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NOI E I CHEROKEE

 

 

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NOI E I CHEROKEE DEL NORTH CAROLINA

a cura di Marco "cip" R.

Resoconto:
Ad un anno esatto dal mio primo fugace passaggio a Cherokee, nel North Carolina, alcune contingenze, tra cui incontrare la nostra comune amica Lianna, mi hanno riportato in territorio cherokee. Per chi non lo sapesse i cherokee sono divisi in diverse bande. Il loro territorio originale era appunto quello intorno alle Great Smoky Mountains, ma con il Indian Removal Act, nel 1830 furono deportati in Oklahoma, dove ancora vivono. Solo nel 1870 la banda guidata dal capo Qualla, riacquistò dal governo degli Stati Uniti 56.000 acri di terreno e tornò nei suoi territori natali, dando origine alla tribù cherokee del North Carolina, che contrariamente a quella dei cherokee della Georgia e dell’Oklahoma, tecnicamente non si può definire una riserva, ma un territorio sotto il governo federale. Un breve passo tratto da “ Il sentiero delle lacrime “: Era il 1830 quando Coltello Affilato, ossia il presidente Andrew Jackson, con mano decisa e grande convinzione firmava l'Indian Removal Act, una legge che di fatto obbligava tutte le tribù indiane orientali a spostarsi senza indugio ad ovest del fiume Mississippi in quello che allora veniva definito il territorio indiano........ l'inedia, il cibo avariato, le malattie ed i maltrattamenti fecero il resto in quello che sarebbe stato ricordato come il sentiero delle lacrime. I soldati incitavano i conducenti a non fermarsi mai, per tenere il passo con i primi carri della interminabile colonna e in questo modo non vi era neppure modo di seppellire i morti che venivano lasciati lungo la strada. Furono oltre 4000 i cherokee che morirono durante questa immensa tragedia della deportazione a ovest.Ora chi si aspettasse di trovare long house, ovvero le tipiche capanne di legno, o indiani che bivaccano intorno al fuoco o intenti nei sentieri di caccia, avrebbe una grossa delusione. L’integrazione con i bianchi va avanti ormai da più di 500 anni, i cherokee amministrano il loro territorio, vivono di turismo e hanno come tutte le riserve indiane un Casinò. Su quest’ultimo ho cercato di raccogliere delle informazioni, ma non si sa bene da chi sia gestito, comunque a quanto mi è dato sapere non è malvisto dai cherokee stessi, in quanto offre buone possibilità di lavoro e non sembra che influenzi più di tanto la loro voglia di gioco d’azzardo. Nonostante questa colonizzazione che prosegue da 500 anni, bisogna però riconoscere che i cherokee sono stati in grado di preservare la loro lingua, una buona identità nazionale e soprattutto un lato spirituale molto fervido. Probabilmente la loro gelosia nei confronti della loro religione, che a volte potrebbe risultare molto vicina alla superstizione, li ha preservati da contaminazioni esterne. Siamo partiti il sabato mattina da Saint Augustine, alle 4.30 del mattino per arrivare puntuali all’appuntamento con Lianna nel primo pomeriggio.Lasciato il caldo della Florida, ci spostiamo a nord, passando per la Georgia e il South Carolina. Il territorio cambia. Intorno a noi vasti campi di cotone, dai quali l’immaginazione sembra farci udire provenire i canti blues degli schiavi neri intenti nella raccolta. Piano piano i campi lasciano il posto ai boschi e le foreste. Quando arriviamo sulle Great Smoky mountains il tempo è impietoso, fa freddo e una pioggerellina gelida ci accompagnerà per tutti i tre giorni successivi. Per capirci le Great Smokyes sono in parte state lo scenario dove hanno girato l’ultimo dei mohicani. Ora capisco perché le chiamano così, le cime delle montagne, cosparse dai i colori autunnali che vanno dal giallo al rosso, si perdono tra le nuvole basse come se fossero avvolte da una spirale di fumo. Il weekend passato con Lianna è stato molto piacevole, siamo stati insieme come buoni amici e abbiamo iniziato a preparare il modo migliore per presentarci dai cherokee il giorno successivo, compresa la correzione di una lettera di presenazione. Avevo già visitato in parte la riserva, ma questa volta gli ho dedicato più tempo. Le Mingo Falls sono veramente belle, e non a caso rappresentano una vera attrazione turistica da queste parti. Camminare tra i boschi e lungo le rapide del fiume sacro che passa per cherokee ti rimette in pace con il mondo.
A questo punto credo di aver commesso, in buona fede, un piccolo errore. Mi fermo lungo il corso del fiume, in un posto isolato e lo ritengo un buon punto per fumare la mia pipa con i miei compagni. Solo dopo mi verrà spiegato che i corsi d’acqua sono sacri per i cherokee, e che ogni corso d’acqua è protetto dallo spirito di un drago, a volte buono a volte cattivo, al quale ogni cherokee deve chiedere il permesso di passare, prima di attraversare il fiume. Comunque mi viene detto di non preoccuparmi, probabilmente il drago si sarà domandato chi eravamo e non riconoscendoci ci ha lasciato indisturbati. Alcuni individui vestiti in modo tradizionale, oserei dire mascherati, si aggirano per la main street di Cherokee, la capitale, facendo dimostrazioni di danza o vendendo manufatti indiani, come gli acchiappasogni o piccoli oggetti in legno, cercando di racimolare qualche dollaro. Il museo di Cherokee vale comunque la pena di essere visitato. Viene gestito direttamente da loro edè un buon mezzo per acquisire nozioni storiche su questo potente e orgoglioso popolo. La nostra comune amica ci permette di visitare alcuni luoghi sacri. Il più sacro di tutti è il luogo della creazione, dove secondo i cherokee tutto ha avuto inizio, quando la terra è emersa come una tartaruga dalle acque. Vediamo il luogo dove viene acceso il fuoco sacro, in riva al grande fiume, nel quale i cherokee si immergono a ogni luna per celebrare i loro riti. Purtroppo qualcuno ha bivaccato da queste parti, non curante della sacralità del posto, ed ha lasciato rifiuti e bottiglie in giro. Diamo prima una mano a ripulire. Poi la nostra amica chiede agli spiriti guardiani se possiamo pregare insieme in quel posto. Dice che ce lo permettono, così iniziamo a pregare insieme rivolti verso il fiume. Devo dire che è stata una bella esperienza..Come detto il lunedì è il giorno degli incontri, ne facciamo una serie con le personalità più influenti della tribù. Il primo è mr Freeman Owne, un uomo molto in vista nella tribù. Lo incontriamo al college di cherokee, dove insegna e si occupa del recupero scolastico di bambini un po’ “difficili”. Lui come detto è molto rispettato, è un eccellente storyteller, un insegnante e un ottimo conoscitore della medicine, è con lui che dovremmo istituire il primo contatto per una relazione interculturale. Rimane favorevolmente colpito dalla nostra associazione e si auspica di avere in futuro un contatto continuativo e duraturo, purtroppo i suoi numerosi impegni lo chiamano così ci salutiamo. Sempre accompagnati da un’incessante pioggerellina entriamo poi in contatto con i membri di un’associazione che si occupa di trasmettere gli insegnamenti tradizionali alle giovani generazioni, chiamato “ Right Path “, ovvero il giusto sentiero. Un membro di spicco, nonché insegnante dei futuri leader della comunità è Janita Wilson, una simpatica signora di mezza età, molto affabile e disponibile. L’associazione fa capo a Rosanna Belt e a suo marito Tom Belt, che tra le altre cose è un insegnante di lingua cherokee alla Western Carolina university. L’incontro con lui è stato fondamentale, senza il suo parere favorevole non si può trattare con la parte più genuina dei cherokee. Un fugace incontro lo abbiamo avuto anche con mrs Lisa Lefler, che si occupa di un programma per insegnare ai dottori come interagire e comprendere con i metodi di cura tradizionali cherokee.Poi siamo stati ricevuti alla corte federale da mrs Carol Bradley, a capo del progetto benessere e guarigione cherokee, da anni occupata nella lotta alle droghe, di cui anche Lianna fa parte. Per eventuali donazioni potrebbe essere la giusta referente, oltre ovviamente ai membri di Right Path.Uno degli incontri più suggestivi l’abbiamo avuto con una elder, mrs Amy Walker. Lei è una tradizionalista, una medicine woman, di madre cherokee e padre lakota di Roseboud. Ci ha raggiunti davanti al museo, inizialmente un po’ diffidente, si è sciolta completamente quando ha saputo il grado di amicizia di noi con alcuni capi lakota e medicine men che hanno potuto verificare, questo gli è bastato a testimonianza della bontà e delle intenzioni della nostra associazione.
Si è mostrata molto interessata a collaborare con noi e ci ha chiesto se era possibile essere ospitata in Italia per parlare alle nostre giovani generazioni, lo ha già fatto in altri paesi europei. In conclusione posso dire che è stata una serie di incontri positivi. Ho potuto capire che i cherokee hanno faticato molto a preservare le loro tradizioni e la loro spiritualità dalla contaminazione dell’uomo bianco, ed è forse per questo che sono molto chiusi e non ammettono di assistere ai loro riti sacri. Hanno capito che non siamo andati da loro per copiare i loro riti e riadattarli e rivendercelia casa nostra, su questo sono molto superstiziosi e credono che ogni rito debba essere fatto sulla terra a cui appartiene, ma anzi hanno capito che noi siamo i primi a non volere questo ed importanteche il vero insegnamento o la divulgazione venga da loro stessi, prima che sia carpita in malo modo da altri come è successo a volte con i lakota. Questo li ha entusiasmati. L’altra cosa che assolutamente bisogna capire è che sono molto orgogliosi e non vogliono essere salvati da nessuno, ma casomai aiutati a salvare le loro generazioni nel modo che loro stessi intendono insegnare. A tale proposito il sostegno che abbiamo dato alle scuole indiane in South Dakota ci è stato testimone e sembrano averlo apprezzato. Con il buio che sta arrivando, si è fatta l’ora di lasciare i Cherokee. Sotto la pioggia incessante salutiamo tutti e ripartiamo verso sud, verso il sole della Florida, che ci scalderà per un paio di giorni, prima di tornare in Italia, dove ci aspetta un inverno freddo, durante il quale speriamo di riscaldare i nostri cuori con i racconti e le storie di un nuovo popolo amico, quello dei cherokee, sopravvissuti a secoli di contaminazione e innumerevoli tentativi di distruzione. Speriamo che un giorno si possa sedere tutti insieme intorno a un fuoco sacro e far risuonare ancora i loro canti, le loro storie e tradizioni, che dal 1600 ad oggi l’uomo bianco ha tentato di cancellare.

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