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by Alex
Ecco l'analisi più completa e complessa sulla
vita di Alce Nero, senza dubbio uno degli uomini più rappresentativi
dei Sioux. Sta a noi, come sempre, credere o non credere a ciò che
si legge.
GLI ANNI GIOVANILI 1863-1890
Nicholas Black Elk (1866-1950), un sioux di
una tribù dei lakota, è stato celebrato da esponenti della corrente
perennialist come "uno dei più influenti maestri spirituali del
ventesimo secolo"; anche specialisti accademici di storia delle
religioni hanno concluso recentemente che, non soltanto nel suo
ambiente culturale di origine, si tratta di un personaggio "venerato
come uno dei più grandi santi che siano mai nati". In Italia il suo
nome è stato tradotto in "Alce Nero", secondo una pratica, peraltro,
contro cui molti indiani protestano dal momento che, dalla fine del
secolo scorso, i nomi degli indiani d’America, originariamente
soprannomi individuali, si sono trasformati in cognomi trasmessi
nelle famiglie così come avviene per ogni altro cognome: così, la
figlia di Nicholas Black Elk era nota come Lucy Black Elk fino al
suo matrimonio con Leo Looks Twice, in seguito al quale cominciò a
firmare Lucy Looks Twice, letteralmente "Lucy Guarda due volte" ma
ormai, come accennato, i cognomi indiani
vengono sempre più raramente "tradotti".
Perché Nicholas
Black Elk o "Alce Nero" è così famoso? Nicholas Black Elk nasce
probabilmente nel 1866, non esistono documenti anagrafici ma la data
sulla sua pietra tombale, 1858, e quella più comunemente citata,
1863, sembrano entrambe errate, in una tribù, gli oglala, che si
spostava lungo il fiume Little Powder, all’interno dell’attuale
Stato del Wyoming. Gli oglala costituiscono una
delle sette tribù dei lakota, che sono a loro volta, insieme ai
dakota e ai nakota, una delle tre branche della popolazione nota
come sioux. A nove anni — secondo uno schema che si ritrova in molte
culture, il giovane Nicholas Black Elk si sentì "chiamato"
attraverso un sogno a intraprendere l’attività di "guaritore",
pejuta wikasa nel dialetto degli oglala, comunemente tradotto "uomo
medicina" come analoghe espressioni di altre lingue amerinde.
Come la letteratura scientifica sui sioux ha da lungo tempo
mostrato, l’identificazione dei vari personaggi che in qualche modo
nel mondo sioux venivano in contatto con il sacro sotto un’unica
etichetta "uomini medicina" o "stregoni", è certamente fuorviante.
La cultura sioux conosceva da una parte il pejuta wikasa, che si
occupava di incantesimi e di guarigioni con riti piuttosto magici
che religiosi, dall’altra il wikasa wakan, letteralmente
"sant’uomo", che celebrava invece rituali prevalentemente religiosi.
Nel linguaggio sioux dei nostri giorni i termini si sono confusi, ma
erano ben distinti all’inizio del secolo. Il wikasa wakan era un
personaggio assai più raro, e più rispettato, rispetto al pejuta
wikasa. Un residuo linguistico attuale della distinzione consiste
nel fatto che, benché in seguito siano stati introdotti altri
termini, per diversi decenni i sioux, riferendosi agli uomini
bianchi hanno chiamato pejuta wikasa i medici e wikasa wakan i
sacerdoti e pastori cristiani. Inoltre, chi voleva diventare un
pejuta wikasa nella tradizione oglala non poteva immediatamente
intraprendere questa carriera, ma doveva iniziare le sue attività
come heyoka, letteralmente "pagliaccio", recitando ruoli comici in
occasione delle feste magico-religiose della tribù. Questa
circostanza non è sorprendente se si considera l’importanza della
figura, insieme religiosa e comica, del trickster, del personaggio
"che fa trucchi", nella religiosità degli indiani d’America in
generale, e per la verità anche di altre popolazioni. Nicholas Black
Elk dovette quindi cominciare dalla più modesta posizione di heyoka,
che del resto includeva alcune pratiche del rituale sciamanico detto
yuwipi che fu ammesso dalla sua tribù a praticare quando, nel 1881,
dopo l’apprendistato come heyoka, venne riconosciuto come pejuta
wikasa. L’attività del pejuta wikasa era esercitata a titolo di
lucro, e Nicholas Black Elk entrò in società con un altro indiano
della sua tribù chiamato Joe Kills Enemy.
Queste attività
si protrassero dal 1881 al 1886: è in questi anni che, manipolando
polvere da sparo non è ben chiaro, o meglio dai documenti emergono
versioni diverse, se semplicemente per andare a caccia o per
aggiungere nuovi effetti alle cerimonie yuwipi, Nicholas Black Elk
fu vittima di un incidente agli occhi che lo portò in seguito a
perdere progressivamente la vista. Benché la pratica yuwipi, ancora
largamente diffusa, in quegli anni stesse cadendo in discredito,
molti erano accusati di praticarla per puro lucro e senza sincerità,
Nicholas Black Elk si conquistò nella sua tribù una notorietà
sufficiente perché il famoso William Cody, "Buffalo Bill"
(1846-1917), che cercava nelle
riserve indiani "caratteristici" da far esibire a pagamento nei
teatri d’America e d’Europa, nel 1886 gli proponesse di entrare a
far parte, con una buona paga, del suo Wild West Show, con il quale
Nicholas Black Elk viaggiò per tutti gli Stati Uniti d’America e per
diversi paesi europei, fra cui l’Italia e l’Inghilterra, dove si
esibì di fronte alla regina Vittoria, nel periodo dal 1886 al 1889,
acquistando così una conoscenza di mondi lontani dalle riserve che
pochi uomini della sua tribù potevano avere. Nel 1889, terminata la
tournée internazionale del Wild West Show, Nicholas Black Elk
ritornò presso la sua tribù nella riserva di Pine Ridge, nello Stato
del South Dakota. Riprese la sua attività di pejuta wikasa, più
famoso di prima, a causa del suo viaggio, ma potè assistere anche a
fenomeni religiosi di carattere del tutto diverso. Al momento del
suo ritorno anche nella sua riserva si era infatti diffuso un nuovo
movimento religioso fondato nel 1888 nello Stato dello Utah da un
profeta della tribù dei paiute, Wovoka (1856-1932), e chiamato dagli
osservatori bianchi Ghost Dance, "Danza degli Spiriti". Questo
movimento religioso
sincretistico, che includeva anche temi cristiani, si diffuse in
modo rapidissimo in tutti gli Stati Uniti d’America e, dallo
Utah,raggiunse anche i lontani sioux. La Ghost Dance era un
movimento di tipo apocalittico e millenarista, che attendeva la fine
del mondo presente e la restaurazione degli indiani in uno stato di
felicità primordiale, ma, nella
sua versione originale paiute, era insieme pacifista e non violento,
e dichiarava che gli indiani non avrebbero potuto entrare nel loro
regno millenario se non si fossero astenuti da ogni atto di violenza
contro l’uomo bianco. Importata presso i sioux,la Ghost Dance prese
— almeno nelle sue espressioni esterne, un tono più bellicoso,
conforme alle tradizioni di un popolo che aveva sempre tratto vanto
dal suo valore militare. Benché le interpretazioni degli storici
non siano unanimi, è prevalente l’opinione secondo cui nessuno fra i
capi sioux della Ghost Dance aveva veramente intenzione di tradurre
in atto i propositi bellicosi che risuonavano nelle danze e nei
canti del movimento. La fama di irrequietezza dei sioux fu peraltro
sufficiente per convincere le autorità civili e militari degli Stati
Uniti d’America che si stava preparando una rivolta, e che tutte le
attività del movimento dovevano essere vietate e represse con la
forza.
Dopo che la repressione militare della Ghost Dance aveva già fatto
diversi morti, nei giorni intorno al Natale del 1890 un gruppo di
lakota che continuava a praticare la Ghost Dance, oltre trecento fra
uomini, donne e bambini, venne circondato dal Settimo Cavalleggeri
statunitense e invitato a consegnarsi senza condizioni. Il 29
dicembre il Settimo Cavalleggeri entrò nell’accampamento dei lakota
a Wounded Knee senza combattere. Le ricostruzioni degli avvenimenti
di Wounded Knee sono conflittuali e spesso di parte. Sembra che un
incidente isolato, dove un solo lakota avrebbe sparato in aria,
abbia causato l’immediata reazione dei soldati, presto degenerata in
un massacro di
uomini, donne e bambini a cui riuscirono a sfuggire solo pochi
superstiti. Fra i sopravvissuti al massacro di Wounded Knee,
attribuito da molti storici anche al desiderio del Settimo
Cavalleggeri di vendicare la sconfitta di Little Big Horn, si
contava Nicholas Black Elk, anche se è del tutto mitologico che
abbia pronunciato in quell’occasione le famose parole "Oggi è una
buona giornata per morire"; questa frase venne invece pronunciata da
suo cugino Crazy Horse, in un episodio precedente. Le proteste di
una parte dell’opinione pubblica dopo il massacro di Wounded Knee,
che determinò in ogni caso la fine della Ghost Dance presso i
lakota, convinsero il governo degli Stati Uniti d’America a non
infierire contro i superstiti. Nicholas Black Elk potè riprendere la
sua attività di pejuta wikasa e si sposò con una donna chiamata
Katie War Bonnet che, prima di morire nel 1901, gli diede tre figli,
di cui soltanto uno, Ben, sopravvisse alle malattie infantili.
Alce Nero
parla": storia di una mistificazione
La storia di Nicholas Black Elk fino al massacro di Wounded Knee,
cioè dei primi ventisette anni della sua vita, è nota a milioni di
persone che hanno letto un volume dal titolo Alce Nero parla, di cui
è autore il poeta del Nebraska John Gneisenau Neihardt (1881-1973),
pubblicato per la prima volta nel 1932. John G. Neihardt, destinato
a diventare uno dei più noti poeti regionali americani, non era un
antropologo, e non parlava nessuno dei dialetti sioux. In compenso
riteneva il cristianesimo responsabile di tutti i mali non soltanto
degli indiani d’America, ma anche della civiltà occidentale. Il
poeta ebbe una serie di colloqui con Nicholas Black Elk tramite un
interprete, Emil Afraid of Hawk, che fu presto sostituito nel suo
ruolo dal figlio di Nicholas Black Elk, Ben. Nel corso di due
visite,nel 1930 e nel 1931, John G. Neihardt riempì vari taccuini
che si trovano attualmente alla University of
Missouri Library di Columbia, nel Missouri, e che sono stati
pubblicati nel 1984 da un suo ammiratore, Raymond G. DeMallie.
Nicholas Black Elk non era illetterato, sapeva scrivere e leggere
qualche parola in inglese, e utilizzare una trascrizione in
caratteri latini della lingua lakota, ma non poteva leggere il libro
di John G. Neihardt.
La figlia Lucy Looks Twice (1907-1978), che aveva avuto da un
secondo matrimonio con una vedova, Anna Brings White, sposata,dopo
la morte della prima moglie Katie, nel 1905, sapeva leggere
l’inglese e così altre persone con cui Nicholas Black Elk era in
contatto. Quello che gli lessero fu sufficiente per fargli redigere,
il 26 gennaio 1934, una dichiarazione in lingua lakota in cui
accusava John G. Neihardt di aver alterato quanto gli era stato
raccontato e, soprattutto, di aver omesso particolari che Nicholas
Black Elk considerava essenziali.
Di fronte al
silenzio del poeta, Nicholas Black Elk scrisse una seconda "lettera
aperta" il 20 settembre 1934 in cui chiamava senza mezzi termini
John G. Neihardt "un bugiardo" e il libro "nullo e di nessun
valore". Dichiarava pure che aveva dedicato il suo tempo a John G.
Neihardt anche perché gli era stato promesso un compenso in denaro,
che avrebbe aiutato la sua famiglia, certamente non ricca, ma che,
dopo tre anni, non aveva ancora visto ed era destinato a non vedere
mai. In uno stile semplice ma efficace, Nicholas Black Elk
commentava: "Il denaro contante parla. Come non ha detto la verità
sulla mia vita religiosa così non ha mantenuto la sua promessa di
pagare". Molti anni più tardi, quando l’antropologo Joseph Epes
Brown (n. 1920) entrò a sua volta in contatto con Nicholas Black Elk
e interrogò John G. Neihardt, il poeta ammise che Alce Nero parla
era semplicemente "basato" sulle conversazioni con Nicholas Black
Elk e che molto materiale, sia nei taccuini del 1930-1931 sia nel
volume pubblicato, proveniva "da altre fonti". Anche quanto
proveniva effettivamente da Nicholas Black Elk era stato"grandemente
abbellito".
Su consiglio
dell’antropologo, il poeta del Nebraska accettò di modificare il
sottotitolo di Alce Nero parla, cambiando "la vita di un sant’uomo
dei sioux oglala raccontata a [to] John G.Neihardt" in "raccontata
attraverso [through] John G. Neihardt" nella seconda edizione del
1972, differenza di grande rilievo, ma non facilmente percepibile
dai lettori. Perché Nicholas Black Elk, nel 1934,
reagiva così male al libro di John G. Neihardt? Dopo tutto, si
potrebbe dire, non si trattava del primo caso in cui un poeta si
serve della licenza detta appunto"poetica" nel raccontare le vicende
di qualcun altro. In questo caso, tuttavia, vi era molto di più.
Benché alcune informazioni sulla vita degli oglala e sulle attività
giovanili di Nicholas Black Elk come sciamano yuwipi siano esatte,
l’opera è largamente un parto della fantasia di John G. Neihardt,
forse con qualche contributo di Ben Black Elk che, solo fra imembri
della sua famiglia, aveva idee religiose parzialmente diverse
da quelle del padre. I taccuini pubblicati da Richard J. DeMallie
sono già di per sé notevolmente diversi dal volume;
ma, come abbiamo visto, il poeta del Nebraska ha ammesso che anche
il materiale nei taccuini proviene solo parzialmente da Nicholas
Black Elk e, quanto può essere in qualche modo attribuito a quest’ultimo,
è stato "grandemente abbellito". Questo vale certamente per la
grande visione che Nicholas Black Elk avrebbe avuto a nove anni e
che è il cuore stesso del libro. Alla sua famiglia Nicholas Black
Elk ne raccontò una versione molto più semplice: un sogno di
chiamata alla funzione di pejuta wikasa, certo particolarmente
suggestivo ma tutt’altro che inconsueto nella sua cultura. La
visione include, fra l’altro, una serie di numeri su cui gli
esoteristi che hanno letto Alce Nero parla si sono compiaciuti di
speculare. Peccato, come notò lo stesso esponente lakota quando gli
furono letti questi brani del volume, che a nove anni Nicholas Black
Elk non conoscesse i numeri e non sapesse
contare! Giacché la natura dell’operazione di John G. Neihardt è,
nella sua sostanza, nota da diversi anni, anche se solo la biografia
di Michael F. Steltenkamp, pubblicata nel 1993, ha risolto in modo
definitivo, con l’aiuto di documenti originali, molti problemi sulla
vita di Nicholas Black Elk —, si rimane perplessi quando si legge in
quarta di copertina della terza edizione italiana, del 1992, di Alce
Nero parla un giudizio dell’esoterista professor Elémire Zolla
secondo cui "il santo asceta a nove anni riceve una stupenda visione
che non potrebbe certo arridere ad una fantasia esclusivamente
umana.
Al paragone
l’Apocalisse è più arida, emblematizzante".
Il volume di John G. Neihardt costituisce tecnicamente un "falso"
non soltanto per quello che descrive, ma soprattutto per quello che
tralascia. Nicholas Black Elk si è costantemente lamentato della
sistematica esclusione da parte del poeta del Nebraska di qualunque
elemento di valutazione e di giudizio sulle sue esperienze
magico-religiose giovanili, che pure non aveva mancato di
trasmettergli, e soprattutto di qualunque accenno agli ultimi trent’anni
della sua vita precedenti alla pubblicazione del libro. Infatti,
dopo la tragedia di Wounded Knee, Nicholas Black Elk sembra essersi
trovato sempre più a disagio per le sue pratiche di sciamanismo
yuwipi. Qualche anno prima del massacro si era verificato un
episodio importante per l’intera vicenda di Nicholas Black Elk. A
partire dal 1886, nel territorio dei sioux, erano arrivati
missionari cattolici gesuiti dalla Germania e dalla Svizzera. È
interessante notare che i sioux stessi chiesero al governo americano
di mandare nel loro territorio le
"vesti nere", sinasapa, cioè i sacerdoti cattolici che vestivano la
talare, in particolare i gesuiti,e non più i missionari protestanti
episcopaliani e presbiteriani. Molti storici hanno visto in queste
richieste, largamente concesse dal governo dopo Wounded Knee, una
mossa esclusivamente politica, giacché i missionari cattolici, a
differenza di quelli protestanti, non predicavano la "religione
civile" americana e non svolgevano un’apologia sistematica delle
istituzioni degli Stati Uniti d’America, che per i sioux erano
responsabili del massacro di troppi parenti e amici. Naturalmente,
questo diverso orientamento politico si radica in dottrine sociali,
e anche teologiche, diverse in campo protestante e cattolico e ha
quindi pure una valenza specificamente religiosa.
Dal 1887 la
missione di Pine Ridge era evangelizzata da padre Joseph Lindebner
(1845-1922),
nativo di Magonza, chiamato dagli indiani Ate Ptecela, "Piccolo
Padre", con riferimento anche alla bassa statura, e venerato come un
santo. A poco a poco molti amici di Nicholas Black Elk, toccati
dalla predicazione del gesuita tedesco, iniziarono a convertirsi al
cattolicesimo. Nel 1904 si verificò l’episodio cruciale.
Nicholas Black Elk fu chiamato a svolgere le sue attività di
guaritore presso un ragazzo morente , un cattolico,nel villaggio di
Payabya. Nicholas Black Elk si dispose a iniziare un rituale con gli
strumenti yuwipi: il sonaglio e il tamburo. Dopo qualche minuto
padre Joseph Lindebner arrivò nella tenda dove giaceva il ragazzo
malato.
Senza troppe cerimonie, il gesuita gettò — in parte nel fuoco, in
parte fuori dalla tenda — quanto Nicholas Black Elk aveva preparato,
lo prese per la collottola e lo espulse esclamando: "Vattene,
Satana!". Secondo quanto Nicholas Black Elk raccontò in seguito alla
sua famiglia, mentre il sacerdote amministrava gli ultimi sacramenti
al ragazzo morente, egli rimase seduto fuori dalla tenda, convinto
di avere in quel momento "perduto tutti i suoi poteri". Padre Joseph
Lindebner, uscendo dalla tenda, lo trovò in questo stato e lo invitò
a salire sul suo carro, conducendolo alla Missione del Rosario dove
gli offrì ospitalità. Il guaritore e il gesuita conversarono
regolarmente per due settimane, alla fine delle quali il sioux
chiese il battesimo. Fu battezzato il 6dicembre 1904, festa di san
Nicola, di cui prese il nome. Nelle parole della figlia: " abbandonò
la sua pratica di guaritore e non la riprese mai più". Quando
Michael F. Steltenkamp, il primo antropologo che ha potuto
lavorare sui manoscritti originali di Nicholas Black Elk, della sua
cerchia di amici e della sua famiglia, pubblicando nel 1993 una
biografia dell’esponente lakota, ascoltò per la prima volta il
racconto della conversione, alla presenza della figlia del sant’uomo
sioux, si sentì avvilito, "[...] giacché la storia sembrava
confermare lo stereotipo popolare del missionario maleducato che
aggredisce l’ingenuo nativo". Padre Joseph Lindebner gli sembrava
"uno zelota dalla mentalità ristretta che voleva distruggere la
cultura indiana e che aveva ben poco di quella che oggi chiameremmo
compassione, sensibilità culturale o ecumenismo". Questa reazione
dell’antropologo, tuttavia, stupì i sioux che lo ospitavano, che al
contrario " ridevano e sorridevano mentre l’incidente veniva
raccontato. Qui c’era una bella storia e un racconto umoristico e
stranamente soltanto [l’uomo bianco] rimaneva silenzioso e privo di
espressione!". Al professor Steltenkamp occorse qualche anno per
capire le ragioni dell’atteggiamento della figlia e degli amici di
Nicholas Black Elk e perché quest’ultimo assicurava di non essersi
affatto "arrabbiato" di fronte alla reazione apparentemente rude del
gesuita. Dalle parole stesse di Nicholas Black Elk è evidente che
nel 1904 egli continuava a guadagnarsi da vivere con lo yuwipi, ma
non credeva più in quello che faceva.
Qualche anno più
tardi, quando gli venne chiesto un giudizio sullo yuwipi,rispose
testualmente: "È una cosa tutta priva di senso esattamente come i
maghi che avete presso gli uomini bianchi. È proprio la stessa cosa.
Non va confusa con il pregare con la pipa, che è una cosa molto più
importante.
Se un uomo prega con la pipa, spinge gli altri uomini a pregare con
lui. Ma quest’altra cosa, lo yuwipi,
è fare come fanno i maghi, che tentano di ingannare. Lo so perché
l’ho fatto io stesso". In seguito, Nicholas Black Elk si convinse
che se qualcuno dei suoi riti yuwipi aveva avuto qualche efficacia e
"potere, questo poteva venire soltanto dal Demonio. In questi
giudizi Nicholas Black Elk rivela una notevole capacità di
distinguere fra gli aspetti magici dei riti yuwipi e le tradizioni
specificamente religiose relative alla "sacra pipa" portata ai
lakota da una "Donna-Bisonte Bianca", che sarebbe riapparsa alla
fine dei tempi. Questa distinzione era fatta propria dagli stessi
gesuiti. Missionari come Joseph Lindebner, Eugene Buechel
(1874-1954), leggendario per la sua perfetta conoscenza dei dialetti
sioux, e Placidus Sialm (1872-1940), un gesuita svizzero che ha
lasciato nel suo diario preziosi riferimenti agli incontri fra
Nicholas Black Elk e John G. Neihardt, da una parte trattavano in
modo estremamente severo la magia yuwipi, ritenendola una frode
ovvero opera del Demonio, dall’altra raccoglievano con grande
rispetto le tradizioni più specificamente religiose sulla Donna-
Bisonte Bianca e sulla sacra pipa. Benché questa dottrina non sia
mai stata insegnata come "ufficiale", i diari e gli appunti di
predicazione dei gesuiti che lavorarono presso i lakota nella prima
parte del nostro secolo, conservati presso la Marquette University,
rendono chiaro che molti di loro erano convinti che la Donna-Bisonte
Bianca fosse davvero apparsa agli indiani un certo numero di secoli
prima dell’arrivo dei missionari per prepararli misteriosamente al
futuro incontro con il cristianesimo, e che si trattasse in realtà
della Vergine Maria.
D’altro canto i missionari gesuiti dimostravano una notevole
capacità di identificare persone dotate di un naturale carisma e
bene informate sulle tradizioni religiose del proprio popolo,
educandole a diventare catechisti e missionari laici a tempo pieno.
Fra questi, subito dopo la conversione, venne scelto Nicholas Black
Elk, che si rivelò un missionario straordinariamente efficace e che
svolse a tempo pieno l’attività di catechista anche presso tribù che
vivevano molto lontano dalla sua zona di origine. Nicholas Black Elk
riceveva un piccolo stipendio dalla Chiesa, ma tutti i documenti
sulla sua vita rendono chiaro che i motivi della sua attività erano
principalmente spirituali.
Nicholas Black Elk pronunciava spesso l’omelia nella Messa,
particolarmente quando il sacerdote presente non era in grado di
esprimersi nella lingua locale, e divenne noto fra gli indiani
cattolici come un eccellente predicatore e un organizzatore di
ritiri e di incontri religiosi. I temi centrali della sua
predicazione ruotano intorno al Rosario, al Sacro Cuore e a un
disegno delle "due vie" che conducono rispettivamente al Paradiso e
all’Inferno, largamente utilizzato dai missionari gesuiti fino a
un’epoca recente anche in Africa e in Asia, che Nicholas Black Elk
considerava particolarmente adatto alla spiritualità degli indiani.
Nicholas Black Elk, d’altro canto, non aveva paura delle polemiche.
Diversi documenti pubblicati da Michael F. Steltenkamp descrivono
vivaci scambi di opinioni con missionari protestanti, soprattutto
per difendere il culto cattolico alla Madonna, di cui era
devotissimo, e una lunga lotta contro il nuovo movimento religioso
sincretistico del Peyote, tuttora presente presso gli indiani e che
mescola elementi cristiani con altri tratti dalle tradizioni locali
e con l’uso rituale
di allucinogeni.
Nel 1941, dopo
la morte della seconda moglie, Nicholas Black Elk si ritirò dalle
sue attività di catechista e predicatore. Nell’ultimo periodo della
sua vita, qualche anno prima di morire nel 1950,
Nicholas Black Elk si esibì qualche volta in uno spettacolo
turistico, il Duhamel’s Sioux Indian Pageant, che,ricreava scene
della vita tribale e religiosa dei sioux di un tempo. Secondo la
figlia Lucy si trattava "solo di una recita" e non di un’attività in
qualche modo "religiosa". La sua famiglia del resto era sempre in
difficoltà economiche,e Nicholas Black Elk cercava di "guadagnare
ancora qualcosa". Vi sono d’altronde numerose testimonianze che ci
mostrano Nicholas Black Elk, negli ultimi anni della sua vita, come
un uomo profondamente cristiano. Nonostante la salute incerta non
rinunciò fino alla morte a dirigere la preghiera quotidiana della
famiglia:
una famiglia estesa secondo le tradizioni indiane, con nipoti e
cugini. Negli anni 1948-1949, molto malato e dopo un infarto,
ricevette tre volte l’Estrema Unzione. Tornato a casa continuava a
esortare i familiari: "Non perdete un giorno trascurando di pregare.
Dio si prenderà cura di voi e vi ricompenserà per questo. Dite anche
il Rosario, perché è una delle preghiere potenti presso la Madre di
Nostro Signore". Negli ultimi mesi della sua vita sopportò le
sofferenze che precedettero la morte — sopravvenuta il 17 agosto
1950 — in modo particolarmente esemplare. Negli ultimi giorni diceva
alla figlia: "Non preoccuparti, c’è un uomo che viene a trovarmi
tutti i giorni alle tre. Viene da oltreoceano e prega con me — e io
prego con lui. È un uomo di Dio". Nicholas Black Elk era solito
usare l’espressione "uomo di Dio" per riferirsi a un gesuita, e la
figlia non esclude che il malato possa essere stato effettivamente
visitato qualche volta da un padre gesuita. Altri familiari e amici
pensano invece che all’infermo apparissero i primi missionari
gesuiti che avevano evangelizzato gli oglala,morti da molti anni,
che Nicholas Black Elk aveva conosciuto. Quando morì — come aveva
predetto — "il cielo— secondo la testimonianza di un fratello laico
gesuita presente all’evento, William Siehr — era un’unica luce
radiosa. Non ho mai visto nulla di così magnifico". L’antropologo
Joseph E. Brown, per altri versi reticente sulle esperienze di
Nicholas Black Elk nel suo periodo cattolico, ricordava in
un’intervista non solo la grande devozione dell’anziano lakota — che
anche in città, al ristorante, non dimenticava di pregare ad alta
voce prima di mangiare e di benedire la mensa —, ma pure che
Nicholas Black Elk gli aveva predetto che "un segno in cielo"
avrebbe annunciato la sua morte. Secondo l’antropologo si trattava
di una "profezia vera" perché da indagini successive potè appurare
che un cielo luminoso in un modo inspiegabile era stato visto da
centinaia di persone nella riserva di Pine Ridge la notte della
morte del catechista.
Alcune
conclusioni
L’antropologo Joseph E. Brown — che ho avuto ripetutamente occasione
di evocare —, ispirato dal volume di John G. Neihardt — di cui aveva
stima —, si recò subito dopo la seconda guerra mondiale nella
riserva di Pine Ridge per raccogliere qualche ricordo di Nicholas
Black Elk da persone che lo avessero conosciuto in vita. John G.
Neihardt lo aveva infatti raffigurato nel suo volume del 1932 come
un uomo molto anziano, sconfitto, disperato per la fine della sua
religione sradicata dai bianchi e che attendeva soltanto di morire.
L’antropologo riteneva pertanto, nel 1945, che fosse morto da molto
tempo. Con sua sorpresa lo trovò vivo e vegeto, malato ma ancora
attivo nella vita della sua parrocchia, e ancora arrabbiato con John
G. Neihardt. Joseph E. Brown gli propose allora di descrivergli la
parte che riteneva più valida della tradizione religiosa lakota,
collegata alla Donna-Bufalo Bianca e alla sacra pipa. Ne nacque un
volume pubblicato nel 1953, La sacra pipa, nel quale l’antropologo
inserì una premessa firmata da Nicholas Black Elk in cui, quanto
meno, il catechista dichiarava di sapere "che è vero" che "Dio mandò
suo Figlio agli uomini per ristabilire l’ordine e la pace sulla
terra" e che "Gesù Cristo fu crocifisso ma che ritornerà al Giudizio
Finale, alla fine di questo mondo o ciclo". Peraltro anche in questo
volume — pubblicato dopo la morte di Nicholas Black Elk, e
certamente più fedele a quanto aveva potuto raccontare della vita
antica dei lakota rispetto ad Alce Nero parla — non si faceva parola
dei quarantasei anni di vita cattolica di Nicholas Black Elk, degli
oltre trent’anni trascorsi come missionario e catechista, della sua
fama di santità e della sua devozione, che pure l’antropologo
conosceva. Inoltre Joseph E. Brown — che pure negli stessi anni
protestava corrispondendo con John G.Neihardt a proposito delle
manipolazioni di quest’ultimo — non ritenne opportuno attaccarlo;
anzi,
raccomandò il suo volume e inserì brani che sembravano accreditare
come in qualche modo "autentico" il resoconto del poeta del
Nebraska. La stessa premessa attribuita a Nicholas Black Elk gli fa
utilizzare espressioni come "fine di questo ciclo", certamente più
familiari agli ambienti perennialist con cui Joseph E. Brown — amico
personale dell’esoterista Frithjof Schuon— era entrato in contatto
di quanto non lo fossero all’anziano ex catechista lakota e può
lasciare l’impressione che "Nicholas Black Elk conoscesse
solosuperficialmente la dottrina cristiana", impressione certamente
falsa. L’ultimo commento che ho riportato è di Michael F.
Steltenkamp — attualmente professore di antropologia al Bay Mills
Community College di Brimley, nello Stato del Michigan —, a suo
tempo allievo dello stesso Joseph E. Brown. Quando, nel 1970,
Michael F. Steltenkamp iniziò la sua raccolta di materiale originale
sulla vita di Nicholas Black Elk — finalmente pubblicata, come
accennato, nel 1993 — Joseph E. Brown, quasi vent’anni dopo la
pubblicazione del suo La sacra pipa, ne incoraggiò il lavoro. Sembra
che l’autore di La sacra pipa avesse qualche sensodi colpa per avere
in qualche modo coperto l’operazione discutibile di John G. Neihardt
e per avere consapevolmente sottaciuto aspetti essenziali
dell’esperienza di Nicholas Black Elk per non mettere in discussione
una certa immagine stereotipa della vita degli indiani. Egli scrisse
al suo allievo Michael F.
Steltenkamp di avere "sempre sentito come qualcosa di sconveniente
che questa fase [cioè la fase cattolica] della vita di Nicholas
Black Elk non fosse stata presentata da Neihardt e per la verità
nemmeno da me.
Credo sia
avvenuto perché in qualche modo si pensava che la sua vita cristiana
compromettesse la sua "indianità", ma oggi non la penso così e penso
che sia ora di presentare finalmente la verità". D’altro canto il
libro di Joseph E. Brown venne pubblicato in un momento particolare,
in cui il precedente Alce Nero parla era stato "scoperto" da una
parte da un movimento "indigenista" militante, aggressivamente
anticristiano, e dall’altra dalla corrente perennialist e di un
pensatore che ha influenzato gli esponenti anglofoni di quest’ultima,
Carl Gustav Jung. La fama di Alce Nero parla si diffuse —
all’interno e all’esterno della corrente perennialist —grazie ai
convegni di Eranos, tenuti ad Ascona, in Svizzera, e Alce Nero parla
divenne una "prova" sia del teorema relativistico
dell’incomunicabilità fra le culture, sia delle caratteristiche
magico-sacre della tradizione
indiana "genuina" e "primitiva". In questa chiave lo utilizzarono
Mircea Eliade, Frithjof Schuon, Joseph Campbell, tutti senza sapere
— o forse senza voler sapere — che quella di John G. Neihardt era
stata, semplicemente una mistificazione. In questo clima Joseph E.
Brown — che pure aveva conosciuto personalmente Nicholas Black Elk,
e aveva scoperto come stavano davvero le cose — non si sentì di
smentire tanti colleghi accademici più autorevoli e famosi di lui.
Si può sperare che la pubblicazione nel 1993 dell’opera di Michael
F. Steltenkamp, per molti versi definitiva, faccia cessare le
manipolazioni della figura di Nicholas Black Elk, la inquadri nelle
sue reali dimensioni di cattolico esemplare e permetta di denunciare
Alce Nero parla come un’opera che deriva largamente dalla fantasia e
dai pregiudizi di John G. Neihardt.
Se si riflette bene sull’episodio non si può non considerare quasi
incredibile che la mistificazione di John G. Neihardt sia potuta
continuare per decenni; sembra quindi opportuna, sul punto, qualche
riflessione conclusiva.
A Nell’inventario delle ingiustizie e delle violenze subite dagli
indiani d’America sarebbe opportuno includere — anche perché si
tratta di episodi che continuano ancora oggi — la falsificazione
della loro esperienza religiosa e la manipolazione della vita dei
loro leader spirituali, distorcendo la realtà per farla
corrispondere all’immagine "corretta" dell’indiano elaborata in
qualche laboratorio del relativismo culturale moderno.
L’operazione di John G. Neihardt — come la definiva nel suo diario
il gesuita missionario Placidus Sialm — costituisce "uno dei
peggiori sfruttamenti che si siano mai verificati a spese di un
indiano". "Un uomo bianco — scrive Nicholas Black Elk nella sua
prima dichiarazione del 1934 —, fece un libro e disse ciò che gli
avevo detto dei vecchi tempi, ma i nuovi tempi li lasciò fuori.
Trent’anni fa forse ero un buon indiano;
ma certamente ora sono migliore."Anche san Paolo divenne migliore
quando si convertì. I vecchi riti
indiani non rendevano migliori gli uomini. Gli uomini-medicina
cercavano la loro gloria e cercavano regali.
Cristo ci ha insegnato a essere umili e a smettere di peccare. Gli
uomini-medicina indiani non smisero di peccare.
Voglio essere retto come la Chiesa cattolica ci insegna e salvare la
mia anima per il Cielo. È questo che voglio".
Le falsificazioni, del resto, non costituiscono soltanto una nuova
forma di violenza contro gli indiani. Portano anche alla produzione
di opere di nessun valore documentario e scientifico. John G.
Neihardt ha lasciato fuori dal suo volume anche molte
caratteristiche della magia yuwipi perché non corrispondevano al suo
modello ideale. Per limitarsi a menzionare un episodio
particolarmente grottesco, il poeta del Nebraska decise di cambiare
il nome del socio in affari di Nicholas Black Elk nella pratica
dello yuwipi da Joe Kills Enemy, "Uccide il Nemico", a "One Side",
"Un Lato" — un nomignolo che Joe Kills Enemy ricevette soltanto
molti anni dopo, in vecchiaia —, perché menzionare un nome come "Kills
Enemy" contrastava con la sua rappresentazione dei lakota come un
popolo mite e pacifico. Più in generale, per un antropologo moderno
è ridicolo cercare nel movimento religioso della Ghost Dance
l’espressione di una religiosità indiana "genuina" e "primitiva". È
stato ormai persuasivamente dimostrato che la Ghost Dance — come
molti movimenti profetico-millenaristici
analoghi — è una forma di sincretismo fra credenze tribali indiane e
cristianesimo. Nata nello Utah, la Ghost Dance si forma — più
precisamente — come un sincretismo fra credenze tribali locali e la
predicazione dei missionari mormoni. Per il mormonismo gli indiani
d’America sono "lamaniti", discendenti — per quanto decaduti — di
un’antica migrazione di ebrei nel continente americano, e hanno un
fulgido destino. Un certo numero di mormoni — anche se non i loro
dirigenti — interpretavano inoltre un’ambigua profezia del loro
fondatore, Joseph Smith (1805-1844), ritenendo che annunciasse la
fine del mondo per l’anno 1890, e questa data si ritrova nella Ghost
Dance. Le vesti bianche della Ghost Dance hanno un’evidente
parentela con i "vestiti del tempio" dei mormoni, e le attese
apocalittiche erano diffuse nel mondo mormone negli anni
immediatamente precedenti il 1890, gli anni più acuti del conflitto
con lo Stato americano, che proprio nel 1890
si concluse con l’abbandono ufficiale della poligamia. Esportata
presso altre tribù — in particolare nel mondo sioux, che peraltro
aveva avuto contatti con missionari mormoni e con indiani convertiti
al mormonismo —, la Ghost Dance si modificò acquisendo altri
elementi tratti dalla religiosità popolare cristiana, in particolare
cattolica.
Si spiega così come uno dei missionari gesuiti con cui più tardi
venne in contatto Nicholas Black Elk, padre Emil Perrig, potesse
scrivere nel suo diario il 15 dicembre 1890 — pochi giorni prima del
massacro di Wounded Knee — che un suo confratello, padre Francis M.
Craft, aveva visto la Ghost Dance e gli sembrava che fosse "qualche
cosa di accettabile, piuttosto cattolica, e perfino edificante".
Riportando questo brano del diario di padre Emil Perrig, Michael F.
Steltenkamp commenta: "Purtroppo, questa prospettiva non era
condivisa dai funzionari del Governo". Più in generale, è pressoché
impossibile identificare una religione sioux "pura"o "primitiva",
dal momento che i vari sotto-gruppi — per quanto se ne sa, a
cominciare da almeno due secoli prima dell’incontro con l’uomo
bianco — erano stati coinvolti in una successione continua di guerre
tribali, in cui spesso i vincitori avevano imposto la loro religione
ai vinti determinando una serie di fenomeni di adattamento e di
sincretismo. Questa realtà può non far piacere a un certo
relativismo o a un certo esoterismo di scuola perennialist: si
spiega, dunque, perché molti abbiano trovato più comodo continuare a
spacciare per "autentica" religione sioux quella di Alce Nero parla,
largamente costruita a tavolino da un poeta bianco negli anni Trenta
del secolo XX.
B. I processi di adattamento e di trasformazione sono continui nella
storia. Nicholas Black Elk era effettivamente considerato un maestro
spirituale presso i sioux, ma — come l’antropologo Michael F.
Steltenkamp apprese inizialmente "con grande stupore" — il suo
prestigio nella comunità delle riserve non era affatto da attribuire
alla popolarità dei "suoi" due libri. Il prestigio di cui godeva era
il risultato del suo ruolo molto attivo nel diffondere, insieme ai
sacerdoti, il cattolicesimo fra il suo popolo: "la maggioranza
[degli indiani] sanno poco dei due libri basati sulla sua vita e sul
suo pensiero, se pure sanno che esistono, il che è raro". Il vero
Nicholas Black Elk rivela la sua grandezza spirituale proprio nella
capacità di integrare gli elementi migliori della cultura sioux in
una nuova sintesi, una volta conosciuta e accettata la verità
cattolica. Della stessa sensibilità danno prova i missionari gesuiti
— in gran parte tedeschi e svizzeri — che svolgono il loro
apostolato presso
i sioux all’epoca di Nicholas Black Elk. Contrariamente a una
rappresentazione caricaturale, che attribuisce al missionario un
atteggiamento di esclusivo disprezzo nei confronti delle tradizioni
religiose locali, i gesuiti delle riserve sioux — assumendo
informazioni dai leader spirituali locali, cioè da persone come
Nicholas Black Elk — distinguono accuratamente fra religione e
magia. Combattono la magia — che del resto sta cadendo in discredito
presso gli stessi indiani —, ma valorizzano quanto di positivo
trovano nell’eredità religiosa, giungendo a considerare con
indulgenza perfino taluni aspetti di fenomeni sincretistici, ma a
loro modo spontanei ed effettivamente "popolari" come la Ghost
Dance. Anche se — naturalmente — non tutti i missionari erano
ugualmente bene informati, capaci e santi, l’atteggiamento dei
gesuiti che evangelizzarono i sioux rappresenta in modo tutto
sommato tipico l’atteggiamento dei missionari cattolici presso gli
indiani dell’America Settentrionale,
e ne spiega il successo che presso molte tribù fu maggiore rispetto
ai missionari protestanti, pure certamente più favoriti — almeno
fino alla seconda guerra mondiale — dall’appoggio delle autorità
federali.
C. Il successo missionario dei cattolici si spiega anche con
l’immediata comprensione da parte dei missionari dell’efficacia di
alcune devozioni tradizionali presso popoli che avevano avuto scarso
contatto con il pensiero occidentale moderno. Così, come abbiamo
visto, leader spirituali indiani come Nicholas Black Elk si
affezionarono rapidamente — e in modo tutt’altro che superficiale —
al Rosario, alla devozione al Sacro Cuore, alla pietà mariana
tradizionale. Si tratta di una sensibilità missionaria che non ha
affatto perso attualità.
Riflettendo sulle ragioni del maggiore successo di alcuni nuovi
movimenti religiosi rispetto alle missioni
cattoliche presso "le culture che amano il canto, la danza e le
gioiose celebrazioni comunitarie", il card. Francis Arinze,
presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Inter-Religioso,
nella relazione generale al Concistoro straordinario del 1991 La
sfida delle sette o nuovi movimenti religiosi: un approccio
pastorale, scrive: "L’acqua, la luce, il fuoco, l’incenso, il pane,
il sale, le statue e le processioni sono simboli che parlano a tutta
la persona umana e la gente ama indossare medaglie e scapolari e
mangiare il pane e bere l’acqua benedetti dal sacerdote. Questo
approccio globale all’essere umano, insieme con l’apprezzamento per
i simboli materiali nel culto, occorre che sia accettato, purificato
e nobilitato dal cristianesimo"
D. Negli anni 1930 padre Placidus Sialm poteva menzionare, fra le
peggiori distorsioni del volume Alce Nero parla, la rappresentazione
di Nicholas Black Elk come "un uomo anziano disperato per non aver
potuto compiere il suo destino per il suo popolo": il catechista
lakota appariva invece come una persona perfettamente equilibrata e
felice della sua fede cattolica. Quindici anni dopo — negli anni
immediatamente precedenti la sua morte — il "santo degli oglala"
aveva invece qualche ragione di tristezza. Era triste perché le
missioni non erano più efficaci come un tempo, così racconta la
figlia: una "generazione più giovane stava tentando di vivere una
vita non cristiana. Sembravano meno interessati alla dottrina e alla
pratica della fede". Infatti — almeno dal punto
di vista dei suoi risultati quantitativi — lo slancio missionario
cattolico presso gli indiani d’America inizia a conoscere un momento
di difficoltà dopo la seconda guerra mondiale, e non sembra
terminato neppure oggi. Negli anni che si situano intorno alla morte
di Nicholas Black Elk, stava del resto cominciando a cambiare anche
l’atteggiamento dei missionari. Alcuni si lasciavano impressionare
da una letteratura antropologica di taglio relativista e si
chiedevano se fosse davvero possibile — o perfino opportuno —
trasmettere agli indiani la fede cattolica nella sua integralità. A
partire dagli anni 1960 non mancarono missionari coinvolti nel
movimento "indigenista", che cercava — anche con episodi clamorosi e
violenti — di dare un carattere politicamente radicale alla protesta
degli indiani delle riserve, trasformando le giuste rivendicazioni
per condizioni di vita migliori in una contestazione globale di
tutto quanto la cultura dei bianchi aveva apportato agli indiani
d’America, cristianesimo compreso. Nel 1973 si verificò un episodio
largamente divulgato dalla stampa internazionale: l’"occupazione" di
Wounded Knee da parte di attivisti "indigenisti", che solo in minima
parte provenivano dalle tribù locali. Gli occupanti comprendevano,
accanto a indiani di altre regioni dell’America Settentrionale, un
buon numero di bianchi. Altri indiani di etnia lakota contrastarono
l’"occupazione" delle loro terre: vi furono incidenti con feriti e
alcuni morti. L’episodio portò certamente fra gli indiani delle
riserve più "divisione" e "polarizzazione" che armonia e unità. Un
tratto tristemente simbolico dell’"occupazione" — peraltro approvata
e incoraggiata da missionari cattolici e protestanti "progressisti",
fra cui alcuni gesuiti — fu, al culmine di una serie di violenze,
l’assalto alla missione che Nicholas Black Elk aveva aiutato a
costruire con le sue mani, e la distruzione di una lapide in sua
memoria. Gli occupanti "avevano in tasca Alce Nero parla" ma
rifiutavano di confrontare la figura mitica dipinta da John G.
Neihardt, nel cui nome dicevano di combattere, con l’autentico
"santo degli oglala", cattolico esemplare
per quarantasei anni della sua vita. Fra i sioux che si opposero
all’"occupazione" vi era la figlia di Nicholas Black Elk, Lucy Looks
Twice. L’anziana lakota — a sua volta rispettata come punto di
riferimento spirituale nella comunità cattolica locale — contestò le
attività degli occupanti affermando che il messaggio di suo padre in
quella circostanza sarebbe stato "chiamare il popolo alla
religione... "Insegnate ai vostri figli a pregare e assicuratevi che
vadano in chiesa; è questa l’unica via — la chiesa e la famiglia...
essere figli di Dio e soldati di Cristo. Dovete scendere in campo e
combattere"". È opportuno — anche se triste — precisare che le
esortazioni di Lucy Looks Twice non ebbero, apparentemente,
particolare successo. Chi aveva organizzato e dirigeva
l’"occupazione" poteva avere interesse per il Nicholas Black Elk
fantastico di John G. Neihardt, ma — come l’assalto alla missione
dimostra — del leader cattolico indiano, che metteva a dormire i
nipotini "cantando una delle Messe Solenni in latino", voleva— se
fosse stato possibile — distruggere perfino il ricordo.
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