo Kiowa Uccello che Scalcia era Crow.
Quando i Comanche furono spinti a sud dai Sioux, i Kiowa li seguirono. Agli inizi, i rapporti tra Kiowa e Comanche furono piuttosto ostili, ma successivamente i capi delle tribù si incontrarono stipulando un trattato di pace cui entrambi mantennero sempre fede. Sin dagli inizi del XIX secolo, i Comanche e i Kiowa si accamparono e fecero scorrerie insieme, nonostante avessero diviso i territori in modo tale che ogni tribù disponesse di ampi e autonomi spazi di caccia. Le Staked Plains e la valle del Red River erano territori di caccia dei Comanche, mentre i Kiowa avevano entrambe le rive del fiume Arkansas.
Pur non superando mai le tremila unità, la tribù dei Kiowa lasciò comunque un segno nella storia, nel suo breve momento di gloria nelle pianure del Sud. Eguagliarono i Comanche come razziatori di cavalli, spostandosi a ovest fino al Golfo di California e raggiungendo Durango, in Messico, e resistettero fieramente a tutti i tentativi di invasione sia di pellirosse che di uomini bianchi. Secondo James Mooney i Kiowa, in proporzione alloro numero, uccisero più bianchi di. qualsiasi altra tribù.
Veramente notevoli da parte dei Kiowa e delle tribù con cui vennero gradualmente a mescolarsi furono i disegni estremamente dettagliati delle loro attività quotidiane. Si trattava di una sorta di calendari dipinti dapprima su pelle di daino o di bisonte e in seguito su spessi fogli di carta che, quando si deterioravano, venivano nuovamente copiati. I calendari venivano disegnati come una spirale continua a partire dall'angolo in basso a destra e procedendo cronologicamente verso il centro. Dall'inverno del 1834 fino al decennio 1890 possiamo ricostruire i movimenti e le attività di questa gente che aveva innato il senso della storia e che è conosciuta oggi come un popolo di filosofi, oratori e artisti più che di cacciatori e guerrieri. I più celebri tra loro sono Dohasan, Satanta o Orso Bianco, Satank o Orso Seduto, Cavallo Bianco, Orso che Inciampa, Cuore di Donna, Adoette o Grande Albero, Uccello che Scalcia e Guipago o Lupo Solitario.
Prima delle guerre sw Red River del XIX secolo, i Comanche superavano largamente i Kiowa come numero: le loro dodici divisioni raggiungèvano in totale i diecimila individui. «Appiedati,i Comanche sono tra le più brutte e sciatte tribù indiane mai viste» disse George Catlin «ma quando si mettono a cavallo subiscono una metamorfosi e sorprendono 10 spettatore con i loro modi esperti ed eleganti.» Il capitano Marcy ne ammirò la «luminosa carnagione ramata, l'espressione intelligente del volto, il naso aquilino, le labbra sottili, il nero dei capelli e degli occhi».
Nonostante si fossero guadagnati la reputazione di indiani feroci e crudeli, i Comanche, come i Kiowa, ebbero tra loro poeti come Dieci Orsi della gente Yamparika. ( «Nacqui tra le praterie, dove il vento soffia libero e nulla ostacola il percorso della luce del sole.») Altri Comanche famosi furono Ishatai, Tosawi o Coltello d' Argento, Mow-way e Quanah Parker.
Prima dell'arrivo dei bianchi, le pianure centrali erano dominate da Pawnee e Wichita. Entrambe le tribù appartenevano al ceppo caddo, avevano lingue simili ed erano a civiltà semiagricola, coltivando il mais e cacciando il bisonte. Come abbiamo visto, i Wichita preferivano vivere in case di paglia piuttosto che nelle tende usate dalle altre tribù delle pianure. I Pawnee invece vivevano in villaggi permanenti costituiti da case di terra, o in tende di pelle di bisonte durante gli spostamenti. Per costruire una casa di terra, prima di tutto disegnavano un cerchio sul terreno, poi ne scavavano il perimetro per circa sessanta o novanta centimetri. All'interno del cerchio venivano intrecciate delle travi di modo da poterne sostenerne altre legate a ridosso delle pareti scavate. Sostegni, rinforzi e fronde di salice e paglia formavano il tetto. Come copertura finale i Pawnee stendevano zolle di terreno erboso prelevate dalle praterie. Così, in
primavera o dopo le piogge, i tetti dei Pawnee diventavano verdi e talvolta vi crescevano anche fiori selvatici. Le case di terra dei primi coloni bianchi che occuparono le pianure senza boschi erano simili a queste abitazioni dei Pawnee.
Altri elementi che distinguevano i Pawnee erano le acconciature dei guerrieri. Si rasavano la testa allo stesso modo delle tribù orientali, lasciando solo un ciuffo di capelli al centro che veniva cosparso di grasso animale in modo che restasse dritto a forma di corno. Sulla nuca, invece, lasciavano una treccia di capelli. Le donne avevano la riga in mezzo e due trecce lunghe fino alle spalle.
I Pawnee si insediarono nella valle formata dal fiume Platte;
fu lì che incontrarono i primi viaggiatori bianchi diretti verso il West, lungo quella che veniva chiamata «la strada per l'Oregon».
I Pawnee furono le prime vittime delle epidemie portate dai bianchi: prima della Guerra Civile americana, la loro confederazione contava più di diecimila persone, alla fine ne sopravvisse solo la metà. I Pawnee si limitarono a fare qualche assalto alle carovane di passaggio sul loro territorio, ma non dichiararono mai una vera e propria guerra agli Stati Uniti. Nemici storici dei Sioux, dei Cheyenne e di altre tribù, i Pawnee divennero guide dell'esercito americano durante le guerre indiane: famoso fu il gruppo di scout di Frank North.
I Pawnee rimasero nei pressi del fiume Piatte finche non furono costretti a trasferirsi in una riserva attorno al 1870, ma molto prima che i Wichita abbandonassero i loro villaggi lungo il Big Bend, in Arkansas, per dirigersi verso sud. Anche se i Wichita erano un terzo dei Pawnee, la loro fiorente confederazione si estendeva contemporaneamente dal Kansas fino al Texas centrale. Come accadde ai Pawnee, anche loro furono decimati non tanto dalle armi quanto dalle malattie degli uomini bianchi e quando si stabilirono nella loro riserva nel Territorio indiano, erano ormai ridotti a 572 uomini, mentre delle migliaia di Pawnee rimanevano 1500 uomini.
Oltre alle tribù famose per aver partecipato alle guerre indiane, vissero nelle pianure del Nord anche gli Assiniboin, i Gros Ventre, gli Hidatsa, i Mandan egli Arikara.
Originariamente gli Assiniboin erano una divisione dei Sioux Yankton; poi molti di loro si spostarono a nord, verso il Canada, alleandosi con i Cree e diventando almeno diecimila. I Gros Ventre o Atsina, imparentati con gli Arapaho, occupavano invece i territori compresi tra il Montana e il Canada. Gli Hidatsa erano stretti alleati dei Mandan, e Lewis e Clark, ne11804, durante la loro spedizione verso il Pacifico, incontrarono entrambe le tribù fiorenti lungo le rive del fiume Mississippi. Quando i mercanti di pellicce contagiarono con il vaiolo la attorno al fiume, tra il 1830 e il 1840, meno di un centinaio di Mandan riuscirono a scampare all'epidemia. I pochi sopravvissuti si unirono agli Hidatsa, anch'essi decimati.
Gli Arikara erano un ceppo caddo e prima dell'arrivo degli uomini bianchi vivevano insieme a una divisione dei Pawnee.
Quando si separarono: per motivi a noi sconosciuti, si spostarono a nord del Missouri. Le malattie decimarono anche gli Arikara, che da tremila uomini si ridussero a poche centinaia. Durante le guerre indiane furono spesso chiamati anche Ree. Alcuni di loro diventarono guide di Custer. Oltre a questi, nei racconti di Little Big Horn si fa spesso menzione di Orso Pazzo, Coltello Insanguinato e Bisonte dalla Coda Mozza. Importante dal punto di vista storico per la sua amicizia con Lewis e Clark fu Shahaka, o Grande Capo Bianco dei Mandan.
Nelle pianure centrali, i Ponca, gli Oto, gli Omaha e gli Iowa vivevano lungo i confini orientali delle grandi praterie, in un territorio in parte boschivo. Pur essendo imparentati e parlando la stessa lingua, i Ponca egli Omaha presero strade diverse quando si spostarono ad ovest del fiume Ohio. Anche gli Oto e gli Iowa erano imparentati e si spostavano spesso, probabilmente perche erano in pochi e non potevano competere con le più popolose e litigiose tribù vicine.
Fu un capo Ponca, Orso in Piedi, il celebre protagonistà del processo per la parità dei diritti civili che nel 1879 terminò con il riconoscimento degli indiani come «persone a tutti gli effetti». Tra i capi che ne sostennero l'azione c'erano i membri dell'istruita famiglia Oniaha dei La Flesche: Francis, Joseph e Susette, che diventò famosa come Occhi Scintillanti.
Più a sud c'erano i Kansa egli Osage, entrambi imparentati con gli Omaha e i Ponca. I Kansa, a volte soprannominati Kaw, vissero lungo il fiume che scorre nello Stato che successivamente prese il loro nome. Di tutte queste tribù che abitarono tra i fiumi Ohio e Wabash, gli Osage erano la più numerosa. Quando lasciarono le foreste nel XIX secolo, gli Osage, che si erano già guadagnati una vasta fama militare, continuarono con il loro atteggiamento bellico o fin e non raggiunsero le pianure e non dominarono tutto il territorio che va dall'attuale Oklahoma a nord fino al fiume Arkansas. La tribù dei Kansa viveva a ovest degli Osage. Entrambe le tribù firmarono accordi di pace con gli Stati Uniti agli inizi del XIX secolo e dal momento che avevano accampamenti lungo i confini furono in costante contatto con i cacciatori di pellicce e con gli esploratori. Quando nel 1830 George Catlin le raggiunse, trovò entrambe le tribù piuttosto indebolite da diverse malattie, ma ancora degne della loro fama di tribù guerriere. «Gli Osage» disse «sono la razza più alta di tutti gli Stati Uniti, sia tra i bianchi che tra i pellerossa; infatti ve ne sono pochi alti meno di un metro e ottanta; la maggioranza arriva a un metro e novantacinque o oltre i due metri.»
Nel 1870, gli Osage dovettero trasferirsi in una riserva nel Territorio indiano, seguiti dopo poco dalla tribù Kansa. Alcuni Osage sono entrati nella storia, come Pawhuska o Chioma Bianca e tra gli ultimi discendenti, John J. Mathews, i cui libri sul suo popolo rappresentano una parte importante della letteratura degli indiani americani. Era Kansa anche la madre di Charles Curtis, il primo americano in parte indiano che diventò vicepresidente degli Stati Uniti sotto l'amministrazione di Herbert Hoover, tra il 1929 e il 1933.
Con tutte queste tribù che si spostavano nelle grandi pianure e parlavano lingue e dialetti diversi, fu necessario sviluppare un comune linguaggio dei segni. Il semplice sistema di comunicazione per mezzo di gesti era usato da tutti gli indiani del Nordamerica, ma fu nelle pianure che questo tipo di comunicazione raggiunse la sua massima diffusione. Come qualsiasi altra lingua, cambiò continuamente e si diffuse sempre più finche la civiltà indiana delle pianure non venne distrutta.
Quando il capitano William P. Clark, che gli indiani chiamavano Cappello Bianco, iniziò a fare i suoi studi sul linguaggio dei segni nel decennio 1870, rimase sorpreso dalla facilità con cui i membri delle tribù, che parlavano lingue completamente diverse, riuscivano a comunicare alla perfezione con questo sistema.
«Trovai gli indiani insegnanti eccezionalmente bravi e pazienti e il linguaggio dei segni facile da capire e imparare.» Una volta, Clark chiese al Sioux Falco di Ferro in che modo gli indiani delle pianure fossero riusciti ad imparare così bene il linguaggio dei segni. Falco di Ferro rispose che era stato un dono del Grande Spirito. «Ai bianchi è stata data la capacità di leggere e scrivere» aggiunse. «A noi il Grande Spirito ha dato la capacità di parlare con le nostre mani e con le braccia, di mandare informazioni con gli specchi, le coperte e i cavalli; così, quando incontriamo indiani che parlano una lingua diversa dalla nostra, possiamo comunicare con il linguaggio dei segni.»
Col perfezionarsi del linguaggio dei segni, ai singoli nomi e verbi vennero associate delle metafore. Clark sosteneva che non era possibile capire fino in fondo ciò che veniva comunicato senza conoscere anche i segni delle metafore. Divenne pure necessario imparare la sintassi. Articoli, congiunzioni e preposizioni erano omesse egli aggettivi venivano posti dopo i nomi. Per esempio, per dire: «raggiungerò il mio campo nel giro di un mese» con il linguaggio dei gesti, bisognava dire: «luna finita, io arrivare mio campo».
Secondo James Mooney, le tribù che diventarono più esperte nell'uso dei segni furono i Crow, i Cheyenne e i Kiowa. «Fatta di gesti dolci e aggraziati» disse «una conversazione tra un Cheyenne e un Kiowa è vera poesia in gesti. » Mooney descrisse anche un incontro che ebbe con un giovane Arapaho mentre l'accompagnava ad assistere a una danza tribale che si svolgeva da qualche parte sul fiume Canadian. L'Arapaho non era sicuro del luogo esatto della danza, ma, scambiando alcuni segni con un altro indiano lontano almeno un chilometro e mezzo, riuscl a capire che la danza aveva luogo più a nord, dalla parte opposta del fiume. «Ci mettemmo subito in cammino e raggiungemmo il posto» disse Mooney.
Nell'estate che trascorse insieme ai Sioux Oglalla ad ovest di Fort Laramie, Francis Parkman si lamentò sulle pagine del suo giornale della noia e della monotonia di alcuni giorni passati al campo senza fare nulla. La calura estiva era debilitante, le conversazioni ripetitive e tutti se ne stavano sdraiati all'ombra senza fare nulla. Il giovane Parkman non si accorse come anche per gli indiani quello fosse un momento di tedio: attendevano infatti che le guide li avvisassero dell'arrivo di una mandria di bisonti nelle vicinanze. Quando finalmente la notizia arrivò, il villaggio improvvisamente rinacque. I cacciatori si divisero in piccoli gruppi e partirono a cavallo attraverso le pianure, carichi di energie e al massimo del loro entusiasmo.
I tre eventi più importanti nella vita degli indiani delle pianure erano le cacce ai bisonti, la cattura dei cavalli e le Danze del Sole. Negli intervalli di tempo tra questi eventi, la vita scorreva alternando momenti di maggiore o minore attività, e a volte anche di inerzia come quello descritto da Parkman, proprio come sono, per gli uomini dei nostri giorni, i momenti tra una vacanza e l'altra, tra i viaggi, gli affari, i divertimenti e lo sport.
Anche Parkman si uni come semplice spettatore agli indiani che andavano a caccia. «Ma, una volta in mezzo a quella confusione di cavalli e bisonti, al trambusto e alla polvere,» raccontò, «non riuscii più a trattenermi.» Quando quattro o cinque bisonti gli si avvicinarono, uno in fila all'altro, lanciò il cavallo al loro inseguimento e per tutta la giornata prese parte a quella che rimase una delle più belle esperienze della sua vita: la caccia al bisonte.
Prima dell'arrivo del cavallo, la caccia al bisonte era estremamente difficile e faticosa ma, con il miglioramento delle attrezzature per il cavallo e l'introduzione delle armi da fuoco, per le tribù delle pianure la ricerca del cibo diventò uno sport organizzato. La caccia individuale venne scoraggiata e da alcune tribù addirittura proibita perché un cacciatore può uccidere al massimo due o tre animali, ma spaventa l'intera mandria di bisonti, che così fugge costringendo l'intera tribù a spostare l'accampamento.
Quando le guide avvistavano una mandria nelle vicinanze, i capi tribù si riunivano per decidere quale tecnica usare e quando dare inizio alla caccia. Quando visse con gli Hidatsa, nel 1851, l'artista Rudolph Kurz notò che prima di una caccia al bisonte i guerrieri si riunivano in assemblea, e quando prendevano la loro decisione finale, la annunciavano a tutto il villaggio tramite uno strillone. «Nessuno è autorizzato a muoversi da solo, in contrasto con la decisione dei guerrieri, perche ognuno deve avere uguali opportunità. »
Di norma ciascun cacciatore portava con se due cavalli, cavalcando il più lento e conservando il più veloce per la caccia. Dopo la caccia, il cavallo montato durante il viaggio di andata veniva usato come animale da soma per trasportare la carne. Quando i cacciatori si avvicinavano alla mandria, venivano prese precise precauzioni per non spaventare gli animali. L'attacco veniva sempre sferrato controvento affinche gli animali non percepissero l'odore dei cacciatori e, dov'era possibile, colline, canyon o altre formazioni naturali venivano usate come riparo. Arrivati abbastanza vicino da poter caricare la mandria, i cacciatori si spogliavano, rimanendo in pantaloni e mocassini, si mettevano in sella ai loro cavalli più veloci, si disponevano a formare una fila continua e, al segnale del loro capo, si sparpagliavano per la pianura alla caccia della loro prima preda. William Hamilton, che si trovava con i Cheyenne tra il 1840 e il 1850, disse che i loro cacciatori si dividevano in due gruppi, ognuno dei quali attaccava da un diverso lato della mandria in modo da raggiungere il maggior numero di animali possibile. Il più delle volte, gli indiani a cavallo circondavano gli animali secondo il metodo usato ai vecchi tempi, quando ancora cacciavano a piedi; altre volte, invece, preferivano cacciare a cavallo, inseguendo l'animale finche non riuscivano ad abbatterlo.
Alcuni cacciatori modificarono le armi dei bianchi per renderle adatte alla caccia al bisonte, altri invece preferirono continuare a utilizzare arco e frecce. «Bastava una sola freccia per stendere a terra un bisonte» racconta Ramington. «Miravano sotto la spalla e scoccavano le frecce con un forza da trapassare i polmoni dell'animale.» Francis Parkrnan vide un cacciatore Sioux Oglala conficcare una freccia così in profondità da farla scomparire dentro la carne dell'animale. E, secondo il racconto del maggiore R.R. Sibley, un capo Sioux Yanktòn chiamato Waneta «una volta scoccò una freccia con tale forza che attraversò un bisonte femmina da parte a parte uccidendo con un solo colpo anche il vitello di cui era gravida».
Di solito, dopo la caccia aveva luogo una grande festa. Se gli animali erano stati uccisi molto lontano dal villaggio, le tende venivano spostate più vicino al campo di caccia; altrimenti anche le donne, i bambini egli anziani collaboravano alla macellazione degli animali. Verso sera, si accendevano enormi fuochi per cucinare i pezzi di carne migliori: teste, lingue e costole. Feste di questo genere potevano durare tre giorni, ma anche durante i festeggiamenti si faceva comunque attenzione a non compiere sprechi. La pelle veniva strappata dalle carcasse, la carne fatta a brandelli ed essiccata; niente veniva buttato, e quando dopo una festa una tribù spostava il suo accampamento, ben poco restava alla merce dei coyote e dei lupi.
I preparativi per la cattura dei cavalli selvaggi, che spesso diventava una vera e propria battaglia tra cacciatori e prede, erano più complicati di quelli che precedevano la caccia al bisonte. I cacciatori erano in gran parte giovani tra i diciotto e i ventitre anni, desiderosi di catturare qualche esemplare per migliorare il loro status all'interno della tribù. Talvolta chiedevano a un cacciatore più anziano ed esperto di guidarli. Di solito, la notte prima di una battuta i membri del gruppo si riunivano per cantare accompagnati dal suono di un tamburo e spesso questi riti attiravano altri giovani che poi decidevano di unirsi alla spedizione, se era ancora aperta a nuove adesioni. I gruppi di caccia erano composti da un massimo di dodici persone, tranne quando si trattava di rubare un'intera scuderia di cavalli agli indiani nemici: in quei casi partecipavano in più di cinquanta e la caccia finiva per diventare uno scontro tra tribù.
Come in tutte le società umane, anche all'interno delle tribù c'era chi sosteneva la pace e chi propendeva per la guerra: falchi e colombe. Per illustrare questi diversi punti di vista, Edwin Denig trascrisse per il Dipartimento di etnologia americana i discorsi tenuti da due capi Assiniboin nell'assemblea che si svolse dopo aver ricevuto un'offerta di pace da parte dei Crow.
VECCHIO CAPO ASSINIBOIN: «Cari figli miei, sono un uomo mite. Per più di vent'anni vi ho tenuto insieme come una mandria di cavalli. Se non fosse stato per me, ognuno di voi avrebbe preso la sua strada come i lupi nelle praterie. Pochi sono gli uomini buoni, e pertanto quei pochi che ci sono devono essere ascoltati con amore ed ubbidienza. La mia lingua si è fatta sottile e i miei denti sono caduti a furia di darvi consigli. So di parlare con uomini saggi, molti anche più coraggiosi di me, ma nessuno ha più anni o maggiore esperienza. Vi ho convocato perché i Crow, nostri nemici, hanno regalato del tabacco a me e ai miei figli, tramite gli uomini bianchi del grande fortino, e io vorrei sapere se possiamo fumarlo oppure no. Per quanto mi riguarda, vorrei fumarlo. Siamo solo un manipolo di uomini circondati da grandi e potenti tribù, tutte nostre nemiche. Cerchiamo di ridurre il numero dei nemici ed aumentare quello dei nostri amici. So che molti di voi hanno perso parenti per loro mano come per mano dei Gros Ventre, con cui però abbiamo fatto pace. Se vogliamo fare veramente pace, i vecchi rancori devono essere messi da parte e dimenticati. Sto diventando vecchio, non ho più molti inverni davanti a me e sono stanco di vedere i miei figli morire per colpa della guerra. Abbiamo pochi cavalli; con tutti quelli che possiedono i Crow potremmo ottenere qualche animale anche per noi. Se facessimo pace con loro, sono certo che ne riceveremmo molti in cambio. I Crow sono buoni guerrieri, i bianchi dicono che sono anche gente buona che manterrà la parola data. Qualsiasi cosa deciderete, fate che sia una scelta da uomini perche noi siamo veri uomini. Ho finito: tocca ad altri di parlare.» GIOVANE CAPO ASSINIBOIN: «Non sono d'accordo con ciò che ha detto il vecchio capo riguardo ai nostri nemici. La vecchiaia deve averlo reso ingenuo se pensa che dovremmo fumare il tabacco dei nostri acerrimi nemici Crow. Dite agli uomini bianchi di riprenderselo perché puzza e se lo fumassimo sentiremmo l'odore del sangue dei nostri parenti morti sotto i loro colpi. n nostro vecchio capo dovrebbe andare sulle rive dello Yellowstone, parlare con i teschi di trenta famiglie della sua stessa tribù e sentire cosa hanno da dire sull'argomento. Pensate che riderebbero? Ballerebbero? Pregherebbero di avere un po' di tabacco del Crow o qualcuno dei loro cavalli? Se servono dei cavalli, fate andare i giovani a rubare gli animali, così come ho fatto io e come ho intenzione di continuare a fare finche i Crow avranno anche un solo cavallo. Cosa ne dite se nel frattempo le loro ossa prendessero un po' di sole nella pianura? Sarebbe tutto tranne che morire da uomini! Per quanto mi riguarda, mi fa sempre molto piacere vedere il teschio di un uomo giovane. I denti sono di un bel bianco e sembra che sorridano dicendo: "Sono morto al momento giusto, non ho dovuto starmene a casa ad aspettare che i miei denti si rovinassero mangiando carne essiccata". I giovani uomini combatteranno, devono combattere e, per quanto mi riguarda, combatteranno. Ho finito.»
Per assicurarsi il buon esito di un furto di cavalli o di una battaglia, i membri del gruppo si portavano appresso particolari oggetti portafortuna. I Cheyenne credevano nei poteri delle penne dell'aquila calva o del falco blu, perche erano gli animali più forti delle Pianure. Il vecchio capo Cheyenne Vortice di Vento era convinto che il suo successo come guerriero fosse merito delle penne di falco che portava addosso e una volta uscì illeso da una raffica di colpi perche i proiettili avevano colpito le piume invece del suo corpo.
Tuttavia, anche se protetti dai più efficaci amuleti, i ladri più esperti non agivano mai in maniera avventata. Di norma si muovevano solo di notte. Durante il giorno rimanevano nascosti e, prima di colpire, osservavano con attenzione tutti i movimenti negli accampamenti nemici, la posizione delle loro scuderie, il terreno e le possibili vie di fuga. Il momento della giornata in cui preferivano colpire era alle prime luci dell'alba, mentre i nemici dormivano. Serrati i coltelli tra i denti, i ladri si intrufolavano nelle scuderie e ogni uomo sceglieva due o tre cavalli da portare via. Superate le linee di sorveglianza, si mettevano a cavallo di un animale, seguito tranquillamente dagli altri. In caso di allarme, scattavano al galoppo cercando di mettere più distanza possibile tra loro e i nemici appena derubati.
Ogni ladro aveva così almeno uno se non due cavalli in più e poteva saltare da un animale all'altro quando il primo era esausto. Ciò permetteva di guadagnare un bel vantaggio sugli inseguitori che spesso, nella foga, partivano alla rincorsa con un solo cavallo. Poteva anche accadere che i ladri venissero fermati; e in quei casi il combattimento era inevitabile.
Di ritorno all'accampamento, coloro che erano riusciti a portare a termine il colpo venivano accolti con urla e canti di gioia.
Subito dopo aveva inizio la distribuzione dei cavalli conquistati: certamente un giovane corteggiatore ne avrebbe portato uno in omaggio al padre dell'amata; altri venivano dati agli sciamani, alle famiglie povere o alle vedove. Infine, al suono dei tamburi, avevano inizio i festeggiamenti, che potevano durare anche tutta la notte. Le celebrazioni per la vittoria in una battaglia invece potevano durare addirittura per due giorni e due notti.
Uno dei voti che i giovani spesso facevano prima di una spedizione era quello di sottoporsi ad autotorture durante la successiva cerimonia della Danza del Sole. Non c'è aspetto della vita degli indiani delle pianure meno compreso dagli spettatori bianchi della Danza del Sole: esploratori, militari e missionari a cui veniva data la possibilità di assistere a quel tipo di celebrazioni raramente ne capivano il vero significato di cerimonia religiosa, per alcuni versi gioiosa, per altri di penitenza. La Danza del Sole veniva praticata quasi esclusivamente dagli indiani delle pianure e variava a seconda del,ceppo linguistico, che poteva essere quello dei Sioux, dei Caddi; degli Algonchini o degli Shoshone. Si trattava di una cerimonia a cadenza annuale, che aveva luogo nella tarda primavera o all'inizio dell'estate, in cui abbondavano i simboli religiosi che rappresentavano la rinascita della tribù. I preparativi duravano circa quattro giorni: i festeggiamenti, che includevano danze, veglie funebri, digiuni, autotorture e visioni rivelatrici, ne duravano altri quattro.
Una delle poche spiegazioni della Danza del Sole giunte fino a noi è quella di un indiano delle pianure nostro contemporaneo, George Bushotter, un Sioux Teton che fece anche alcuni disegni che ritraevano i momenti salienti delle celebrazioni. Un nome che usavano i Teton per descrivere la danza era: «Quelli che ballano guardando il sole». I preparativi per la festa alla quale venivano invitate anche le tribù vicine iniziavano in primavera. «Per prima cosa le tribù invitate arrivavano al campo» spiega Bushotter.
«Ciascuna si accampava per conto proprio. Anche se alcune tribù erano storicamente nemiche, durante le Danze del Sole sospendevano le rivalità, si facevano visita, si stringevano la mano e formavano alleanze, trascorrendo alcune settimane in questo clima di armonia.» Un'enorme folla si raccolse presso Little Big Horn nel 1876, dopo una Danza del Sole durante la quale Toro Seduto, danzando «rivolto verso il sole», ebbe la visione di centinaia di soldati vestiti con abiti blu che cadevano dal cielo direttamente sugli accampamenti indiani.
Quando i Sioux e i loro vicini si riunirono per la Danza del Sole, misero le loro tende in circolo e passarono i primi due giorni a preparare il terreno. «Il terzo giorno,» disse Bushotter «alcuni uomini decisero di andare alla ricerca dell'albero del mistero per realizzare il palo che doveva essere piantato verso il sole. » (l Sisseton e i Wahpeton, come d'abitudine, inviarono due giovani ragazzi.) I guerrieri che partecipavano alla ricerca della pianta indossavano le loro più alte uniformi di guerra. Il quarto giorno al centro di un cerchio venne scavata la buca per il palo, che fu poi ricoperta con erba tenera, salvia selvatica e un teschio di bisonte. Quello stesso giorno, sul margine orientale del cerchio, venne piantata una tenda per coloro che avevano fatto il voto di
partecipare alla danza, e sul retro venne disposta una fila di teschi di bisonte: uno per ogni partecipante. All'interno della tenda i partecipanti si purificavano con il fumo delle foglie e dell'erba tenera, si dipingevano i corpi e si preparavano per l'ardua prova.
Il quinto giorno, un nutrito gruppo di uomini e donne di ogni età si recò presso l'albero prescelto, ridendo, cantando e gridando lungo la strada. Giunti nei pressi dell'albero, però, iniziarono a parlare sottovoce, alcuni si zittirono. Dopo una serie di cerimonie durante le quali gli addetti al taglio dell'albero raccontarono le loro esperienze passate, uomini e donne insieme iniziarono ad abbattere la pianta. Tagliato l'albero, il tronco venne ripulito di tutti i rami, fatta eccezione per quelli più vicini alla cima, e trasportato fino al campo dove fu innalzato dagli uomini più importanti della tribù. Era diventato il palo che raffigurava il sole. Ai rami rimasti attaccarono dei sacchetti medicinali, un telo scarlatto e due sagome ritagliate dalla pelle del bisonte, una a forma di bisonte e l'altra a forma di uomo; ciascuna delle due figure era dotata di un enorme fallo che doveva rappresentare la vita e la fertilità della stagione estiva. Inoltre, saldamente attaccati alla cima del palo, una dozzina di lacci di cuoio lunghi fino a terra pendevano per i giovani indiani che dovevano compiere i loro voti e che erano in attesa dentro la tenda. "
Attorno al palo, furono piantati paletti di legno a formare due cerchi concentrici; quello esterno venne poi coperto con rami e frasche, mentre quello interno fu lasciato aperto per permettere ai danzatori di vedere il sole e la luna.
Alla prima cerimonia parteciparono i capi e gli anziani, marciando attorno al palo e rivolgendo gesti drammatici alle figure poste sulla cima del palo. Un banditore ufficiale della tribù diede poi inizio alle donazioni, invitando tutti a porgere doni alle vedove, agli orfani e alle famiglie povere. I giovani liberarono qualche pony all'interno dell'anello e alla base del palo vennero ammucchiate coperte, abiti, ornamenti e gioielli di modo che i bisognosi potessero liberamente prendere ciò che serviva loro.
Terminato il momento delle donazioni, ebbe inizio la parata dei guerrieri a cavallo che girarono ripetutamente attorno al palo, sparando a terra finche tutta l'aria non fu piena del fumo della polvere da sparo. La giornata si concluse con giovani uomini e donne che, cantando, cavalcavano a coppie attorno al palo. Tutto questo durò finche il sole non fu tramontato.
I restanti giorni della Danza del Sole erano tradizionalmente dedicati ai giovani che dovevano sottoporsi a torture per far fede ai loro voti. Dopo rituali che variavano da tribù a tribù, circa una dozzina di partecipanti coperti solo da un panno sulle parti intime si presentavano al cospetto degli sciamani che incidevano i loro petti evi infilavano spilloni di legno che perforavano i loro muscoli pettorali. Gli spilloni venivano legati alle grosse briglie in pelle di animale che pendevano dalla cima del palo. Così imbrigliati i danzatori si allontanavano finche il loro laccio non si staccava. A questo punto, con le braccia alzate al cielo e in bocca un fischietto di osso d'aquila, i danzatori iniziavano a ballare rivolti verso il sole. Il fischio prodotto con l'osso dell'aquila simboleggiava il respiro vitale e il canto dell'uccello della tempesta, ossia quell'uccello misterioso che lanciava frecce dal cielo sotto forma di lampi di luce.
Persistenti rulli di tamburi accompagnavano i danzatori mentre tiravano i lacci finche le ferite non iniziavano a sanguinare. A quel punto i danzatori si liberavano dai lacci facendo leva con il peso del loro corpo e si ferivano. Quindi gli sciamani li accompagnavano a medicarsi nella tenda, avvolti nelle coperte. Una variante della cerimonia prevedeva il sacrificio dei muscoli dorsali oltre che di quelli frontali. Talvolta agli spilloni veniva legato un teschio di bisonte il cui peso provocava dolore e ferite sin dall'inizio della danza.
Alla fine della cerimonia, coloro che avevano fatto voto di digiuno riprendevano a cibarsi, le tende venivano smantellate, i visitatori ripartivano e l'accampamento veniva disfatto. Restava solo il palo sacro finche sole, pioggia e vento non lo abbattevano.
Gli spettatori bianchi erano molto sorpresi della partecipazione delle donne alla Danza del Sole, perché credevano che durante le cerimonie più importanti venissero tenute in disparte.. Secondo George Bushotter le donne non solo assistevano alle cerimonie collaborando al taglio dell'albero del mistero", ma aiutavano anche i danzatori nelle loro prove e talvolta partecipavano loro stesse alla danza. «La sofferenza della donna è pari a quella dell'uomo anche se la donna non si ferisce. Durante la cerimonia le donne indossano una gonna in pelle di daino e portano i capelli sciolti sulla schiena.»
Le donne indiane che vivevano nelle pianure non erano schiave asservite all'uomo come vennero spesso descritte nel XIX secolo: avevano i loro compiti proprio come gli uomini. L'organizzazione della società indiana prevedeva la divisione tra uomini e donne dei lavori necessari alla sopravvivenza in una società primitiva. La principale responsabilità dell'uomo era quella di proteggere le donne fertili e i bambini da guerre, carestie, tempeste, secondo il principio per cui, se moriva il seme della tribù, anche la tribù sarebbe morta. Numerosi racconti di attacchi ai villaggi durante le guerre indiane narrano come gli indiani si sacrificavano per la salvezza di donne e bambini. Il ruolo di protettore costringeva gli uomini a montare continuamente la guardia per prevenire gli attacchi nemici « principalmente per questo motivo che gli uomini stavano solitamente avanti,» osservò George Grinnell «mentre le donne rimanevano indietro per badare ai figli, trasportare i carichi o condurre gli animali da trasporto. »
Un altro compito degli uomini era quello di procurare il cibo cacciando gli animali necessari al sostentamento, oltre a costruire anni ed utensili e raccogliere il materiale per la costruzione di tende e capanne. Mentre gli uomini portavano a termine quei faticosi e talvolta pericolosi compiti, le donne erano impegnate a conservare e cucinare gli animali cacciati e a costruire oggetti utili. A volte, come avviene in tutte le società, erano sovraccariche di lavoro. Poteva eccezionalmente accadere che gli uomini collaborassero ai lavori domestici o le donne combattessero in guerra, ma di solito i ruoli restavano ben distinti.
Quando gli uomini bianchi incontrarono le prime tribù indiane, le donne non rivestivano più ruoli di potere in ambito politico, ma pare che precedentemente ci siano stati alcuni capi di sesso femminile: donne che Sono entrate nella leggenda per i loro poteri magici e per la saggezza che dimostrarono durante le assemblee tribali. Furono forse i rapidi cambiamenti che seguirono l'arrivo dei bianchi e dei cavalli che accentuarono la divisione dei ruoli tra uomini e donne, lasciando a queste ultime poche occasioni di partecipare alla vita politica. Tuttavia, le donne continuarono sempre ad avere grande influenza, come notò Grinnell durante il suo soggiorno presso i Cheyenne. Grinnell raccontò infatti come, oltre a dispensare consigli, avessero tra l'altro il compito di spronare gli uomini se questi non portavano a termine con solerzia e successo i loro compiti. «Discutono liberamente con i loro uomini di ogni argomento, persuadendoli
nel fare o nell'astenersi dal fare qualcosa e solitamente dicono la loro sulle questioni che riguardano tutta la tribù. In ultima analisi, sono loro la vera autorità nell'accampamento.»
Nell'educazione dei figli, sia gli uomini che le donne avevano parità di ruoli, condividendo l'importante compito. Quando i maschi compivano dieci anni anche il nonno o 10 zio potevano collaborare. Nel caso delle femmine, erano la nonna o la zia ad aiutare la madre. Era invece compito del padre costruire la culla di legno per accogliere il neonato e dovere della madre o della nonna provvedere alla copertura in pelle e alle decorazioni con perline, penne, frange e piccoli sonagli.
Di solito, per i primi due o tre mesi di vita i bambini non venivano messi nella culla perche si pensava che non fossero abbastanza forti. Poi, finche non imparavano a camminare, venivano trasportati nei marsupi che le donne si caricavano sulla schiena, allacciati da cinghie collegate alla fronte o al petto. Questo sistema permetteva loro di muoversi liberamente e di occuparsi al contempo delle mansioni domestiche. Quando le tribù dovevano trasferirsi, le culle venivano legate alle slitte o a una trave e, non appena era possibile, i bambini venivano presi dalle culle e lasciati liberi di sdraiarsi o camminare carponi su di una coperta.
Finche un bambino non era in grado di camminare, capire e parlare, veniva chiamato con un soprannome. Poi, durante una solenne cerimonia familiare, al bambino veniva dato ufficialmente un nome. Il nome spesso veniva deciso dal nonno che poteva tramandare il proprio o quello di un antenato importante: i criteri di scelta erano diversi da tribù a tribù.
L'insegnamento della disciplina aveva inizio sin dalla tenera età. poiche la vita tribale e la vita familiare in un villaggio o in un accampamento costringevano le persone a stare a stretto contatto fra di loro, ai bambini veniva insegnato a stare il più possibile in silenzio; se il pianto di un bimbo si protraeva eccessivamente, era compito della madre allontanarsi con il figlio per non disturbare il resto della comunità. Inoltre, i bambini venivano scoraggiati dall'interrompere i discorsi degli anziani, anche se come punizione potevano ricevere un lieve scappellotto. Spesso, a chi si comportava bene venivano promesse ricompense e agli altri severe punizioni. I genitori educavano i figli ad adottare comportamenti socialmente approvati e si aspettavano che i loro consigli fossero ascoltati.
Il primo regalo che veniva fatto a un ragazzo erano arco e frecce, mentre a una ragazza veniva donata una bambola di legno vestita di pelle. Quando i bambini crescevano, ricevevano in regalo cuccioli di animali. Nei loro giochi i piccoli indiani imitavano gli adulti, così come accade in tutte le parti del mondo. Costruivano piccole tende, le sistemavano in cerchio come avveniva nei veri accampamenti e talvolta combattevano battaglie per gioco: i bambini cavalcavano manici di legno come fossero cavalli e le bambine levavano le tende facendo finta di scappare. Oppure giocavano alla caccia dei bisonti: alcuni facevano finta di essere dei bisonti e altri, nelle vesti dei cacciatori, fingevano di attaccarli con frecce o lance-giocattolo.
Dal momento che i bambini crescevano insieme ai cavalli ed erano sin da neonati abituati a cavalcarli in compagnia delle madri, imparavano a cavalcare e a camminare nello stesso tempo.
Una delle prime responsabilità che veniva assegnata a un ragazzino era quella di badare ai cavalli. «Questo era il suo compito speciale» racconta George Grinnell «e doveva guardarli costantemente, non perderli mai di vista e controllare che non rimanessero mai senza acqua.» Il padre o un anziano del villaggio doveva istruirlo sulle tecniche di caccia al bisonte: come avvicinare gli animali, come puntarli e come colpirli nei punti più vulnerabili.
Compiuti dieci anni, ai ragazzini veniva permesso di partecipare alle battute di caccia e in onore dei ragazzi che riuscivano a catturare qualche animale veniva organizzata una festa.
«Mi fu insegnato a montare a cavallo che avevo quattro anni» ricordò una donna Cheyenne che era una bambina ai tempi d'oro degli indiani delle pianure. «Quando diventai una ragazza più grande, cavalcare diventò il mio sport preferito. Montavo anche pony non addomesticati. Mia madre mi insegnò a caricare le borse sui pony. » Tuttavia, non cavalcò mai un cavallo ne partecipò mai a una caccia al bisonte poiche questi erano compiti riservati agli uomini. Mia madre mi insegnò tutto ciò che aveva a che fare con la gestione della tenda: cucinare, conciare le pelli di bisonte a seconda delle esigenze. Il primo paio di mocassini da me confezionato fu per mio padre.»
Le attività in cui erano impegnate le donne ruotavano tutte attorno alla tenda. Si occupavano di tutto ciò che riguardava la sua costruzione, conciando le pelli secondo le esigenze. Come le famiglie dei coloni della nuova frontiera invitavano i vicini alla festa per la costruzione di un fienile, il proprietario di una capanna indiana invitava i suoi amici a festeggiare, e alla fine della festa donava a ciascuno degli invitati una strisciolina di pelle di bisonte e dei lacci di cuoio. Così in un giorno solo tutte le pelli necessarie per costruire una tenda potevano essere sparse a terra ed essere cucite insieme in forma semicircolare.
Per fare una copertura di medie dimensioni, servivano dalle quindici alle diciannove pelli, o comunque un numero dispari secondo la tradizione. I Cheyenne credevano che una copertura composta da un numero dispari di pelli avrebbe tenuto meglio.
La struttura di sostegno della tenda era composta da circa venti pali, preferibilmente in legno di cedro, disposti su un cerchio di circa quattro o cinque metri di diametro, fissati saldamente al terreno e con le estremità superiori scoperte. Poi, per mezzo di una particolare asta, veniva collocata la copertura le cui due estremità venivano tenute insieme grazie a chiusure di legno. La parte bassa della tenda, una volta sistemata, veniva assicurata saldamente al terreno. Quando non c'erano picchetti a disposizione (o in presenza di un terreno roccioso), per fissare la tenda al suolo venivano usati grossi macigni. Fino al XX secolo fu possibile identificare i luoghi in cui gli indiani si erano accampati proprio tramite le pietre disposte in maniera circolare.
Le porte erano costituite da pelli di bisonte attaccate a una struttura di legno di salice. Dentro la tenda, al centro c'era il focolare, dove veniva sempre tenuta della brace accesa; il fumo usciva dall'apposito foro lasciato aperto in cima alla tenda. Da ognuno dei due lati del camino centrale, pendevano pezzi di pelle che servivano a regolare l'uscita del fumo in base alla direzione del vento. L'età di una pelle di bisonte poteva essere determinata guardando i segni lasciati dalla fuliggine attorno al camino.
In ogni tenda c'erano tre basse panche, usate di giorno come sedili e di notte come giacigli. Venivano coperte con pelli di bisonte per tenere lontana la pioggia che poteva cadere dal camino superiore durante i temporali. Nonostante le tende sembrassero perfettamente coniche, in realtà non lo erano. La parte posteriore veniva lasciata più corta delle entrate rivolte ad est per opporre maggiore resistenza al forte vento proveniente da ovest che soffiava sulle pianure.
Secondo la leggenda, l'idea originaria della tenda venne a un vecchio indiano emigrato dai boschi nelle pianure, rimasto insoddisfatto dei ripari fatti di terra che vi aveva trovato. Un giorno, mentre stava piegando una grande foglia di pioppo, casualmente realizzò la forma del cono. Capì subito che quella forma poteva essere un riparo e ne fece subito una in pelle di bisonte.
Quel vecchio era probabilmente un Sioux poiché tipi (tenda) viene dal Sioux ti (riparo) e pi (usata come), ossia in linguaggio Sioux «usata come riparo».
La tenda diventò il segno distintivo degli indiani delle pianure e scomparve insieme ai bisonti. Centinaia di migliaia di quei preziosi animali, unica fonte di sostentamento per le tribù, furono uccisi dagli uomini bianchi che ne lasciarono vive solo poche mandrie. Durante le aspre guerre indiane tra il 1860 e il 1870, succedeva spesso che l'esercito vittorioso uccidesse tutti gli animali della tribù sottomessa. Senza più cavalli e bisonti, gli indiani delle pianure non poterono più sopravvivere. A piedi, disarmati e confinati nelle riserve, i sopravvissuti di quelle tribù una volta libere e temute furono assoggettati da coloro che avevano preso possesso delle loro terre e che ora facevano loro l'elemosina di un po' di cibo e vestiti.
Per comprendere cosa accadde veramente agli indiani delle pianure, un americano bianco dovrebbe immaginare di essere improvvisamente privato del proprio lavoro, di ogni mezzo di trasporto, negozio alimentare, materiale da costruzione e vestito, e lasciato completamente in balia di un'orda di conquistatori stranieri che si abbattono su di lui, costringendolo ad abbandonare la sua religione, le sue abitudini e la sua lingua, mentre gli viene ripetuto ossessivamente che appartiene a una razza inferiore e che tutto ciò che per lui ha un significato è comunque inferiore a ciò che ha significato per chi lo domina.
Il fatto che alcuni discendenti degli indiani delle pianure siano sopravvissuti fino alla fine del XX secolo dimostra quanto fossero forti e pieni di risorse quegli uomini. Oggi i sopravvissuti di tre generazioni di soprusi e trattamenti ignobili cercano di sfuggire alla miseria cui sono stati costretti. Attualmente tra loro c'è molto orgoglio, una sorta di rinascita dello spirito, di rinnovamento di una fede nelle loro radici, nella loro terra natia, e la determinazione a ripristinare il meglio della loro eredità di indiani per inserirla nella parte migliore della vita americana attuale.

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