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Infanzia e adolescenza.
by LAURA Z
“La sola cosa necessaria, per la tranquillità
del mondo, è che ogni bambino possa crescere felice”.
Capo Dan George, Salish
I bambini che vivono nelle comunità tribali
sono più esposti ad eventi traumatici, con danni allo sviluppo
fisico, emotivo e psicologico, dei loro coetanei non indiani. Le
cause possono essere dirette, quando si verificano negligenza e
maltrattamenti nei confronti del bambino, o indirette nei casi in
cui il minore assista, come testimone, a scene di violenza tra le
persone responsabili della sua crescita, proprio nell’ambiente in
cui vive. Un ulteriore disagio è causato quando, per tali ragioni,
il bambino viene separato dalla madre o da chi ha cura di lui.
Spesso, il motivo scatenante di tali soprusi, è da riscontrarsi
nell’abuso di alcol da parte degli adulti che lo hanno in tutela.
Negli ultimi quindici anni le comunità tribali sono diventate sempre
più consapevoli delle diverse forme di abuso, sensibilizzando i loro
membri affinché tali fatti fossero più possibile prevenuti: alla
fine degli anni ottanta, le tribù rimasero scioccate da numerosi
casi di abuso su bambini hopi e navajo da parte dei loro insegnanti
non indiani.
L’estensione dei casi di violenza all’interno delle comunità native
non trova purtroppo una stima esatta: studi recenti indicano tra il
15 e il 52% la percentuale di maltrattamenti subita dalle donne
native durante il matrimonio. Un altro studio indica che la
percentuale di nativi (uomini e donne) testimoni di tali atti è del
91%.
Molte comunità tribali hanno creato servizi all’interno delle
riserve per i minori vittime di abusi e le loro famiglie: fondi
provenienti dall’Ufficio per le Vittime di Crimini e dal
Dipartimento di Giustizia a tutela dell’Infanzia sono destinati alle
tribù che sviluppano programmi nei quali si riduca il rischio di
trauma infantile, in particolare programmi che sensibilizzino la
coscienza pubblica sull’impatto che il disagio può avere sulla
psiche di un bambino e garantirne, in seguito, la guarigione.
I nativi americani hanno il più alto indice di vittime di traumi di
qualsiasi altra razza sul territorio degli Stati Uniti, in
particolare tra gli adolescenti: secondo il Dipartimento di
Chirurgia Generale, i nativi americani e dell’Alaska vivono un
disordine da stress post-traumatico tre volte maggiore rispetto alla
popolazione generale (dato del 2001).
Molte tribù hanno adottato opportune regole destinate alla
popolazione femminile nativa. Ad esempio, e’ interessante scoprire
che alcune tribù proibiscono alle donne incinte di assistere a
funerali, mentre in altre tribù si pensa che porti sfortuna la vista
di certi animali (serpenti in alcune tribù, conigli in altre). E’
chiaro che la tradizione tramandata dagli anziani giochi un ruolo
fondamentale in queste regole, al fine di evitare comportamenti
scorretti, e proteggere il benessere del nascituro.
I bambini possono rivivere l’esperienza negativa attraverso il
disegno, la drammatizzazione oppure parlandone: sempre più spesso
vengono integrate attività tradizionali tribali in grado di aiutare
il bambino ad esprimere il suo malessere, come ascoltare storie
tramandate (story-teller) o con la danza, usata in questi casi come
forma di terapia: le cerimonie che riguardano il passaggio
dall’infanzia alla pubertà, ad esempio, richiedono giorni di digiuno
e/o danze nei quali è necessario avere molta concentrazione per
superare la fatica: le stesse tecniche utilizzate per preparare un
giovane a danzare diverse ore al giorno (oppure a purificarsi, a
partecipare ad una capanna sudatoria o a partecipare a cerimonie
spirituali) possono essere utilizzate per aiutarlo a reagire al
ricordo negativo.
I piccoli nativi, purtroppo, sono anche vittime dei disagi derivanti
dalla loro storia passata, in quanto popolo con alle spalle
centinaia di anni di oppressione: attualmente non ci sono ricerche
riguardanti l’impatto che la storia ha avuto sullo sviluppo
psicologico delle generazioni passate e presenti, ma la
colonizzazione, il massacro e l’esilio forzato hanno indubbiamente
predisposto i piccoli indiani ad essere più fragili rispetto agli
altri. Come sappiamo, ad esempio, in passato i bambini venivano
letteralmente radunati e messi in collegi dove le loro abitudini
erano scoraggiate e addirittura annullate con misure punitive.
Per quanto riguarda le adozioni, tra il 1960 e il 1970, i bambini
indiani furono mandati in famiglie o istituti, la maggior parte dei
quali gestiti da bianchi, sei volte in più rispetto ai loro coetanei
non indiani.
Nel 1978 il Congresso ha emanato L’Atto per il Benessere del Bambino
Indiano (ICWA) in modo da proteggere le famiglie native e dare alle
tribù un ruolo importante per le decisioni riguardanti la tutela dei
minori, in particolare favorendo le adozioni da parte dei parenti
più prossimi o, comunque, nell’ambito della stessa tribù.
Due studiosi, Yellow Horse e Yellow Horse Brave Heart, definiscono
“trauma storico” una serie di esperienze emotive e psicologiche
cumulative scaturite da eventi traumatici di massa: basandosi sulle
esperienze dei Lakota Sioux, hanno sviluppato l’Intervento sul
Trauma Storico e sul Dolore Irrisolto (HTUG), indirizzato ai
genitori, che utilizza tecniche terapeutiche in grado di facilitare
la guarigione come, ad esempio, le discussioni di gruppo.
Questi programmi incoraggiano la partecipazione della popolazione
indiana nella tutela e nella crescita sana dei loro bambini.
(Fonti: The effects of Childwood trauma on
brain development in native children;
First People Child and Families Revew)
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