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generale george armstrong custer

GENERARE GEORGE ARMSTRONG CUSTER
Il Settimo Cavalleria è tra i luoghi comuni più citati quando si tratta di dare una definizione rapida di coraggio e di sacrificio spinto fino alle estreme conseguenze e George Armstrong Custer è considerato una leggenda per antonomasia. Ma questa non è che la favola tramandataci dai film western dei tempi andati, quando il bianco era per forza l'eroe bello e romantico (e se era cattivo era grasso, peloso, sporco e fin dalle prime battute ti facevano sapere che era un mezzo sangue), mentre i pellerossa erano a dir poco orrendi dimenticando che il bianco era l'invasore e il pellerossa combatteva sulla sua terra e per la sua terra, per vivere secondo le proprie tradizioni, la propria cultura.
Bando ai comizi e vediamo la storia del biondo eroe leggendario.
Custer nasce nell’Ohio, a New Rumley, da un agiato agricoltore che è anche graduato nella Milizia cittadina, corpo volontario con mansioni di vigilanza e di tutela dell’ordine.
Entra giovanissimo all’accademia di West Point dove è l’ultimo come rendimento scolastico e il più bravo in ginnastica. Nel 1861, a guerra di secessione da poco iniziata, eccolo sottotenente di cavalleria dell’armata del Potomac. È nella battaglia di Bull Run, quando riesce a salvare l’artiglieria e gli danno una menzione d’onore, che inizia a farsi notare. Da quel momento fino alla resa del generale Lee è un crescendo: pochi mesi dopo Bull Run è promosso capitano, il 29 giugno del 1863 diventa Brigadiere Generale. Ha ventitré anni e sette mesi, è il più giovane generale dell’esercito degli Stati Uniti. Ha il comando della Brigata Michigan che, dicono le cronache, è quella con il maggior numero di morti, 525, di tutta la guerra di secessione. Lui, invece, pur lanciandosi nella mischia come un forsennato e contagiando gli uomini con il suo entusiasmo, se la cava con undici cavalli uccisi sotto di lui e una sola ferita leggera. Nella battaglia di Gettysburg, una pietra miliare del conflitto, è decorato sul campo per il valore della sua condotta e così a Yellow Tavern, mentre nel 1864 gli è affidato il comando di una divisione, dai giornali è osannato, lo chiamano “il Ragazzo Generale che non ha mai perduto un fucile o una bandiera”, nasce il detto Custer’s Luck, la fortuna di Custer, l’essere invulnerabile. Ma la buona stampa di cui gode non è condivisa dai camerati, che lo consideravano quanto meno strano e la fortuna di cui gode del tutto immeritata. Intanto, irridono alle sue pose paragonandolo ad un cavallerizzo da circo a cui abbia dato di volta il cervello, al suo modo di vestire eccentrico che un ufficiale così descrive: “Porta una giacchetta da ussaro e attillati calzoni di velluto nero sbiadito, adorni di pizzo dorato che ha perso il lustro. I capelli sono una massa di riccioli corti, secchi, chiari. Ha gli occhi azzurri allegri e uno stile alla o la va o la spacca”. Non si tratta di una critica gratuita e invidiosa, poiché il gusto per l’abbigliamento stravagante, pacchiano, gli era costato più di una punizione all’accademia militare. Il suo sogno è di avvicinarsi al suo idolo Gioacchino Murat, cui rassomiglia anche nella complessione fisica: alto più di un metro e ottanta e robusto.
In piena guerra di secessione ha sposato Elizabeth Bacon, di ottima famiglia e rigida educazione, a lei dedica tutto il tempo libero tra una battaglia e l’altra scrivendole appassionate lettere… lunghe anche ottanta pagine.
È a lui che i sudisti si presentano con la bandiera bianca subito prima della resa di Lee a Appomatox. Il generale Sheridan parla di lui con accenti entusiastici, eccolo nominato Maggior Generale.
Ma la guerra si conclude e, come consuetudine, i gradi conferiti in stato di belligeranza per espandere i quadri, subiscono un ridimensionamento e torna ad essere tenente colonnello, cosa che gli procura un immenso dispiacere.
Lo ritroviamo alla ribalta delle cronache nel 1868, quando conduce il Settimo cavalleria contro il villaggio del capo Caldaia Nera, uccidendo tutti a tempo di musica: la banda del reggimento suona il popolare motivo irlandese Garry Owen. L’azione, di per sé tutt’altro che onorevole poiché Caldaia Nera in quel momento non solo non è sul sentiero di guerra ma ha accettato di ritirarsi entro i limiti assegnati alla sua tribù, dal grande pubblico è salutata come un’impresa gloriosa. E nella sua nuova veste di soldato che combatte contro gli indiani ha cambiato abbigliamento: porta calzoni di pelle con lunghe frange laterali, stivali di cuoio rossi e un grosso sombrero dal quale sfuggono i lunghi capelli biondi, non ammessi dal regolamento, ma che vogliono essere una sfida ai cacciatori di scalpi. Da qui il soprannome di Capelli Lunghi o Capelli Gialli appioppatogli dagli indiani.
In seguito alla sua perlustrazione nelle Colline Nere nel Dakota, si ha la conferma dell’esistenza dell’oro nel territorio e questo provoca una nuova ondata di bianchi di tutte le risme nella zona, gli indiani danno segni di agitazione. Il Sottosegretario per gli Affari Indiani tenta di calmare i Siuox, non ci riesce, la questione passa al Ministero degli Interni e poi a quello della Guerra. Gli studi più recenti hanno appurato che le autorità militari dell’epoca presero sotto gamba la questione indiana. Pensavano che sarebbe bastato mostrare i muscoli per vederli scappare, ma non sapevano che i Sioux erano sul sentiero di guerra, che si erano alleati momentaneamente ai Cheyennes radunando quella che può essere considerata la più grande armata pellerossa di tutti i tempi.
Il 25 giugno 1876 Il Settimo Cavalleria avanza in perlustrazione lungo il corso del fiume Rosebud. Il gruppo di Custer fa parte di un contingente comandato dal generale Terry, e deve solo scoprire e seguire eventuali tracce dei pelli­rosse non oltre il Little Big Horn, evitando il contatto con il nemico. Un eventuale attacco sarebbe stato sferrato al ricongiungimento delle truppe. Del gruppo fanno parte anche Tom e Boston, fratelli di Custer, il nipote Henry e il cognato James. Ma Custer non segue gli ordini, vuole rinverdire la sua fama e deve farsi perdonare di avere attaccato il Presidente Grant in un processo per tangenti intascate dal segretario alla guerra. È talmente sicuro della vittoria che ha portato con sé, malgrado precisi ordini contrari, il giornalista Mark Kellog del New York Herald raccomandandogli di non staccarsi dalla coda del suo cavallo e promet­tendo di mostrargli “come si combatte nel West, ne caverete un ottimo articolo”. Non appena sono individuate tracce fresche degli indiani divide la sua colonna in tre bracci, avanza ulteriormente e comanda l'attacco malgrado le guide lo avvertano che il numero dei nemici è esorbitante, che sono più delle pallottole in loro possesso. Guida la carica e fa stermi­nare tutti i suoi uomini, se stesso e il giornalista. Di vivo resterà solo un cavallo, ferito ma vivo. Per miracolo si salva il trombettiere John Martin, spedito a chiedere rinforzi, soprattutto munizioni.
Ad ucciderlo al termine di una furibonda lotta corpo a corpo è Toro Bianco, nipote di Toro Seduto, che non sa neppure si tratti di lui. Glielo dirà il giorno seguente un suo parente, avvezzo a bazzicare Forte Lincoln, additando il cadavere: “Ecco Capelli Lunghi, si credeva il più grande uomo del mondo, adesso è disteso lì”.
CURIOSITA': che Custer non fosse ben visto dai compagni d'armi, che lo ritenevano solo uno spregiudicato incosciente, abile nel farsi pub­blicità e nell'accaparrarsi appoggi validi, viene confermato dalla battuta che gli disse un collega mentre il nostro colonnello la mattina del 22 giu­gno lasciava il campo base per avviarsi in perlustrazione: «Non essere ingordo, di indiani ce n'è per tutti. Aspettaci». Secondo altri che l'ave­vano conosciuto, quella del Little Big Horn fu la sua "ultima bravata".
Il presidente Grant commentò l'accaduto definendolo un "inutile macello".
Nel libro Indian Fighting Army l'autore riporta un curioso aneddoto. Quando Custer lasciò Forte Abramo Lincoln con i suoi uomini par­tendo per la fatale avventura, era la metà di maggio. Le persone radu­nate per salutare quelli che partivano ebbero una curiosa visione collet­tiva: quasi la metà del reggimento sembrò cavalcare nel cielo per poi svanire in dissolvenza. Premonizione?
Com’era George Armstrong Custer Dietro Lo Specchio Dell’Astrologia?
Nato il 5 dicembre del 1839, Sagittario con pianeti nello Scorpione e nel Capricorno è un militare nato. Venere nella Bilancia e gli aspetti che crea sono indici di vanità, di formalismo, gli offrono il senso dell’opportunità necessario per suscitare, volendo, ottime impressioni. Sotto la maschera, Custer è un uomo divorato dall'ambizione, dal desiderio di emergere a tutti i costi. Sessualmente è un frustrato, probabile l’impotenza, che sfoga le incer­tezze e la perenne insoddisfazione con prese di posizione, con azioni ag­gressive, prepotenti fino all'imprudenza, incurante del bene o del male altrui. Intelligente? Forse, secondo i pareri del tempo mancava totalmente di cervello, ma in ogni caso si tratta di un'intelligenza sottomessa al­l'ambizione, guastata dalla diffidenza, dalla mania di persecuzione che lo rende geloso dei successi altrui, insofferente alle regole, agli ordini. Una cosa è certa: mancava totalmente di intuito, di fantasia, gli indici di abilità strategica sono latitanti. Militare nato sì, ma solo per comandare, non per obbedire, era un sanguinario, non aveva anima.
25 giugno 1876
Com'era il cielo di Custer in quell'infausto giorno? Il Sole e la Luna natali erano in cattivo aspetto con Mercurio, Saturno e Plutone e indica­vano orgoglio, presunzione, azioni avventate suggerite dall'amarezza, dalla vanità e da un malinteso senso della virilità con possibili conse­guenze tragiche. Marte era opposto a se stesso. Più che della sola jella, Custer è rimasto vittima dei lati peggiori della sua personalità, del suo complesso di super-Io accentuato dai passaggi del giorno. Non va di­menticato che era nato fortunato e una frase proverbiale nell'esercito americano era Custer's Luck, avere la fortuna di Custer. Si, un cattivo Saturno e un brutto Plutone, negativi con il Sole e la Luna natali, sono indici di un momento di. difficoltà, Marte opposto a Marte denota anche qualche rischio fisico, ma qui a condurre il gioco è quel Mercurio negativo con i due Luminari. E stato il suo modo di essere a guidarlo verso la morte.

Toro Seduto disse: «Custer si è buttato contro la morte come uno sciocco, era come cieco, non voleva vedere». È il migliore com­mento dal vivo all'esame astrologico postumo che indica una cosa con estrema chiarezza: anche se Custer avesse letto l'oroscopo, che ovvia­mente gli avrebbe suggerito di frenare le ambizioni, non si sarebbe fer­mato. Si sarebbe limitato a mandare all'inferno il povero redattore lan­ciandosi nella battaglia per placare la sete di gloria. Non dimentichiamo che era Sagittario e perciò confidava in sé ritenendosi invinci­bile, che si riteneva protetto da uno speciale padreterno, da uno stellone personale.

Antonia Bonomi www.arcobaleno.net

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