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Gli unici superstiti
della battaglia di Little Big Horn, dove persero la vita Custer e i
suoi 242 uomini,
sono stati due: il trombettiere Giovanni Martini e Comanche, il
cavallo del capitano Keogh.
La storia è presto raccontata, del resto è ampiamente illustrata
nell’articolo dedicato a Custer. Quest’ultimo si trova in
perlustrazione per cercare traccia degli indiani che si oppongono
all’invasione bianca delle Black Hills in cui è stata accertata la
presenza di giacimenti d’oro. L’ordine è di non attaccare, ma
aspettare l’arrivo del grosso delle truppe, Custer in crisi di
astinenza da successo attacca anche se gli scout indiani lo hanno
avvertito che “sono più i nemici delle nostre pallottole”. Prima di
attaccare, però, ordina al trombettiere John Martin di correre a
chiedere rinforzi. Il tenente William W. Cooke, per timore che il
ragazzo di lingua italiana non abbia capito bene il senso del
messaggio, pensa di metterlo per iscritto e scarabocchia
su un foglietto: “Benteen. Come on. Big Village. Be Quick.
Bring Packs. W.W. Cooke PS Bring pacs”, che tradotto suona “Benteen
vieni in fretta e porta le munizioni”. John infila il pezzo di carta
nel guanto e parte a razzo. Mentre si allontana a spron battuto
avverte le prime scariche di fucileria, dall’alto della collina vede
sbucare indiani da ogni dove, sente dietro di sé le grida dei
guerrieri che lo hanno individuato e che cercano di colpirlo. Si
lancia ventre a terra giù per il pendio e in poco più di un’ora
riesce a raggiungere il maggiore Benteen a cui
consegna
il messaggio. Rinforzi e munizioni arrivano tardi per Custer e i
suoi, se John Martin e i rinforzi hanno salvato la pelle lo devono
ad una decisione di Toro Seduto: le forze indiane sono
preponderanti, potrebbero schiacciarli, ma il vecchio capo ordina di
cessare il fuoco: “Basta così, lasciateli andare, lasciateli vivere,
stanno solo cercando di salvarsi la pelle. Sono venuti contro noi,
ne abbiamo uccisi, ma se li uccidiamo tutti manderanno un esercito
più grosso a sterminarci”, e i guerrieri si dileguano.
In Italia la storia del trombettiere John Martin è poco conosciuta,
mentre in America era una celebrità. Sulla sua provenienza si è
accesa una disputa, negli articoli scritti fino a qualche anno fa lo
si dava nato a Roma, poi Pasquale Petrocelli ha scoperto che si
trattava di Giovanni Crisostomo Martino, nato il 28 gennaio 1852 a
Sala Consilina, Salerno, registrato così dal sindaco Fedele Allegrio,
con il nome del santo ricordato il giorno precedente perché il
neonato era stato lasciato nella Ruota dei Projetti, era un
trovatello.
Allevato dalla famiglia della balia Mariantonia Botta, si arruola
tra i garibaldini come tamburino e sembra abbia partecipato alla
campagna di Trento del 1866, ma non ci sono conferme. Nel marzo del
1873 si imbarca a Glasgow sulla S.S. Tyrian e il 27 sbarca a New
York. L’anno seguente si arruola nell’esercito come trombettiere, è
assegnato allo squadrone H sotto il comando del capitano Frederich
Benteen del Settimo Cavalleggeri. Le note personali dicono che è
alto un metro e 68, occhi marroni, capelli neri e carnagione
scura.
Tre anni dopo essersela scampata a Little Big Horn, il 7 ottobre del
1879 sposa Julia Higgins, diciannovenne di origine irlandese, da cui
ha otto figli, il primo dei quali chiamato George in memoria di
Custer. Arrivato alla pensione, gestisce con la moglie un negozio di
dolciumi nei pressi di un forte. Nel 1906 John-Giovanni e la moglie
si separano, lui si reca presso una figlia che vive a Brooklyn, il
27 dicembre 1922 muore investito da un camion secondo il racconto
della figlia, è sepolto nel Cypress hill national cemetery di
Brooklyn.
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